Gattonormale

Mentre guardo alcune foto d’epoca dall’album di una famiglia di sconosciuti, mi rendo conto che un gatto di duecento anni fa, tenuto in braccio da una signora con un corpetto di seta ricamato sui bordi e le maniche di un vestito che ormai nessuno indosserebbe più, è uguale in tutto e per tutto a un gatto di adesso. Stessa posa, stessa pelliccia. Un gatto normale, di quelli che puoi vedere tutti i giorni per strada. catb

Non è la prima volta che vedo un gatto in una foto antica, però solo ora mi rendo conto della loro esistenza sincronica tra presente e passato. Sono esseri senza tempo e questo per me fa dei gatti, e di tutti gli animali in generale, entità ancora più misteriose, anime eterne e incomprensibili, assolutamente diversi da me. Sarà che i gatti non indossano vestiti, sarà che non hanno moda e neppure cultura, né linguaggi e né influenze di altre società di gatti che portano nuovi stili di vita e scoperte culinarie o musicali, dato che non hanno né cucina né musica, sarà in fine che i gatti non sono uomini, ma questa è una cosa, come dire, risaputa, invece non so ancora come definire l’impressione che ho avuto rispetto alla consapevolezza di questi esseri privi di storia che ci girano intorno e per i quali non cambia nulla da secoli.

Nonna li turchi!

Quando chiedevo a mia nonna chi avesse bruciato la Fornace, lei abbandonava qualsiasi attività, mi prendeva in braccio e correva urlando “li turchi!”. Poi mi poggiava per terra e ridevamo esausti della breve corsa al riparo dal nemico invasore. Era un gioco, la nonna tornava a stendere i panni o a girare il pomodoro al sole e io diventavo serio, pronto a difenderla dai turchi coriacei. Rimasi convinto fino ai quattordici anni che fossero stati li turchi a incendiare la fornace. Avevo tutti gli elementi per sospettare della loro vile aggressione, uno dei quali era la statua della madonna delle milizie, madonna guerriera patrona di Scicli, che con il suo cavallo bianco schiaccia per terra la testa di un moro reggendo in alto la spada. Mi sono sempre chiesto come ci rimangono gli amici musulmani alla vista di questo simulacro che pesta in trionfo la testa degli islamici mori. Se ne saranno fatti una ragione storica, immagino.

Poco più avanti negli anni, quando ero già al liceo, appresi che a bruciare la Fornace del barone Penna non erano stati li turchi, ma i socialisti in rappresaglia, o i fascisti in rappresaglia. Questo ancora non è chiaro. Tuttavia adesso la Fornace poggia solenne come una anziana signora malata e diroccata sulla punta di contrada Pisciotto da dove sembra dare avvio alla linea dell’orizzonte.

La sua presenza si amalgama bene al contesto sia per colori sia per materiali, non deturpa il panorama e appare concepita in un dialogo spontaneo con il paesaggio e le risorse della terra. È posizionata in un luogo strategico con fondale alto per l’attracco delle navi, riserve di argilla per fabbricare i mattoni e una sorgente di acqua dolce a pochi metri dal mare. In attività fino al 1924, produceva e esportava laterizi in tutto il mediterraneo, Tripoli intera fu ricostruita con i suoi mattoni. Recentemente è stata anche set per un episodio del commissario Montalbano, Sgarbi l’ha definita “una basilica sul mare”, ma tutto ciò non è servito per attirare interesse e rimetterla in piedi.  Non è che mi affidi a queste fonti di autorevolezza popolare per garantirne valore, bellezza e cura, ma sapete come farebbe il padre con la figlia, carte false pur di vederla sistemata. Adesso della fornace ne è rimasto un rudere accroccato, la punta del camino l’anno scorso era più alta, oggi è crollata. Sappiamo tutti che presto non ne rimarrà nulla, ma nessuno se ne prende cura e i discorsi sulla sua rivalutazione sono caduti nell’insignificanza a causa di una eccessiva ripetizione di belle parole andate a vuoto. Ogni volta che giro lo sguardo verso est, mentre sguazzo nell’acqua a pochi metri da lei, mi viene da credere che l’unica cosa sia contemplarne la disfatta con rassegnazione terminale, pensando in silenzio che forse, li turchi, siamo noi.

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Non sappiamo altro.

L’altro giorno era S. Lucia e allora sono andato a visitare la chiesa di S. Lucia.
Quando sarà S. Giorgio andrò a visitare la chiesa di S. Giorgio, quando sarà S. Pietro andrò a visitare la chiesa di San Pietro, quando sarà San Nicola andrò a visitare la chiesa di San Nicola e la chiesa di Santa Teresa quando sarà Santa Teresa.

Le altre novantasette chiese di Modica, se ancora esistono, le visiterò pure quando sarà.
Intanto l’altro giorno era Santa Lucia e quindi sono andato a visitare la chiesa di Santa Lucia che ancora esiste.

Per raggiungere la chiesa di Santa Lucia si attraversa un intreccio di vicoli freschi e silenziosi ma popolati, una specie di trasposizione geografica di una ruminatio della coscienza, per dirla in Loyoliano modo.

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La chiesa di Santa Lucia, mi ha detto Armando, è stata edificata nel 1119 e poi nei primi del 1600 ma prima nel 1119.
“L’attuale facciata è di impostazione secentesca e non presenta particolari elementi architettonici di rilievo”, ha detto Armando.
L’attuale facciata è di impostazione secentesca e non presenta particolari elementi architettonici di rilievo, perciò.

Dentro la chiesa di Santa Lucia c’è un’acquasantiera del 500 mi ha detto Armando, resistita al terremoto del milleseicentonovantatre che distrusse tutta la città nel milleseicentonovantatre.

Armando ha detto che l’acquasantiera è “in marmo, autori anonimi. Di sapore rinascimentale (primo 500).”

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– “Carini questi angioletti, Armando.”
– “I puttini a rilievo rimandano alla scuola dei pisani”, ha detto Armando.

Il terremoto distrusse tante altre cose, rase al suolo la città completamente distrutta. L’acquasantiera di Santa Lucia rimase intatta per fortuna.

Mi ha detto Armando che “ l’interno, rimodulato nel settecento, presenta diverse opere di interesse storico artistico, tra le quali spicca un’acquasantiera in stile rinascimentale” , appunto, “e una tela anonima raffigurante personaggi legati al governatorato della contea di Modica.”

E infatti c’è un quadro raffigurante personaggi legati al governatorato della contea di Modica, proprio come ha detto Armando.
Eccolo:

dipinto

Per raggiungere Santa Lucia, sui muri delle antiche casette così vicine, alle volte, un microclima di umidità dà vita a morbida mucillagine, muffe e vegetazione rampicante, alle volte.

portico

“Si sostiene che i primi cristiani, dopo la riconquista, avessero appunto gia’stabilito un culto alla santa siracusana anche perche’, poco piu’ avanti si trovano delle grotte adibite a culto gia’ dal quarto secolo dopo crishhhto.” (cit. Armando)

Santa Lucia fu uccisa con una pugnalata al collo e gli occhi gli strapparono dalle orbite. Fonte: la signora Maria, quella del pane.
Santa Lucia fu uccisa con una pugnalata al collo e gli occhi gli strapparono dalle orbite. Fonte: la signora Maria, quella del pane.

Tutte queste cose sulla chiesetta di Santa Lucia io manco le sapevo e per fortuna che Armando ne sa a pacchi di storia locale e non che si intreccia con la storia del mondo che si intreccia con la storia locale e non.

pacchi

Ma adesso parliamo delle reliquie.

“reliquia argentea di santa lucia databile tra la fine del seicento e primi del settecento. Queste reliquie pare venissero prese dalle catacombe romane, incastonate in urne argentee punzonate e firmate con gli stemmi dei consolati siciliani piu’ importanti, tra i quali: Palermo, Messina, Acireale, Trapani.

Così il pellegrinaggio alla chiesa di Santa Lucia si è concluso alla chiesa di Santa Lucia.

“Su S. Lucia, a parte qualche dettaglio sulla due pale secentesche, non sappiamo altro.” Ha detto Armando.

Non sappiamo altro.