Le belle giornate sono crudeli se non sai che fartene

Non ero andato a scuola. L’interrogazione di latino era una pozzanghera da evitare con un salto. Con le ginocchia che spuntavano dai jeans e due Camel in tasca, avevo scalato la roccia più alta di Cava d’Ispica e la chioma di un carrubo. Era un giorno di quindici anni fa sotto il sole d’inverno. Da lassù si vedeva il mare.

La campagna era immersa nella luce. Ti invitava a splendere come lei, senza motivo. Una spirale di polvere si era sollevata nell’aria. Non mi avrebbe sorpreso questa piroetta se ad alzarla fosse stato il vento. Ma i fiori dei mandorli erano fermi come ferma sembrava tutta la terra a quell’ora. Lì intorno c’ero solo io, o forse no.

Mi ero ammalato nell’immaginazione. A godere delle cose per quelle che sono non mi è mai riuscito.
Ricordo che un giorno ero sull’Etna. Presi a camminare sui crateri spenti, attento per gioco a non calpestare le facce incantate nella lava.
Come smorfie di dannati, questi volti sembravano implorare salvezza nella cenere. Di uno ne ricordo lo sforzo e la bocca aperta come l’hanno i mascheroni dei mori sui palazzi barocchi. Per tutta l’ascesa della Valle del Bove lasciavo me stesso la libertà di credere a questo spettacolo orrido come chi dota alle nuvole una forma sensata, e me ne rallegravo. Già a quel tempo, che la cenere fosse cenere, che la lava fosse lava, che il mondo fosse solo mondo, non mi bastava.

Ho incellofanato la vita nelle parole, e ne ho perso l’origine. Anche di me non so quale sia il principio. Sono nato più di una volta e più di una volta ho provato a morire.
Ma la solita immagine mi seduce. Solo quando l’avrò trovata sarò conciliato. È il peccato più grande che ci allontana dalla carne e dice io. Mi porterà alla rovina il gioco continuo che fanno gli umani: raggiungere l’idea che hanno di sé, tirare il bastone e andare a riprenderlo, essere cani e padroni al tempo stesso.

Ho nuotato nei rovi per trovare il mio bastone e adesso so che l’ho perso. L’avevo lanciato nel sole d’inverno quindici anni fa. Oggi la primavera è arrivata con le nuvole. Meglio così, le belle giornate sono crudeli se non sai che fartene.

Ma come dicono le scritture, la vera resurrezione è della carne, non dell’anima. Muore lo spirito, non il copro. Finisce la Storia, non la materia. Evapora l’io, ma la cenere torna alla cenere. Questa è la legge, la salvezza, la pace, per noi, che solo il nome ci divide dal resto delle cose.

 

BICCHIERI

Gentile barista stagionale, io so che lo chalet nel quale lavori non è tuo, io so che guadagni mille euro al mese lavorando 22 ore al giorno, io so che dei prodotti che vendi non te ne frega nulla, io so che, sebbene il mare sia ancora stupendo, la stagione è finita e non vuoi lavare le stoviglie di vetro, ma la cremolata di fichi, la cremolata di fichi dico, la cremolata di fichi non puoi servirmela in quei bicchieri di cartoncino biodegradabile ricamati con fantasie disneiane perchè, deformandosi, piegandosi, squagliandosi, le fanno perdere la sua intima consistenza, facendola passare direttamente da crema ad acqua colorata alla frutta, compromettendone quel sottile equilibrio tra lo stadio liquido e quello solido che non la fa essere nè gelato nè granita ma CREMOLATA. Scusami gentile barista stagionale, ma ho ancora dei punti fermi nella vita che non sono negoziabili. Da bravo, adesso mettimi la cremolata nel bicchiere di vetro, poi continua pure a sfogliare il tuo i-phone e ricorda il binomio:  CREMOLATA-BICCHIEREVETRO.

BICCHIERI