Io è un altro

Grazie

Sono entrato in un negozio per comprare il cappello bordò esposto in vetrina. Un cappello bordò, chissà quale tono avrei voluto darmi con un cappello bordò? (Lo so che bordò non si scrive bordò, ma mi scoccia scrivere bourdeaux perché è troppo lungo, perciò, per essere brevi, scrivo bordò, dato che ho già ripetuto tre volte il nome di questo colore e non vorrei ancora dilungarmi sul perché scrivo bordò anziché bourdeaux) comunque, a quel tempo avevo questa voglia di cappello bordò perché pensavo di
abbinarlo alle scarpe scamosciate beish viste esposte in un altro negozio.

Le scarpe scamosciate beish, chissà cosa mi passava per la testa, che tono avrei voluto darmi con le scarpe scamosciate beish? (Lo so che beish non si scrive beish, ma mi scoccia scrivere beige perché ha la stessa lunghezza di beish, quindi nell’ottica di una economia della comunicazione non cambia nulla, perciò lo scrivo come mi pare: beish. E poi questa è la mia pagina e se voglio inventare parole le invento senza ma, ok?)

Chissà che tono, perciò, avrei voluto darmi. Ma perché adesso mi piacciono le scarpe beish e il cappello bordò? Ho pensato. Forse la gente di queste zone influenza il mio gusto? Qui ci tengono al colore delle scarpe e non vorrei turbare il loro ordine estetico sbagliando abbinamento, perciò è probabile che il mio inconscio ritene che il beish e il bordò possono andare bene insieme, e infatti, appena ho visto il cappello bordò, ho detto subito me lo compro, anche se mi fa cacare, così i miei vicini saranno tranquilli.

Mi sacrifico, mortifico me stesso per loro, non c’è problema, che essere me stesso solo guai mi ha causato da queste parti. Quindi, state tranquilli, vicini, tranquilli che diventerò come voi. Sono entrato perciò in negozio, ho provato il cappello bordò, e mi stava malissimo, era perfetto per i miei vicini, proprio una merda. Mi guarderanno con altri occhi, ho pensato, i loro occhi, che stanno diventando i miei occhi, finalmente, che non voglio più sentirmi diverso da queste parti. Ma quando ho girato l’etichetta per vederne il prezzo, un calendario di emozioni, dall’uno dell’imbarazzo al ventinove della colpa, mi ha sovrastato, risolvendosi però in un trenta di orgoglio per il fatto che io io, proprio io, allora, sono un altro.

dalla Biblioteca

Sono al banco e non mi accorgo che la signora accanto preferisce prendere la ricevuta cartacea del prestito. È il mio turno, la bibliotecaria mi chiede se la voglio anch’io ma rispondo “no, meglio non mettere ancora della carta in giro.” La signora accanto si sente come rimproverata dal mio comportamento virtuoso e comincia a scusarsi. “Ho preso la ricevuta perché è comoda” sento dirmi, “mi fa da segnalibro, e poi io comunque faccio sempre la differenziata e riciclo tutto.”  Non capisco perché mi sta informando di queste cose ma mi giro verso lei e le dico che “fa bene a riciclare tutto” anche se nella mia mente penso che non me ne frega nulla delle sue piccole azioni quotidiane per migliorare il mondo. Inoltre, non avevo nessuna intenzione di dare il buon esempio. La mia non era una scelta ecologica ma comoda. Questo foglietto svolazzante ogni volta lo accartoccio immediatamente e me lo ficco in tasca a fare massa insieme agli scontrini della spesa. Chissà perché non le butto via subito ste cartacce.

A dire il vero non è neanche per questo che ho detto no. Non mi cambia molto avere o non avere una ricevuta cartacea del prestito. Ho aggiunto la scusa della “carta in giro” solo perché se non do dei motivi alle mie azioni sto male dato che le mie azioni spesso non hanno motivi intrinseci ma sono sempre io a doverglieli dare.

In fine alla signora dico solo un frettoloso “fa bene a riciclare”, poi prendo il libro dal banco (La versione di Barney, Mordecai Richler, Adelphi 2008) e mi dirigo verso l’uscita unendo uno stupido  “almeno quello!” al fatto che la signora fa bene a riciclare.

Giuro che non so perché ho detto “almeno quello!”, sul serio, non lo so. Questa mia inutile esclamazione suscita nella signora un meccanismo di difesa che si esprime in un flusso descrittivo e nevrotico delle rette azioni che compie ogni giorno a favore della natura.

“Sa? Noi teniamo dei corsi di riciclo nelle scuole, facciamo la differenziata, differenziamo tutto noi, e con la plastica vengono fuori delle borsettine, delle ciabattine, e degli spettacolini teatrali molto carini, molto graziosi.”

La signora mi insegue. “Poi sono vegetariana da dodici anni ormai, ci manca poco che diventi vegana, amo gli animali”.  “Ma se ha le scarpe di pelle!” le faccio io.

Adesso non lo so, giuro che non lo so perché ho detto questa cosa delle scarpe alla signora. Mi è scappato, non volevo ferirla mostrandole per la seconda volta la sua incoerenza, i suoi fallimenti. Subito la signora blocca l’elenco delle sue buone azioni, pianta i piedi per terra inchiodandoli con gli occhi e rimane ferma così, al centro dell’androne, con la testa bassa, a guardarsi le scarpe. Starà immobile in questa posizione per sempre, sembra.

Immagine: William Eggelston

[Questo frammento e altri presenti sul blog sono stati pubblicati su il primo amore]

Perturbazioni 

Immersa nel sole era oggi la campagna. Ti invitava a splendere come lei, senza motivo. Una spirale di polvere si era sollevata nell’aria. Non mi avrebbe sorpreso questa piroetta se ad alzarla fosse stato il vento. Ma i fiori dei mandorli erano fermi come ferma sembrava tutta la terra a quell’ora. Lì intorno c’ero solo io, o forse no.

Montabbano 

Oggi sono andato a rifare la carta d’identità perchè la mia si è squagliata in lavatrice. Oh ma si è sbriciolata come l’ostia del gelato si è sbriciolata. La signora delle carte di identità mi ha detto di lavarla con l’acqua fredda la prossima volta, senza ammorbidente però, e mi ha detto pure che ovviamente stava scherzando ma non è che ci avevo creduto. Comunque, prima di arrivare allo sportello, all’ingresso principale del palazzo della cultura, dove ci sono gli uffici del comune, c’era tutta sta gente ammassata nell’androne e uno sugli scalini che li governava col megafono come un mandriano fa con le vacche. “Ma che c’è na sommossa al comune?”ho pensato. “Li volete pagare a sti poveri cristi?” come se sapessi già che fosse questo il problema.

Quando però mi sono accorto che stavano tutti con la carta di identità in mano la mia indignazione, anche se, devo ammetterlo, superficiale, si è trasformata prima in stupore, poi in frustrazione e per ultimo in noia.
“Minchia ma talía ca chista è a fila per l’ufficio anagrafe”, ho pensato.
Mentre stavo già preparando un piano d’azione alternativo che consisteva in cannolo con la crema,
caffè in piazza monumento con relativa sigaretta al sole e lettura di numero due righe in libreria, mi è venuto in mente di chiedere cosa stesse succedendo qui nell’androne.
-“Montabbano” mi ha detto uno che stava lí sulle punte a cercare di farsi spazio.
-“Montabbano…montabbano che cosa?” ho continuato io.
– “Montabbano”
– “vabbè, Montabbano..comu rici tu”
Non mi stava considerando, tutto preso com’era a scavalcare le persone. “Cosa sta succedendo qui? Perchè hanno tutti la carta d’identità in mano?” ho chiesto a un altro. Questo con una voce dall’oltretomba, consumata dal fumo di sigaretta tipo quella di Camilleri, mi fa con calma: “ci sono. I provini. per. Montabbaaaaaaano.” pausa respiro, “ci vuole. la catta. d’itentità.” punto.
-Aaaaaaa, i provini per Montabbano! Mi paria la fila per l’ufficio anagrafe! E perciò ho pensato “tutti oggi se la devono fare la carta d’identità?” ho detto ridendo al signore, ma lui in silenzio mi ha guardato giudicante negli occhi e con una specie di trasmissione telepatica l’ho sentito pronunciare nella mia mente due parole: “si. Cretinu.”
Poi ha ripreso la voce dicendo che “per. Il. Provino. Ci vuole. La. Carta. Di…”
“si, si, ho capito”, interrompendolo, “la carta d’identità ci vuole, ho capito. Allora guardi, se mi fa passare vado all’ufficio anagrafe e me la faccio subito che la mia si è squagliata”.
Lui è tornato a guardarmi come prima ma stavolta ho interrotto subito la trasmissione telepatica e mi sono diretto finalmente all’ufficio anagrafe attraverso uno “stretto percorso che abbiamo lasciato libero per consentire il transito agli utenti interessati al normale svolgimento dell’attività lavorativa negli uffici comunali.” Cosí recitava il personale posto all’ingresso che mi invitava a intraprendere il corridoio laterale alla folla. Una interpretazione del testo perfetta. A lui devono prendere per Montabbano! Rinnovata la carta di identità, sono uscito bello fresco dal palazzo della cultura come fossi stato dal barbiere. D’altronde avevo una carta d’identità nuova. Attraversato il muro di future star della t.v sono andato verso la pasticceria ma siccome erano già fatte le dodici e mezza ho dovuto rinunciare al cannolo con la crema ma dalla libreria ci sono passato e la sigaretta al sole l’ho fumata.