Deserti

In molte tradizioni religiose le figure messianiche si ritirano in luoghi isolati o scompaiono per mesi. Maometto va a vivere in una grotta sul monte Hira, Buddha trascorrerà anni di ascesi in lande desolate, Gesù vagherà per quaranta giorni nel deserto in preda alle tentazioni del Male e alla miseria della solitudine.

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L’immagine del deserto ritorna sempre come un luogo da attraversare per mettersi alla prova e discernere la propria voce tra quelle che assediano lo spirito.


È un’esperienza di perdita, di smarrimento, ma anche di riconquista di sé


 

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Scissione e abbandono delle forme inautentiche dell’essere, riscoprerta di una solidità centrale nella quale si annientano le forze disgreganti prodotte dalle attività caotico/pulsionali della società.
 

Versione 2

Essere nel deserto significa fare deserto di sé, svuotarsi dalle forme rigide dell’io per assumere la dimensione impersonale che abbiamo in comune con la pianta e l’animale.
Nel Deserto non c’è forma ideologica da raggiungere.
È un luogo senza lotta, superficie liscia nella quale i fenomeni si equivalgono in un territorio immobile ed eterno.
È nel Deserto che si comprende come il concetto di infinito non è solo una produzione metafisica dell’intelletto, ma una dimensione reale che si può sperimentare materialmente. 
 

Cosa fa di un fotografo un fotografo? Il caso di Agoraphobictraveller

Si dice che con l’avvento degli smartphone la fotografia sia diventata una pratica “democratica”. Ma è solo l’accesso ai mezzi di riproduzione delle immagini a essere democratico, non la fotografia.

Il fatto che tutti sappiamo scrivere non fa di noi degli scrittori. Il fatto che tutti possiamo fare delle foto non fa di noi dei fotografi. Queste cose le sappiamo, ma è meglio ribadirle, in un mondo dove tutti sono scrittori e tutti sono fotografi, me compreso.

Dico questo perché durante uno scroll annoiato della home di instagram, mi sono imbattuto sul profilo di Jacqui Kenny, in arte Agoraphobictraveller, sul quale scrive: “Agoraphobia & anxiety limit my ability to travel, so I’ve found another’s way to see the world.” Questo “another’s way” è la mappa di google streetview.

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Le sue immagini sono degli screenshot presi dai luoghi fotografati dalla macchina di google che gira random tra i deserti del Sud America o dell’Asia, tra le poco popolose città del Messico e le colorate casette del Perù, registrando a caso, e con tutta la stupidità tipica delle macchine, situazioni veramente singolari, che rimarrebbero solo inutili acquisizioni di dati se non ci fosse l’occhio di Agoraphobictraveller a selezionarli e trasferirli su instagram.

Questa del trasferimento è secondo me la prima cosa che fa delle sue foto non semplici immagini, ma opere vere e proprie, e che ci tira subito fuori dalla tanto decantata democraticità della fotografia.

Avete presente il discorso che faceva Duchamp con i ready made?
Lui sosteneva che un oggetto di uso comune, se trasferito in un contesto museale, assume automaticamente lo statuto di opera d’arte.

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Con le foto di Agoraphobictraveller succede la stessa cosa. Il gesto di portare queste immagini da un luogo anonimo come googlestreetwiev a uno deputato alla loro raccolta, fa di queste immagini delle opere d’arte e di lei una vera autrice, sebbene non abbia scattato nessuna di queste foto in prima persona.

Da qui ne segue perciò anche un discorso sul senso dell’autorialità nella fotografia. Perché se una macchina cattura autonomamente per noi delle porzioni di mondo, allora è vero che per fare un fotografo non c’è bisogno di qualcuno che faccia click, né tantomeno possedere un telefono da mille euro o una reflex con obiettivi telescopici. Basta delegare al dispositivo la facoltà di cattura e la foto è fatta.

(Si pensi anche ai telefoni di ultima generazione. Alcuni decidono di sottoporci le immagini che ritengono migliori per correttezza espositiva, luce e composizione. Così il rischio che si corre è veramente quello della “democraticità” della fotografia nell’appiattimento di un occhio standardizzato dalla tecnologia).

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Perciò mi chiedo: un fotografo è colui che preme il bottone o colui che riconosce il significato estetico o semiologicodelle immagini e che comprende la peculiarità di un evento estrapolandolo dal flusso delle percezioni pur senza fermarle in un frame?

Perché se il fotografo è solo colui che preme il bottone, come vorrebbero farci credere coloro che sostengono la “democraticità” delle fotografia allora, nel caso di Agoraphobictraveller, l’autore delle foto è la stupida macchina di google che non sa assolutamente cosa sta facendo.

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Invece, se per essere un fotografo è necessario possedere uno sguardopersonale sul mondo fatto di esperienze, letture, sensazioni vissute e sopratutto studio e visione costante di immagini, lavoro sul linguaggio visivo, conoscenza della composizione, approfondimento e ricerca, allora non c’è nemmeno bisogno di fotografare, così come dimostra Agoraphobictraveller.

[Dopo aver ammirato il suo lavoro su instagram ho parlato con Jacqui Kenny (Agoraphobictraveller) sulla chat. Mi ha detto che si occupa di direzione della fotografia per il cinema e i suoi fotografi preferiti, sui quali ha studiato, sono: John Divola, Stephen Shore, Peter Granser, David Hockney e Massimo Vitali]

Se volete rifarvi gli occhi, visitate la sua pagina https://www.instagram.com/streetview.portraits/?hl=it

 

 

Nonna li turchi!

Quando chiedevo a mia nonna chi avesse bruciato la Fornace, lei abbandonava qualsiasi attività, mi prendeva in braccio e correva urlando “li turchi!”. Poi mi poggiava per terra e ridevamo esausti della breve corsa al riparo dal nemico invasore. Era un gioco, la nonna tornava a stendere i panni o a girare il pomodoro al sole e io diventavo serio, pronto a difenderla dai turchi coriacei. Rimasi convinto fino ai quattordici anni che fossero stati li turchi a incendiare la fornace. Avevo tutti gli elementi per sospettare della loro vile aggressione, uno dei quali era la statua della madonna delle milizie, madonna guerriera patrona di Scicli, che con il suo cavallo bianco schiaccia per terra la testa di un moro reggendo in alto la spada. Mi sono sempre chiesto come ci rimangono gli amici musulmani alla vista di questo simulacro che pesta in trionfo la testa degli islamici mori. Se ne saranno fatti una ragione storica, immagino.

Poco più avanti negli anni, quando ero già al liceo, appresi che a bruciare la Fornace del barone Penna non erano stati li turchi, ma i socialisti in rappresaglia, o i fascisti in rappresaglia. Questo ancora non è chiaro. Tuttavia adesso la Fornace poggia solenne come una anziana signora malata e diroccata sulla punta di contrada Pisciotto da dove sembra dare avvio alla linea dell’orizzonte.

La sua presenza si amalgama bene al contesto sia per colori sia per materiali, non deturpa il panorama e appare concepita in un dialogo spontaneo con il paesaggio e le risorse della terra. È posizionata in un luogo strategico con fondale alto per l’attracco delle navi, riserve di argilla per fabbricare i mattoni e una sorgente di acqua dolce a pochi metri dal mare. In attività fino al 1924, produceva e esportava laterizi in tutto il mediterraneo, Tripoli intera fu ricostruita con i suoi mattoni. Recentemente è stata anche set per un episodio del commissario Montalbano, Sgarbi l’ha definita “una basilica sul mare”, ma tutto ciò non è servito per attirare interesse e rimetterla in piedi.  Non è che mi affidi a queste fonti di autorevolezza popolare per garantirne valore, bellezza e cura, ma sapete come farebbe il padre con la figlia, carte false pur di vederla sistemata. Adesso della fornace ne è rimasto un rudere accroccato, la punta del camino l’anno scorso era più alta, oggi è crollata. Sappiamo tutti che presto non ne rimarrà nulla, ma nessuno se ne prende cura e i discorsi sulla sua rivalutazione sono caduti nell’insignificanza a causa di una eccessiva ripetizione di belle parole andate a vuoto. Ogni volta che giro lo sguardo verso est, mentre sguazzo nell’acqua a pochi metri da lei, mi viene da credere che l’unica cosa sia contemplarne la disfatta con rassegnazione terminale, pensando in silenzio che forse, li turchi, siamo noi.

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Di Tutto Niente 

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Mi chiama Frie al telefono. Mi chiama per far Qualcosa. Ma io ho già da fare. Ho da fare Niente.

«Si fa Qualcosa?»
«No, ho già da fare»
«Ma che stai facendo?»
«Niente»
«Quindi non ti va di far Qualcosa?»
«No guarda, ho fatto Qualcosa tutto il giorno. Sento che sto perdendo tempo facendo sempre Qualcosa. Vorrei finalmente dedicarmi a Niente»

«Finalmente? Son tre giorni che non esci, che stai a casa a far Niente!»

«Si, ok, scusa. È solo che sono sulla giusta strada per far Niente. È un buon periodo per dare una svolta alla mia esistenza, riuscirò a far Niente tutta la vita!»

«Ho capito. Sei in una delle solite fasi nelle quali credi di aver trovato il motivo della tua presenza nel mondo. I tuoi occhi adesso splenderanno di senso, camminerai fiero per le strade, ogni cosa e persona apparirà utile a servire la tua causa, diventerai cinico, di un pragmatismo spietato, travolgerai gli altri col fuoco delle tue intenzioni che rimarranno solo intezioni che presto si spegneranno, che presto cederanno. Non mi piaci quando hai uno scopo»

«Non ti piaccio perché sei invidiosa. Voi che fate sempre Qualcosa non riuscirete mai a fare Tutto. Il vostro Parlare è solo un mormorare, il vostro fare è sempre parziale. Ma continuate pure a far Qualcosa! Io invece farò Niente perchè del Niente posso far Tutto, basta far Niente»

«Sei il solito coglionazzo sei. Non porterai mai a termine Niente»

«No Frie. Stavolta non sarà così. Ho capito che non porto mai a termine i miei progetti proprio perchè non faccio Niente, quindi ho deciso di cominciare a far Niente seriamente, con impegno»

«Il Niente è l’assolutamente altro rispetto al tutto, come pensi di riuscire in un impresa del genere? E poi non ti senti mai all’altezza e poi ti deprimi e ti senti inadeguato in ogni situazione e poi vuoi ammazzarti e poi il tuo sé ideale non coincide col tuo sé reale e poi vuoi ammazzarti vuoi. Datti una ridimensionata e rassegnati a fare Qualcosa»

«No Frie. Ho smesso di mentire a me stesso, mi sono visto dentro con sincerità e ci ho visto il Niente. È la mia strada Frie, c’ho messo troppo tempo per capirlo e adesso non voglio distrarmi»

«Bah! Mi preoccupi. Ti voglio bene. Voglio vederti soddisfatto voglio vederti»

«Frie, Frie. Come ti dicevo prima, fare Qualcosa non mi soddisfa perchè c’è sempre Qualcos’altro da fare. Il campo del Qualcosa è poi inflazionato, tutti fanno Qualcosa. Il campo del Niente invece è inesplorato anche se adesso molti cominciano a dedicarvisi proprio perché c’è questa insoddisfazione di fondo che fa capire alla gente che far Qualcosa comincia ad essere inutile. Pensaci, è raro che se tu faccia Qualcosa ci sia qualcuno che riconosca quello che hai fatto, l’impegno che ci hai messo, etc.. spesso la gente è più attenta alle cose che non fai anziché a quelle che fai. “non hai fatto questo, non hai fatto quell’altro, non fai Niente per me, non fai mai Niente…” Ecco, io invece lo faccio, faccio Niente. E poi sono bravo a far Niente, qualcuno prima o poi me lo riconoscerà. Farò un bel Niente Frie, me lo sento. Adesso ti saluto Frie che ho da fare»

«Annientati»

[Questo dialogo è stato pubblicato sulla rivista Inutile]

Le belle giornate sono crudeli se non sai che fartene

Non ero andato a scuola. L’interrogazione di latino era una pozzanghera da evitare con un salto. Con le ginocchia che spuntavano dai jeans e due Camel in tasca, avevo scalato la roccia più alta di Cava d’Ispica e la chioma di un carrubo. Era un giorno di quindici anni fa sotto il sole d’inverno. Da lassù si vedeva il mare.

La campagna era immersa nella luce. Ti invitava a splendere come lei, senza motivo. Una spirale di polvere si era sollevata nell’aria. Non mi avrebbe sorpreso questa piroetta se ad alzarla fosse stato il vento. Ma i fiori dei mandorli erano fermi come ferma sembrava tutta la terra a quell’ora. Lì intorno c’ero solo io, o forse no.

Mi ero ammalato nell’immaginazione. A godere delle cose per quelle che sono non mi è mai riuscito.
Ricordo che un giorno ero sull’Etna. Presi a camminare sui crateri spenti, attento per gioco a non calpestare le facce incantate nella lava.
Come smorfie di dannati, questi volti sembravano implorare salvezza nella cenere. Di uno ne ricordo lo sforzo e la bocca aperta come l’hanno i mascheroni dei mori sui palazzi barocchi. Per tutta l’ascesa della Valle del Bove lasciavo me stesso la libertà di credere a questo spettacolo orrido come chi dota alle nuvole una forma sensata, e me ne rallegravo. Già a quel tempo, che la cenere fosse cenere, che la lava fosse lava, che il mondo fosse solo mondo, non mi bastava.

Ho incellofanato la vita nelle parole, e ne ho perso l’origine. Anche di me non so quale sia il principio. Sono nato più di una volta e più di una volta ho provato a morire.
Ma la solita immagine mi seduce. Solo quando l’avrò trovata sarò conciliato. È il peccato più grande che ci allontana dalla carne e dice io. Mi porterà alla rovina il gioco continuo che fanno gli umani: raggiungere l’idea che hanno di sé, tirare il bastone e andare a riprenderlo, essere cani e padroni al tempo stesso.

Ho nuotato nei rovi per trovare il mio bastone e adesso so che l’ho perso. L’avevo lanciato nel sole d’inverno quindici anni fa. Oggi la primavera è arrivata con le nuvole. Meglio così, le belle giornate sono crudeli se non sai che fartene.

Ma come dicono le scritture, la vera resurrezione è della carne, non dell’anima. Muore lo spirito, non il copro. Finisce la Storia, non la materia. Evapora l’io, ma la cenere torna alla cenere. Questa è la legge, la salvezza, la pace, per noi, che solo il nome ci divide dal resto delle cose.

 

virtù meccaniche

Virtuosa è l’idiozia del meccanismo quanto semplice l’innesco.
Un interruttore vorrei essere, due parole, acceso/spento
e poi silenzio, luce, silenzio, buio, silenzio.
Ma quando è luce illuminare cieco come il sole che non distingue chi luce merita e ci fa tutti uguali come uguali siamo quando siamo al buio.

non va bene 

Una persona che conosco è andata in gita a Pietralcina, e va bene. Dice che “lì queste cose succedono”, e questo no, non va bene.

– Guarda, ho fatto due foto alla Croce, nella prima compare una macchia rossa, la vedi?
– si
– Nella seconda scompare
– eh
– Non lo so, io ci credo.
– Ma a che cosa?
– Non lo so, ci credo.
– Credi ai fenomeni di rifrazione della luce sul vetro dell’obiettivo?
– No
– No?
– No
– Questa è fisica, compa’. Credi che Dio ti abbia parlato?
– No
– Meno male
– Mi ha parlato Padre Pio
– E che ti ha detto?
– Che mi ha parlato
– Si ma cosa ti ha detto?
– Lasciami in pace

Per fare un punto nell’ozio

Se qualcosa esiste non c’è bisogno di crederci. Vedete la sedia che avete di fronte? Esiste, potete toccarla, c’è. Non è necessario che ci crediate.
Gli scettici più radicali potrebbero dire che i sensi ingannano, che quella sedia è solo una nostra rappresentazione, ma prima o poi questo pensiero dovrà fermarsi sul fatto che stiamo discutendo su qualcosa e questo qualcosa esiste quantomeno come contenuto della nostra coscienza, altrimenti non potremmo neanche parlarne.
Certo, anche le visioni dello schizoide sono concrete come questa sedia lo è per noi. Provate infatti a dirgli che il raggio fluorescente che sgorga dalle sue narici per dare vita alle immagini sacre che lo perseguitano di notte non esiste, e vedrete chi è più folle tra voi e lui. La faccenda è lunga nella storia della filosofia. Tuttavia, pare chiaro che dire “io credo che la sedia esista” significa aprire alla possibilità della sua inesistenza. Sentite come è timorosa la frase “credo che la sedia esista”, induce la realtà della cosa a una valutazione del tutto personale, che non ha valore oggettivo. Se una cosa esiste, deve esistere per tutti, altrimenti si rischia il solipsismo e insieme agli oggetti proverete la vertigine che anche voi forse non esistete e altro non potete fare che fidarvi di ciò che vedete per salvarvi dalla paranoia di scomparire.
Tuttavia, se vi fidate dell’esistenza delle cose, non ne potete essere certi, perché avere fiducia significa proiettare delle aspettive su qualcosa che ancora nel presente non si è verificato. Fidarsi dell’esistenza delle cose conferma perciò la loro inesistenza attuale.
Seguendo questa logica, i fedeli, i credenti, nel caso della religione, appaiono come i veri e unici atei possibili, negatori a priori dell’esistenza di Dio, per esempio.
Per concludere, le cose possono esistere o non esistere, ma qualora esistessero, l’unico modo per esserne certi è non crederci.

LEWIS BALTZ – LA CONCRETEZZA DEL NULLA

Verso la metà degli anni sessanta Lewis Baltz raccoglie una serie di fotografie raggruppandole sotto il nome di Prototypes. In queste immagini compaiono scenari urbani popolati da muri bianchi, finestre, automobili e case nelle quali non succede nulla. Nel suo lavoro Baltz si limita a registrare asetticamente il reale lasciando emergere dalle forme ordinarie dei luoghi la sensazione vivida che qualsiasi cosa nella sua concretezza sia del tutto vana.

Gli elementi delle fotografie sono privi di enfasi e svuotati di un’identità specifica. Ciò che seduce non è la vivacità dei colori o gli aspetti monumentali della scenografia ma la manifestazione di un ordine statico ridotto alla semplice presenza.

Lewis Baltz - Prototypes

Lewis Baltz – Prototypes

Per mezzo di un raffinato equilibrio tecnico, nei prototypes, Baltz coniuga le forme spaziali presenti nel paesaggio con le forme della sua personale ricerca stilistica. Il suo sguardo analitico, condotto attraverso le prospettive regolari e i tratti essenziali della fotografia minimalista, sospende gli oggetti in una dimensione originaria e impersonale. Nonostante l’aria rarefatta delle atmosfere, gli oggetti sulla scena sono figure fisiche vere e proprie, non mere rappresentazioni di cose e, sebbene la fotografia li tratti solo come segni del loro essere nel mondo, questi oggetti non rimandano a nessuna alterità diversa da loro stessi. Nelle fotografie di Lewis Baltz nessun mondo migliore ci aspetta al di là di quello che si mostra, non c’è nessun significato dietro i muri bianchi delle vie desolate e non troveremo nessun altro nero che non sia il nero di quelle finestre chiuse. Se Franco Fontana sosteneva che “il compito dell’arte è rendere visibile l’invisibile”, con Baltz il processo si ripiega su sé stesso. La sua fotografia non intende andare oltre a quello che appare e ci costringe a vedere quanto di solito escludiamo dalla nostra vista come privo di significato o banale. Il compito di Baltz è opposto e forse più arduo e paradossale rispetto a quello di Fontana. Baltz vuole rendere visibile il visibile.

Lewis Baltz

Lewis Baltz

Mediante questa ripetizione dell’identico dove la forma non vuole altro che se stessa, lo sguardo di Baltz fissa ininterrottamente la realtà quotidiana fino a far diventare un semplice muro bianco estraneo o extra-ordinario.

Il suo occhio raggiunge una posa talmente neutrale sulle cose da disorientare la nostra visione per condurci verso un’esperienza percettiva senza riferimenti. Il nulla strabordante presente nella concretezza degli elementi diventa il soggetto della fotografia sollevato dall’incarico di comunicare qualcosa che non sia la sua inconsistenza.

L’immagine a questo punto si fa talmente autonoma da volersi presentare come oggetto indipendente dall’osservatore. Si ha l’impressione che anche la soggettività particolare di Baltz si annulli nel vuoto generale della scena come se a scattare quelle foto fosse stato un unico grande occhio senza nome. Chi guarda gli oggetti prototipici di Baltz deve rinunciare alla volontà di imprimere un ordine personale alla sensazione perché l’immagine rifiuta di farsi coinvolgere e ci tiene a distanza.

Point

Riconoscere semplicemente le figure esposte nella fotografia, meditando senza implicazioni su questa specie di grande e significativo nulla che è in fin dei conti il protagonista immanente della composizione, è l’unica cosa che possiamo fare.

Lewis Baltz era uno dei membri più rappresentativi del movimento dei “New Topographics”, un gruppo di artisti che si occupava di analizzare il rapporto tra l’uomo e la natura in contesti urbani, mediante la documentazione fotografica dell’intrusione industriale nel mondo.

I “New Topographics” fotografavano anche scene suburbane con motels, parcheggi, pompe di benzina, influenzando notevolmente artisti contemporanei come Andreas Gursky, Thomas Struth e Joel Sternfeld.

Attualmente Stephen Shore, l’unico dei “New Topographics” che lavora a colori, è uno dei pochi del gruppo ancora in vita.

Baltz Lewis

[Questo articolo è uscito su Artwort ]