Gattonormale

Mentre guardo alcune foto d’epoca dall’album di una famiglia di sconosciuti, mi rendo conto che un gatto di duecento anni fa, tenuto in braccio da una signora con un corpetto di seta ricamato sui bordi e le maniche di un vestito che ormai nessuno indosserebbe più, è uguale in tutto e per tutto a un gatto di adesso. Stessa posa, stessa pelliccia. Un gatto normale, di quelli che puoi vedere tutti i giorni per strada. catb

Non è la prima volta che vedo un gatto in una foto antica, però solo ora mi rendo conto della loro esistenza sincronica tra presente e passato. Sono esseri senza tempo e questo per me fa dei gatti, e di tutti gli animali in generale, entità ancora più misteriose, anime eterne e incomprensibili, assolutamente diversi da me. Sarà che i gatti non indossano vestiti, sarà che non hanno moda e neppure cultura, né linguaggi e né influenze di altre società di gatti che portano nuovi stili di vita e scoperte culinarie o musicali, dato che non hanno né cucina né musica, sarà in fine che i gatti non sono uomini, ma questa è una cosa, come dire, risaputa, invece non so ancora come definire l’impressione che ho avuto rispetto alla consapevolezza di questi esseri privi di storia che ci girano intorno e per i quali non cambia nulla da secoli.

Cosa fa di un fotografo un fotografo? Il caso di Agoraphobictraveller

Si dice che con l’avvento degli smartphone la fotografia sia diventata una pratica “democratica”. Ma è solo l’accesso ai mezzi di riproduzione delle immagini a essere democratico, non la fotografia.

Il fatto che tutti sappiamo scrivere non fa di noi degli scrittori. Il fatto che tutti possiamo fare delle foto non fa di noi dei fotografi. Queste cose le sappiamo, ma è meglio ribadirle, in un mondo dove tutti sono scrittori e tutti sono fotografi, me compreso.

Dico questo perché durante uno scroll annoiato della home di instagram, mi sono imbattuto sul profilo di Jacqui Kenny, in arte Agoraphobictraveller, sul quale scrive: “Agoraphobia & anxiety limit my ability to travel, so I’ve found another’s way to see the world.” Questo “another’s way” è la mappa di google streetview.

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Le sue immagini sono degli screenshot presi dai luoghi fotografati dalla macchina di google che gira random tra i deserti del Sud America o dell’Asia, tra le poco popolose città del Messico e le colorate casette del Perù, registrando a caso, e con tutta la stupidità tipica delle macchine, situazioni veramente singolari, che rimarrebbero solo inutili acquisizioni di dati se non ci fosse l’occhio di Agoraphobictraveller a selezionarli e trasferirli su instagram.

Questa del trasferimento è secondo me la prima cosa che fa delle sue foto non semplici immagini, ma opere vere e proprie, e che ci tira subito fuori dalla tanto decantata democraticità della fotografia.

Avete presente il discorso che faceva Duchamp con i ready made?
Lui sosteneva che un oggetto di uso comune, se trasferito in un contesto museale, assume automaticamente lo statuto di opera d’arte.

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Con le foto di Agoraphobictraveller succede la stessa cosa. Il gesto di portare queste immagini da un luogo anonimo come googlestreetwiev a uno deputato alla loro raccolta, fa di queste immagini delle opere d’arte e di lei una vera autrice, sebbene non abbia scattato nessuna di queste foto in prima persona.

Da qui ne segue perciò anche un discorso sul senso dell’autorialità nella fotografia. Perché se una macchina cattura autonomamente per noi delle porzioni di mondo, allora è vero che per fare un fotografo non c’è bisogno di qualcuno che faccia click, né tantomeno possedere un telefono da mille euro o una reflex con obiettivi telescopici. Basta delegare al dispositivo la facoltà di cattura e la foto è fatta.

(Si pensi anche ai telefoni di ultima generazione. Alcuni decidono di sottoporci le immagini che ritengono migliori per correttezza espositiva, luce e composizione. Così il rischio che si corre è veramente quello della “democraticità” della fotografia nell’appiattimento di un occhio standardizzato dalla tecnologia).

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Perciò mi chiedo: un fotografo è colui che preme il bottone o colui che riconosce il significato estetico o semiologicodelle immagini e che comprende la peculiarità di un evento estrapolandolo dal flusso delle percezioni pur senza fermarle in un frame?

Perché se il fotografo è solo colui che preme il bottone, come vorrebbero farci credere coloro che sostengono la “democraticità” delle fotografia allora, nel caso di Agoraphobictraveller, l’autore delle foto è la stupida macchina di google che non sa assolutamente cosa sta facendo.

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Invece, se per essere un fotografo è necessario possedere uno sguardopersonale sul mondo fatto di esperienze, letture, sensazioni vissute e sopratutto studio e visione costante di immagini, lavoro sul linguaggio visivo, conoscenza della composizione, approfondimento e ricerca, allora non c’è nemmeno bisogno di fotografare, così come dimostra Agoraphobictraveller.

[Dopo aver ammirato il suo lavoro su instagram ho parlato con Jacqui Kenny (Agoraphobictraveller) sulla chat. Mi ha detto che si occupa di direzione della fotografia per il cinema e i suoi fotografi preferiti, sui quali ha studiato, sono: John Divola, Stephen Shore, Peter Granser, David Hockney e Massimo Vitali]

Se volete rifarvi gli occhi, visitate la sua pagina https://www.instagram.com/streetview.portraits/?hl=it

Diciamo “no” alla natura (una constatazione)

A noi, della natura, ce ne frega poco o nulla. Ha sempre occupato un posto trascurabile nei nostri affari, e se dobbiamo metterla da parte, lo facciamo senza troppi problemi.
Per essere semplici: dobbiamo espletare i nostri bisogni? Potremmo farli nell’aiuola del ristorante, ma diciamo un severo no all’istinto, ci tratteniamo, andiamo in bagno, e se non possiamo andare in bagno ce la teniamo. Semplice. Naturale, non lo è per nulla.
Preferiremmo farcela addosso piuttosto che passare per qualcuno che non sa trattenere gli stimoli. Preferiamo essere accettati socialmente anzichè soddisfare bisogni immediati e “naturali” che ci farebbero capitolare nel regime degli animali. Anche se la perdiamo di continuo, la cosa alla quale teniamo di più è probabilmente la dignità, altro che la natura.
La cosa più naturale che facciamo è dirgli di “no”, e questo energico “no” ci lancia subito in una dimensione morale. Poter scegliere di non reagire agli impulsi, di non essere sottoposti alla dittatura dello stimolo, di trascendere il corpo con la mente, è la grande libertà dell’uomo.
A partire da questo “no” abbiamo costruito la società con tutti i suoi limiti e le sue regole. Abbiamo innalzato palazzi per “non” stare nelle grotte, macchine per “non” camminare, bottiglie per “non” andare al fiume (e anticipare in questo modo il bisogno di bere). Con il “no” alla natura prevediamo il futuro. Con il “no” abbiamo fondato non solo tutto quello che c’è ma anche tutto quello che non c’è. Oltre che morale, la questione è pure onotologica.
Dicendo no all’ambiente circostante, cosa che facciamo continuamente, apriamo un mondo infinito di possibilità immaginarie ma reali, e tutto il nostro lavoro, la nostra angoscia, che è anche la nostra libertà, sta nel cercare di far diventare questa potenzialità attuale. Negare la natura è il primo atto con il quale l’uomo si fa uomo.

DICIAMO “NO” ALLA NATURA, ODE AL SUPERFLUO (Parte prima)

Esistono persone grasse, ma avete mai visto un cavallo obeso correre libero per i campi? L’obesità può essere una cosa normale negli umani, ma non è una cosa “naturale”. La gente non mangia perché ha fame, la gente mangia perché desidera di più rispetto a ciò che la natura offre. È questa la nostra malattia endogena. Siamo vuoti e non sappiamo come riempirci. Ma cosa crea questo vuoto? Di certo non la natura, essa non ha mancanze da colmare. Un cavallo non vuole nulla al di là di ciò che la natura gli dà.
La mancanza è la nostra essenza. Da quando abbiamo perso la pelliccia, abbiamo dovuto inventare i vestiti per coprirci e il fuoco per scaldarci. Nessun altro animale fa cose del genere, nessuna altra specie ha il fuoco.
Ribellandoci, dicendo “no” al freddo naturale dell’inverno, abbiamo immaginato il caldo e elaborato una strategia per ottenerlo.
Noi siamo esseri desideranti perché siamo profondamente mancanti e adesso, a colmare questa mancanza, ci pensa il capitalismo, producendo cose da consumare per la nostra fame bulimica di essere qualcuno possedendo qualcosa.