Cosa fa di un fotografo un fotografo? Il caso di Agoraphobictraveller

Si dice che con l’avvento degli smartphone la fotografia sia diventata una pratica “democratica”. Ma è solo l’accesso ai mezzi di riproduzione delle immagini a essere democratico, non la fotografia.

Il fatto che tutti sappiamo scrivere non fa di noi degli scrittori. Il fatto che tutti possiamo fare delle foto non fa di noi dei fotografi. Queste cose le sappiamo, ma è meglio ribadirle, in un mondo dove tutti sono scrittori e tutti sono fotografi, me compreso.

Dico questo perché durante uno scroll annoiato della home di instagram, mi sono imbattuto sul profilo di Jacqui Kenny, in arte Agoraphobictraveller, sul quale scrive: “Agoraphobia & anxiety limit my ability to travel, so I’ve found another’s way to see the world.” Questo “another’s way” è la mappa di google streetview.

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Le sue immagini sono degli screenshot presi dai luoghi fotografati dalla macchina di google che gira random tra i deserti del Sud America o dell’Asia, tra le poco popolose città del Messico e le colorate casette del Perù, registrando a caso, e con tutta la stupidità tipica delle macchine, situazioni veramente singolari, che rimarrebbero solo inutili acquisizioni di dati se non ci fosse l’occhio di Agoraphobictraveller a selezionarli e trasferirli su instagram.

Questa del trasferimento è secondo me la prima cosa che fa delle sue foto non semplici immagini, ma opere vere e proprie, e che ci tira subito fuori dalla tanto decantata democraticità della fotografia.

Avete presente il discorso che faceva Duchamp con i ready made?
Lui sosteneva che un oggetto di uso comune, se trasferito in un contesto museale, assume automaticamente lo statuto di opera d’arte.

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Con le foto di Agoraphobictraveller succede la stessa cosa. Il gesto di portare queste immagini da un luogo anonimo come googlestreetwiev a uno deputato alla loro raccolta, fa di queste immagini delle opere d’arte e di lei una vera autrice, sebbene non abbia scattato nessuna di queste foto in prima persona.

Da qui ne segue perciò anche un discorso sul senso dell’autorialità nella fotografia. Perché se una macchina cattura autonomamente per noi delle porzioni di mondo, allora è vero che per fare un fotografo non c’è bisogno di qualcuno che faccia click, né tantomeno possedere un telefono da mille euro o una reflex con obiettivi telescopici. Basta delegare al dispositivo la facoltà di cattura e la foto è fatta.

(Si pensi anche ai telefoni di ultima generazione. Alcuni decidono di sottoporci le immagini che ritengono migliori per correttezza espositiva, luce e composizione. Così il rischio che si corre è veramente quello della “democraticità” della fotografia nell’appiattimento di un occhio standardizzato dalla tecnologia).

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Perciò mi chiedo: un fotografo è colui che preme il bottone o colui che riconosce il significato estetico o semiologicodelle immagini e che comprende la peculiarità di un evento estrapolandolo dal flusso delle percezioni pur senza fermarle in un frame?

Perché se il fotografo è solo colui che preme il bottone, come vorrebbero farci credere coloro che sostengono la “democraticità” delle fotografia allora, nel caso di Agoraphobictraveller, l’autore delle foto è la stupida macchina di google che non sa assolutamente cosa sta facendo.

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Invece, se per essere un fotografo è necessario possedere uno sguardopersonale sul mondo fatto di esperienze, letture, sensazioni vissute e sopratutto studio e visione costante di immagini, lavoro sul linguaggio visivo, conoscenza della composizione, approfondimento e ricerca, allora non c’è nemmeno bisogno di fotografare, così come dimostra Agoraphobictraveller.

[Dopo aver ammirato il suo lavoro su instagram ho parlato con Jacqui Kenny (Agoraphobictraveller) sulla chat. Mi ha detto che si occupa di direzione della fotografia per il cinema e i suoi fotografi preferiti, sui quali ha studiato, sono: John Divola, Stephen Shore, Peter Granser, David Hockney e Massimo Vitali]

Se volete rifarvi gli occhi, visitate la sua pagina https://www.instagram.com/streetview.portraits/?hl=it

Perturbazioni 

Immersa nel sole era oggi la campagna. Ti invitava a splendere come lei, senza motivo. Una spirale di polvere si era sollevata nell’aria. Non mi avrebbe sorpreso questa piroetta se ad alzarla fosse stato il vento. Ma i fiori dei mandorli erano fermi come ferma sembrava tutta la terra a quell’ora. Lì intorno c’ero solo io, o forse no.

Non sappiamo altro.

L’altro giorno era S. Lucia e allora sono andato a visitare la chiesa di S. Lucia.
Quando sarà S. Giorgio andrò a visitare la chiesa di S. Giorgio, quando sarà S. Pietro andrò a visitare la chiesa di San Pietro, quando sarà San Nicola andrò a visitare la chiesa di San Nicola e la chiesa di Santa Teresa quando sarà Santa Teresa.

Le altre novantasette chiese di Modica, se ancora esistono, le visiterò pure quando sarà.
Intanto l’altro giorno era Santa Lucia e quindi sono andato a visitare la chiesa di Santa Lucia che ancora esiste.

Per raggiungere la chiesa di Santa Lucia si attraversa un intreccio di vicoli freschi e silenziosi ma popolati, una specie di trasposizione geografica di una ruminatio della coscienza, per dirla in Loyoliano modo.

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La chiesa di Santa Lucia, mi ha detto Armando, è stata edificata nel 1119 e poi nei primi del 1600 ma prima nel 1119.
“L’attuale facciata è di impostazione secentesca e non presenta particolari elementi architettonici di rilievo”, ha detto Armando.
L’attuale facciata è di impostazione secentesca e non presenta particolari elementi architettonici di rilievo, perciò.

Dentro la chiesa di Santa Lucia c’è un’acquasantiera del 500 mi ha detto Armando, resistita al terremoto del milleseicentonovantatre che distrusse tutta la città nel milleseicentonovantatre.

Armando ha detto che l’acquasantiera è “in marmo, autori anonimi. Di sapore rinascimentale (primo 500).”

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– “Carini questi angioletti, Armando.”
– “I puttini a rilievo rimandano alla scuola dei pisani”, ha detto Armando.

Il terremoto distrusse tante altre cose, rase al suolo la città completamente distrutta. L’acquasantiera di Santa Lucia rimase intatta per fortuna.

Mi ha detto Armando che “ l’interno, rimodulato nel settecento, presenta diverse opere di interesse storico artistico, tra le quali spicca un’acquasantiera in stile rinascimentale” , appunto, “e una tela anonima raffigurante personaggi legati al governatorato della contea di Modica.”

E infatti c’è un quadro raffigurante personaggi legati al governatorato della contea di Modica, proprio come ha detto Armando.
Eccolo:

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Per raggiungere Santa Lucia, sui muri delle antiche casette così vicine, alle volte, un microclima di umidità dà vita a morbida mucillagine, muffe e vegetazione rampicante, alle volte.

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“Si sostiene che i primi cristiani, dopo la riconquista, avessero appunto gia’stabilito un culto alla santa siracusana anche perche’, poco piu’ avanti si trovano delle grotte adibite a culto gia’ dal quarto secolo dopo crishhhto.” (cit. Armando)

Santa Lucia fu uccisa con una pugnalata al collo e gli occhi gli strapparono dalle orbite. Fonte: la signora Maria, quella del pane.
Santa Lucia fu uccisa con una pugnalata al collo e gli occhi gli strapparono dalle orbite. Fonte: la signora Maria, quella del pane.

Tutte queste cose sulla chiesetta di Santa Lucia io manco le sapevo e per fortuna che Armando ne sa a pacchi di storia locale e non che si intreccia con la storia del mondo che si intreccia con la storia locale e non.

pacchi

Ma adesso parliamo delle reliquie.

“reliquia argentea di santa lucia databile tra la fine del seicento e primi del settecento. Queste reliquie pare venissero prese dalle catacombe romane, incastonate in urne argentee punzonate e firmate con gli stemmi dei consolati siciliani piu’ importanti, tra i quali: Palermo, Messina, Acireale, Trapani.

Così il pellegrinaggio alla chiesa di Santa Lucia si è concluso alla chiesa di Santa Lucia.

“Su S. Lucia, a parte qualche dettaglio sulla due pale secentesche, non sappiamo altro.” Ha detto Armando.

Non sappiamo altro.