Ghostwriter Mentalcoach

Sto aiutando un cliente a scrivere un libro su di sé e sulla sua professione, in qualità di editor e ghostwriter. Questa persona fa un lavoro molto particolare: è un mentalcoach, una specie di allenatore della mente per manager e professionisti.
Al di là delle considerazioni politiche che si possono fare su un discorso che prende in esame i sentimenti del capitale umano per metterli a produzione, ci sono tre principi fondamentali su cui vale la pena soffermarsi: la self Awareness, cioè la consapevolezza del proprio stato attuale, la self Direction, ovvero la direzione che si vuole intraprendere una volta consapevoli e la self Management, la capacità di gestirsi sulla via dell’obiettivo.
Il manuale non si riferisce solo ai top manager che vogliono costruirsi una leadership basata su principi etici, ma anche a gente come noi che a volte non sa dove andare.
Ho sempre diffidato delle tecniche di ottimizzazione del sè, ma devo dire che sto imparando delle cose molto utili, almeno fino a quando il capitalismo continuerà ad appropriarsi della dimensione psichica e spirituale degli uomini per metterla a valore.
Il libro uscirà prima dell’estate, si spera. Nell’attesa di una nuova era socialista che ci libererà dall’imperativo della performance, potreste leggerlo.

Sanremo critica e Mahmood

Per quanto possano sembrare alla mercé di tutti, i giudizi sulle questioni culturali, come la musica o l’arte in generale, non sono opinabili se il nostro parere non segue un metodo scientifico altrettanto serio quanto quello che ha seguito la persona preparata a formularli.
Il critico musicale è consapevole di ciò che sceglie e delle conseguenze che le sue opinioni hanno sulle persone, sulla qualità dei loro ascolti. Nel suo campo ha la stessa dignità di un medico che vi prescrive una pillola.
Il critico comprende la qualità, i mezzi, il lavoro che sta dietro a ciò che elegge come buono e giusto. Il critico sa quello che fa. Ha studiato, ha ascoltato, non è arrivato di fronte alla tv per una consuetudine popolare. Non torna a guidare il tram dopo Sanremo. Torna a studiare, a scrivere, a ascoltare per il resto dei suoi giorni. Dedica la sua vita alla materia, per discernere e capire sempre più a fondo i motivi, le inclinazioni, i contesti. Per questo lo specialista in fatti culturali ha anche una responsabilità sociale, politica, ha il compito di dirigere il gusto, di mostrare una via perseguibile per il bene dell’orecchio comune.
Ha la stessa rispettabilità di un ingegnere quando progetta un ponte. Nel suo campo sa cosa è bene e cosa è male, e lo sa più di noi. Non c’è motivo perciò di vergognarsi, né tanto meno di indignarsi, ma si può solo accettare con umiltà la sua posizione e provare a capire. Uno nei fatti culturali può permettersi di dire che qualcosa non piace, basandosi su una sensazione superficiale che nulla ha in comune con l’ascolto profondo, regolato da un rigoroso metodo di indagine. Certo, il critico può sbagliare, ma la nostra sensazione e la nostra opinione senza struttura hanno la stessa consistenza del fiato sprecato. Inoltre, se sbaglia lo specialista, figuriamoci noi, che non ne sappiamo nulla.

Qui sotto la canzone di uno che sa cantare. Mahmood

 

Non c’è follia più grande che credersi un io – spunti per darsi una regolata

Nessuno dice nulla di nuovo, sopratutto se quello di cui blatera riguarda fenomeni culturali che vanno oltre la propria sfera personale.
Come ebbe a dire Heidegger, “noi non parliamo un linguaggio, ma siamo parlati dal linguaggio”. I pensieri e le parole sono nell’aria, li raccogliamo come fossero mele dagli alberi e poi diciamo che sono nostri, quando in realtà non appartengono a nessuno. Le povere individualità che pensiamo di essere, i nostri fragili io, sono solo canali attraversati dal grande flusso della cultura in cui viviamo, dispositivi di orientamento che danno l’impressione di essere qualcuno o qualcosa, di avere una identità, ma in realtà non siamo nessuno, non possediamo nulla, nemmeno i nostri pensieri, nemmeno noi stessi.
L’io è solo una rappresentazione immaginifica di Sé, perciò non credeteci troppo quando cominciate una frase con “io penso” o “io sono”. Come suggerì Lacan, e adesso la smetto con le citazioni, ma le uso giusto per confermare il fatto che non diciamo nulla di nuovo: “non c’è follia più grande che credersi un io”.

 

Vino – Percezione, linguaggio e assaggio. Analisi sensoriale al limite

Gli ospiti sconosciuti seduti al mio tavolo ordinarono un vino di non so quale pregiata cantina. Mi consigliarono di smettere con quello che stavo bevendo e di cambiare bicchiere, per assaggiare la bottiglia appena stappata.
Io non ho mai capito nulla di vini. Comprendo solo se uno mi piace oppure no, ma a questo ci arrivano tutti. Per il resto potrei bere cose che si fermano a un attimo prima dell’aceto, e non farebbe alcuna differenza per il mio palato. Gli ospiti mi suggerirono di stare attento stavolta a ciò che avrei provato e di ricollegare le sensazioni suscitate dal vino ad antiche memorie, per vedere cosa ne veniva fuori, quale interpretazione, quale sinestesia, ma sopratutto quale mia abilità nel leggere il senso di ciò che stavo gustando, dato che mi stavano mettendo alla prova sin dal pomeriggio.
È così che si decifra la qualità e l’intensità del vino, a partire dalle proprie esperienze, mi disse quello che versava, è in questo modo che dentro puoi trovare il sapore acido del becco della molfetta e l’asprezza del muschio sulla corteccia dell’arancio. Provai, ero già al terzo bicchiere del mio buon Syrah scelto a caso dalla carta, se risalivo alle vecchie memorie mi veniva solo l’angoscia e forse anche per noia non seguii il metodo suggerito. Ho detto loro che in quel momento preferivo affidarmi ad altre sensazioni procurate dal vino, all’incoscienza, forse; che di meditare e ricordare, proprio quella sera, non ne avevo voglia. Passai per sciatto, inabile a processare i sensi con l’intelletto; io, guardato dall’alto in basso da quei quattro intenditori in posa, da quei quattro burini vestiti bene. Mezz’ora dopo, quando eravamo già tutti belli alticci, rimediai con una dissertazione sul rapporto tra percezione e linguaggio in Brodovskij e Neillsam. Quello era il tema, ma non dissi nulla di sensato a riguardo. Inventai teorie di sana pianta, così come i dati e i nomi di filosofi mai esistiti tipo Brodovskij e Neillsam, appunto. Probabilmente il vino mi dava una certa sicurezza nell’esporre tali falsità e supercazzole che i miei commensali ci credettero, confermando tutte le ipotesi e le conclusioni avanzate con cenni di assenso e compiacimento, e fu subito chiaro che si intendevano anche di quello.
Provai tenerezza per loro e mi sentii un po’ in colpa per averli presi in giro. Dichiarai a me stesso che era una rivincita di basso livello e che ero molto lontano dall’idea di saggezza che cercavo di perseguire nei rapporti con gli altri. Tuttavia diventammo amici per quella sera. Non li rividi mai più.
Roma, ottobre 2018

Oki, mal di testa e trascendenza

Mi sono appena svegliato e sto aspettando che salga il caffè. Nel frattempo potete prendere un Oki se avete mal di testa, a stomaco pieno però. Io ne prenderò uno dopo pranzo, infatti. Cerco sempre di posticipare l’assunzione di medicinali, almeno fino a quando il dolore non si placa da sé. A volte me lo tengo per un giorno intero, non perché mi piaccia soffrire o perché io sia contro i rimedi farmaceutici, ma perché resistere è giusto. Resistenza è il dominio della trascendenza, la grande possibilità dell’uomo di rendersi libero, di andare oltre la sua fisiologia e di dire “no”, non ci sto. È un’ottima disciplina, è libertà. Differite l’oki se potete, per vincere su voi stessi e sulla natura.

Deserti

In molte tradizioni religiose le figure messianiche si ritirano in luoghi isolati o scompaiono per mesi. Maometto va a vivere in una grotta sul monte Hira, Buddha trascorrerà anni di ascesi in lande desolate, Gesù vagherà per quaranta giorni nel deserto in preda alle tentazioni del Male e alla miseria della solitudine.

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L’immagine del deserto ritorna sempre come un luogo da attraversare per mettersi alla prova e discernere la propria voce tra quelle che assediano lo spirito.


È un’esperienza di perdita, di smarrimento, ma anche di riconquista di sé


 

vasi

Scissione e abbandono delle forme inautentiche dell’essere, riscoprerta di una solidità centrale nella quale si annientano le forze disgreganti prodotte dalle attività caotico/pulsionali della società.
 

Versione 2

Essere nel deserto significa fare deserto di sé, svuotarsi dalle forme rigide dell’io per assumere la dimensione impersonale che abbiamo in comune con la pianta e l’animale.
Nel Deserto non c’è forma ideologica da raggiungere.
È un luogo senza lotta, superficie liscia nella quale i fenomeni si equivalgono in un territorio immobile ed eterno.
È nel Deserto che si comprende come il concetto di infinito non è solo una produzione metafisica dell’intelletto, ma una dimensione reale che si può sperimentare materialmente. 
 

Gattonormale

Mentre guardo alcune foto d’epoca dall’album di una famiglia di sconosciuti, mi rendo conto che un gatto di duecento anni fa, tenuto in braccio da una signora con un corpetto di seta ricamato sui bordi e le maniche di un vestito che ormai nessuno indosserebbe più, è uguale in tutto e per tutto a un gatto di adesso. Stessa posa, stessa pelliccia. Un gatto normale, di quelli che puoi vedere tutti i giorni per strada. catb

Non è la prima volta che vedo un gatto in una foto antica, però solo ora mi rendo conto della loro esistenza sincronica tra presente e passato. Sono esseri senza tempo e questo per me fa dei gatti, e di tutti gli animali in generale, entità ancora più misteriose, anime eterne e incomprensibili, assolutamente diversi da me. Sarà che i gatti non indossano vestiti, sarà che non hanno moda e neppure cultura, né linguaggi e né influenze di altre società di gatti che portano nuovi stili di vita e scoperte culinarie o musicali, dato che non hanno né cucina né musica, sarà in fine che i gatti non sono uomini, ma questa è una cosa, come dire, risaputa, invece non so ancora come definire l’impressione che ho avuto rispetto alla consapevolezza di questi esseri privi di storia che ci girano intorno e per i quali non cambia nulla da secoli.

Io è un altro

Grazie

Sono entrato in un negozio per comprare il cappello bordò esposto in vetrina. Un cappello bordò, chissà quale tono avrei voluto darmi con un cappello bordò? (Lo so che bordò non si scrive bordò, ma mi scoccia scrivere bourdeaux perché è troppo lungo, perciò, per essere brevi, scrivo bordò, dato che ho già ripetuto tre volte il nome di questo colore e non vorrei ancora dilungarmi sul perché scrivo bordò anziché bourdeaux) comunque, a quel tempo avevo questa voglia di cappello bordò perché pensavo di
abbinarlo alle scarpe scamosciate beish viste esposte in un altro negozio.

Le scarpe scamosciate beish, chissà cosa mi passava per la testa, che tono avrei voluto darmi con le scarpe scamosciate beish? (Lo so che beish non si scrive beish, ma mi scoccia scrivere beige perché ha la stessa lunghezza di beish, quindi nell’ottica di una economia della comunicazione non cambia nulla, perciò lo scrivo come mi pare: beish. E poi questa è la mia pagina e se voglio inventare parole le invento senza ma, ok?)

Chissà che tono, perciò, avrei voluto darmi. Ma perché adesso mi piacciono le scarpe beish e il cappello bordò? Ho pensato. Forse la gente di queste zone influenza il mio gusto? Qui ci tengono al colore delle scarpe e non vorrei turbare il loro ordine estetico sbagliando abbinamento, perciò è probabile che il mio inconscio ritene che il beish e il bordò possono andare bene insieme, e infatti, appena ho visto il cappello bordò, ho detto subito me lo compro, anche se mi fa cacare, così i miei vicini saranno tranquilli.

Mi sacrifico, mortifico me stesso per loro, non c’è problema, che essere me stesso solo guai mi ha causato da queste parti. Quindi, state tranquilli, vicini, tranquilli che diventerò come voi. Sono entrato perciò in negozio, ho provato il cappello bordò, e mi stava malissimo, era perfetto per i miei vicini, proprio una merda. Mi guarderanno con altri occhi, ho pensato, i loro occhi, che stanno diventando i miei occhi, finalmente, che non voglio più sentirmi diverso da queste parti. Ma quando ho girato l’etichetta per vederne il prezzo, un calendario di emozioni, dall’uno dell’imbarazzo al ventinove della colpa, mi ha sovrastato, risolvendosi però in un trenta di orgoglio per il fatto che io io, proprio io, allora, sono un altro.

etica pratica

ciab
Mi era di fronte. Io con uno starter-pack da spiaggia fornito di tamburelli, asciugamano, libro, telefono. Lui, così. Con le mani aperte ad abbracciare il sole, e i piedi nella sabbia.
Si vedeva, era rilassato, cedeva il suo muscolo come la carne che aveva addosso: sporgenze lipidiche srotolate sulla intima fascia d’elastico a mutanda, che regge panza e sostanza. Godeva, del massaggio di sabbia, delle dunette asciutte che aderivano perfette alla sua curva plantare. Non potevano certo essere degli infradito a ostacolare il piacere al contatto. Non potevano certo essere ciabatte a evitare che il vento gli passasse tra le dita e le dita tra i capelli. Non poteva certo tenerle in mano, non poteva certo indossarle ai piedi.
Doveva portarle con sé, le ciabatte, senza abbandonarle in attesa su un frantume di pietra o in un covo d’arenaria. Altrimenti sarebbero state preda facile del gioco di ignoti o ladri di scarpe. Doveva tenerle perciò, lo avrebbero salvato poi al ritorno dalle punture di scoglio rotto, dai residui di roccia erosa dall’onda che sbatte e trasforma. Punge anche i calli a camminarci sopra, la roccia. Oppure dalla risalita scivolosa sulla banchina dopo il tuffo più alto, al tramonto, prima di tornare a casa. Camminava perciò così sulla riva, in mutande, con le ciabatte nelle mutande. L’uomo pratico che non rinuncia a nulla. L’uomo della conservazione e dell’accrescimento, l’uomo egheliano, l’uomo della Storia, l’uomo politico, l’uomo libero, l’uomo con le ciabatte nel culo.

Suca – breve analisi semiotico/geografica dell’espressione

L’espressione “suca” mette immediatamente l’altro in una condizione di subalternità. Se dico a qualcuno “Tu me la puoi s****e” significa che l’altro, in un determinato campo o a determinate condizioni, è talmente inferiore a me che può solo praticarmi del sesso orale, ovvero può solo s****e. Se continuiamo a usare correntemente questa espressione, rischiamo che qualcuno consideri la fellatio una pratica di sottomissione, prima ancora che un modo per dare piacere all’altro. Il verbo sucare può essere coniugato solo al maschile e quindi è legittimo che qualcuno guardi all’atto con sospetto.

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Img. di Alphachannelling

Nessuno sucherà più con disinvoltura se di volta in volta dovrà riconsiderare il suo ruolo all’interno della dinamica di potere espressa nell’oralità. La lingua è sempre stato il mezzo attraverso il quale il maschio ha esercitato la sua prepotenza nei secoli. Basta pensare al fatto che per indicare l’intera umanità si usa la parola “uomo” o che i nomi di molte professioni sono declinati solo al maschile. Forse potremmo dire “lecca” al posto di “suca” per dare parità di genere all’insulto, ma sarebbe ridicolo quanto dire “magistrata” o “presidenta”, e non c’è proprio paragone tra un bel “suuuucaaa!” e un soave “leccamela”.
Il dilemma non è solo linguistico o di genere, ma proviene anche dalla posizione geografico/anatomica nella quale sono collocati i genitali. Nel linguaggio metaforico che usiamo tutti i giorni, le dimensioni spaziali “alto e basso” assumono una connotazione morale, o di stato, positiva o negativa. Se dico “mi sento giù” significa che sto male, se invece dico “mi sento su” allora voglio dire che sto bene; una cosa “alta” è lodevole, una cosa “bassa” è spregevole. I genitali sono posti in basso e anche per questo, probabilmente, sono stati considerati talmente miserabili da doverli coprire.
(Sul motivo della copertura dei genitali esistono molte teorie, quella più accreditata sostiene che abbiamo cominciato a coprirli quando gli ominidi hanno iniziato a camminare in posizione eretta. La copertura dei genitali era diventata un modo per proteggerli da eventuali urti o ferite provocati dalla loro totale esposizione. Nei millenni, questa esigenza protettiva si è sedimentata fino a tramutarsi nel tabù della nudità). Il sucare costringe ad “abbassarsi”, a mettersi in ginocchio, e questo può essere considerato un chiaro invito alla sottomissione. Ciò che può dare equilibrio all’esercizio del potere tra generi nello spazio sarebbe la dimensione ordinata del 69. Questa posizione favorisce l’orizzontalità, provoca un piacere dato e ricevuto alla stessa altezza e evita un indirizzo polarizzante del tipo alto/basso. Il 69 conferisce quindi una condizione di parità non solo sincronica, ma anche geografica e morale. Rimane però il fatto che al grido “sessantanove!”, al posto di “suca”, il nostro “nemico” potrebbe rispondere con un sarcastico “tombola!” e far ricadere su di noi il difetto di subalternità con un effetto boomerang.