D’INVERNO D’ESTATE (di Sepulveda Vereda)

Attigua alla corollaria, nello spiraglio di sorte che le pendeva di labbro (e nei moti delle mani, oh le mani), essa poteva davvero restare perfettamente immobile per ore, curvilinea e rattratta, con la schiena spaccata a metà su una seggiola grave e senza braccioli. Altalenava i gomiti a mo’ di crocicchio e, spandendo in fuori la forma dei seni, stava attenta, mi pare, a riprendere un appunto o chissà con occhiate infinite. D’un tratto sul volto si rimestava per caso un ciuffo sbadato, una setolina nerastra e corvina che svolazzava sottomento il tempo di ritrarlo con un gesto meccanico. Allora sbuffava e stropicciandosi gli occhi menava le labbra in forza d’uno sbadiglio. Rigirava l’incrocio delle gambe raffermandosi la calzamaglia; si sgranchiva le vertebre distendendo in alto l’apertura delle scapole come una tennista o una che pratica abitualmente lo yoga e, come ascendendo, ributtava in dentro il mento contro il petto piano.
La stanchezza gliela si poteva leggere addosso; nell’asola delle spalle arcuate, nelle curvature del dorso, nel modo come la palma della mano le reggeva la fronte. Povera creatura assopita!, mi sbofonchiò un posticino sotto al cuore. E subito quella, rattrappandosi invero piuttosto coriacea, si rimise in calce al libello bordato di biologia molecolare che saldamente si sorreggeva sopra un banchetto fesso, fosco, intonacato cinereo; che d’altra parte era della medesima specie di quello sul quale allora io mi trovavo, costipato e non fermo, con la gamba che faceva su e giù, a schizzare a la china rossa suo nome di sconosciuta nell’incavo del muro.
Circuendola di baci immaginari, la vedevo assopirsi man mano come di sotto a un’arsura o a una vertigine. Vista l’ora, era di per sé comprensibile e si capiva che di lì a poco si sarebbe destata come da un lungo sonno sottoscritto da omeostasi e controfirmato in osmosi. Nondimeno, con la stessa determinatezza di un rash sottocutaneo recidivo a ogni sorta di composto farmacologico, essa persisteva con animo limpido ancora per un poco e, scartabellando un appunto dopo l’altro, sbatacchiava ormai all’aria le ultime risorse energetiche (per tutto il tempo si era infagottata di biscotti digestive), risagomandosi a forza di stasi la forma delle natiche.
A un dato momento la ragazza che mi piace si fermò, mise a folle e fece come una sosta immaginaria in un’area di servizio desertica. Sollevò la crina nerea e, ancora raccolta in se, guardò attorno con lo sguardo un poco vuoto stirando le indietro braccia la schiena diritta.
Stavamo in un’auletta con gli angoli imbitumati di polvere e altri rifiuti di ogni tipo. Una di quelle anguste aulette gestite da associazioni di studenti cattolici. Laggiù io ci scoprii un mondo intero. E mi trovai in mano, e in grembo e in feretro e in mente e in anima, qualcosa di originale.
Avevamo per cornice nient’altro che i filamenti luminescenti della luce al neon che saltellava. Sotto a un’arietta stantia e piena di riserbo, ammutolita, il mio personale dio fece in modo di farmi capitare qualcosa. Ripeto, qualcosa di molto originale. Almeno per me. Da allora grazie a quella che io definisco una magica troneggiante idiosincrasia del destino, una di quelle trovate che nessuno mai si sarebbe potuto immaginare né tantomeno avrebbe potuto prevedere, grazie a questa idiozia del destino, dicevo, la mia vita non fu più triste e opaca come lo era stata fino a un attimo prima.
Lei, più bella di milleuno stormi di storni intenti a veleggiare nei cieli chiazzati di cirenaica, più bella di un botticelli; meglio riuscita, in termini di proporzioni, di un galeone da ketch di scuola spagnola del sedicesimo secolo; più aerodinamica dell’impeto di una pallina da pingpong. Più spuria di una musica pop, ma pure più pop di una musica spuria. Era lei un omaggio all’armonia tonale, al cromatismo della bella stagione. Lei venere di schiuma da abuso di barbiturici, venere glabra, lei aromatizzata all’azalea; proprio lei io amai. Proprio lei mi amò per prima. Proprio a lei riuscii quel giorno, in un singolo moto dello sguardo, a rubare la promessa eretica di un amore per sempre. Ci innamorammo soltanto per usare un eufemismo. Fu facile come una partita a burraco.
*
Prima di accorgermi di lei, io ero intento a spiegazzare un po’ annoiato fogli aquattro con la massima attenzione e lì per lì appunto mi trovavo distratto nel portare avanti questa attività. Senza un motivo per vivere né uno per lasciarmi deperire di stenti, quel giorno mi sentivo del tutto normale. Cioè sempre un pochino vuoto. A un certo punto mi accorsi per caso di quella sagomina linfatica e selvaggia, seduta in disparte sei metri più in là, infondo alla sala. Nel cuore mi sussultò subito un terremoto. La mani costipate. Pur essendo a una certa distanza, mi sentivo tutto impacciato. In quel momento anche lei, scorgendomi tergo, s’avvide mi par di qualcosa di grosso (e non faccio per dire perché certe cose ormai le riconosco). Quando dico qualcosa di grosso intendo grosso in un senso morale. Ma per ora, in mancanza d’un lessico preciso, dirò semplicemente che si instillò tra noi, nello spazio fisico che ci separava, qualcosa di simile a un’opalescenza nuova. Non so se rendo l’idea.
Era molto speciale, diversa da tutte le altre eppure aveva un’aria come l’avessi già vista. Per intenderci, essa rassomigliava a una boa di segnalazione speciale apposta in mare aperto, alternativamente ad alta e bassa densità di oceano. Una specie di tassametro era, lontano mille miglia, obliterato e periferico, eppure ugualmente funzionante. Metaforicamente parlando, essa era forse di più una sorta di faro potentissimo, fisso, granulare, giustapposto sulla scogliera senza la benché minima ombra di risentimento. Di quello stesso tipo di faro segnalatore che io da un’ora e passa le avevo cacciato addosso come una spatola di unguento. Questo doveva averla fatta sentire osservata.
A quel punto s’accorse di me e per un attimo, un attimo, essa guardò così a fondo nei visceri più fondi dei miei iridi che lì per lì essi non seppero sostenere il capitombolo dei suoi occhi dentellati.
Fu un’autentica conquista. La più grande forse che mi sia mai stato dato di compiere. Il mio sguardo la catturò con la leggerezza di una mela che dirittamente si rovescia nel paniere per il solo attrito del mondo; come pesce fuor d’acqua che alacremente s’abbocca in piena estate di sotto a un cielo madido e zuccherato. Essa ricadde in me con la precisione di un tragitto rettilineo. Rimase davvero per qualche istante come completamente rappresa dalla coincidenza perfetta di quello sguardo reciproco, pieno di ormone e tramestio. Il fascio d’azoto liquido e propellente naturale che le promanavo a distanza con la sola forza delle pupille aveva avuto il potere di scoraggiare tutto quanto poteva restare al di fuori dai nostri furori, di deflazionarlo per intero. A questo modo, ogni cosa al suo cospetto di vergine si trasmutava in una mera corollaria. In un orpello, qualcosa di completamente secondario e di scarso valore. E un paesaggio qualsiasi, lasciandoci finalmente liberi nei nostri occhi l’un l’altro, faceva un fondale inodore alla bacinella delle nostre lacrime di coccodrillo.
Sono del tutto sicuro, oggi, di poter affermare che il nostro riguardarci avrebbe senz’altro detonato eroicamente in un intrigo di passioni ignifughe e roboanti. Ma peccato!, la beneamata copula da me assai sperata delle nostre membra innamorate (la deflagrazione del nostro proprio amor proprio) non sarebbe mai arrivata. Non sarebbe mai accaduta. Solo adesso ti voglio confessare per bizzarro che possa sembrare, che quella comunanza di vedute, quel grimaldello di bontà come mi piace chiamarlo, non durò lo spazio di una mezza frase, non quello di un attacco di tosse e neppure quello di una moneta che cade per sbaglio in una fessura di boccaporto. Fu veramente un attimo.
Ecco. A questo punto mi raccomanderà un untore un guaritore uno psichiatra. Che mi faccia uscire dal tunnel delle fantasie e delle sofisticazioni, insinuando in maniera sottile che sono affetto da sindrome da iperattività a contare cazzate; questo si dirà. In più ovviamente sosterrai che debbo smetterla una buona volta di tirarmi certi flash, che sono grande oramai per certi spassatempi adolescenti. Che se guardi negli occhi mezza volta una ragazza che ti piace e quella poco poco ricambia il tuo sguardo, ma anche ammettendo che ti sorridesse, non puoi automaticamente, così senza nemmeno parlarci, innamorartene e pensare al tempo stesso che quella sia così pazza o frustrata da condividere la tua smania compulsiva di trovare una ragazza che ti sopporti due minuti. Perciò devo rispondere che se pure la cosa fu poca roba rispetto ai tuoi canoni da grande amatore, non lo fu per i miei. Tu non conosci l’estasi, l’abolizione del tempo.
Forse fu davvero meno duratura d’un viaggio in ascensore o in tram, o del tempo d’attesa di fronte al chioschetto ortofrutticolo del mercato al coperto, ma poco importa. L’inordinata mescolanza di grevità e di splendore che due sconosciuti seppero ritrovare per caso un giorno d’estate uno nello sguardo dell’altro, si protrasse ti dico per certo mille volte più a lungo di molte altre cose che tu reputi nostrane. Qui non si tratta di misure quantitative. Un attimo è sempre un attimo. E nella sua evanescenza di tufo, la nostra cosa segreta durò beninteso più a lungo di molti cenni di saluto tra conoscenti raffazzonati per strada un po’ a caso; più a lungo ad esempio degli inciampi dei vecchi che cadono sui gradini scoscesi di una barriera architettonica come se ne vedono tanti. Più a lungo pure di un abbaglio fortuito mentre si fa un sorpasso azzardato in autobahn. Più a lungo inoltre dell’istante –che pure è dilatato- prima che tu possa veramente capire che hai superato una prova qualunque o passato un esame o cosa, quando per un momento resti impotente in quell’interstizio fesso che non è né sì né no.
Insomma là, sotto alla luce zampillante di un’auletta purulenta, noi abbiamo davvero per primi esperimentato qualcosina. Non so se rendo l’idea, ma lei, dopo quel gesto, veramente era basita e pazza di me e mi cercava con gli occhi tumidi di tanto tanto quand’ero chino a prendere una nota o cosa e non potevo spiarla. Ma è difficile così su due piedi suscitare a parole un sentimento magnifico, un moto interiore per niente emaciato; anzi largo, alacre, vivido e vegeto come il nostro.
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La ragazza che mi piace, la sua sola esistenza, ma intendiamoci anche il fatto che il fato fece sì che ci incontrassimo, furono la buona notizia. La cattiva invece era che quello stesso giorno aveva preso a fare un freddo porco. Così, all’improvviso, cominciò a fare un freddo fottuto. Sicuramente le condizioni climatiche influenzarono le nostre scelte. Questo però lo posso dire solo adesso che sono passati millenni. Per conto mio non sono mai stato un gran frequentatore di spazi pubblici, scuole, biblioteche e quant’altro, ma se nostro il incontro fortuito si svolse effettivamente all’interno di uno spazio municipale fu soprattutto in forza delle sfavorevoli condizioni metereologiche. Per la precisione si trattava della sala studio “G. Peroni”, intitolata così in onore del padre fondatore, un teologo da salamelecco in prepensionamento, di un certo ordine mendicante. O almeno così mi hanno detto. Un luogo comunque piuttosto noto ai più. In particolare esso godeva di una certa simpatia da parte dei suoi frequentatori perché stava all’epoca aperto tutti i giorni fino alle ventitré festivi compresi. Una vera testimonianza di stakanovismo cattolico. Oggi quella sala studio non esiste più e al suo posto hanno aperto un outlet di penne usate.
Là eravamo al riparo dalla transiberiana, risoluta e quanto mai caustica freddura che in quei giorni aveva attanagliato il mondo di fuori, esterno alle biblioteche come a tutti gli edifici adiacenti. E i nostri passi si erano mossi al sincrono ignari l’uno dell’altro per dirigersi del tutto casualmente nella stessa biblioteca. Non fummo però gli unici ad avere quella pensata.
Come il risultato scontato di un’equazione senza incognite, infatti, con l’arrivo del freddo un sacco di gente aveva preso a visitare più spesso la nostra biblioteca prediletta. Si poteva dire che stavano sempre là dentro. Ma la cosa curiosa era che essi formavano una massa così coreograficamente omogenea da sembrare quasi che il tutto fosse stato premeditato, che si fossero dati appuntamento; e si aveva l’impressione che facessero tutti quanti parte di un’unica grande squadra di volley oppure che era un gruppo di ciclisti in gara da qualche parte nelle vicinanze i quali, avendo dovuto interrompere gli allenamenti a causa del freddo fuori stagione, avevano casualmente finito per darsi appuntamento in quel posto così strano per dei tipi come loro con lo scopo di scambiarsi battute e simpatie da cicloamatori.
Questa però era una mia allucinazione. Molto semplicemente l’affluenza si spiegava col fatto che quella era la più calda fra le aule studio aperte tutti i giorni fino alle ventitré. E a questo proposito -se mi concedi un appunto- essa faceva un effetto simile, provenendo dal di fuori infreddoliti e con minuscole stalattiti attaccate alle sopracciglia, a quello soffice e termico di un abbraccio materno. Fatto sta che era una sala studio veramente affollata. Inoltre si capisce quanto fosse difficile trovare un posto. Certo, a meno che uno non ci andasse negli orari più remoti, più tardi, tipo tra le ventuno e le ventidue, quando tutti sono a farsi i cazzi loro e a nessuno verrebbe mai voglia di studiare. Ovviamente noi due eravamo tra questi.
C’eravamo insomma io e la ragazza che mi piace, e una manciata di altri, pochi; gli unici quella sera ad avere sfidato il gelo fuoristagione che induriva i calcagni e affettava gli spiriti e per conseguenza faceva magicamente sparire dalla tua testa qualsiasi impeto di ingegno.
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Per dirla con un’espressione giornalistica tratta dalla gazzetta universitaria, quei giorni la cittadella dell’università –il cuore pulsante della vita sociale in città, lo zoccolo duro di stili di militanza- era stata “inspiegabilmente affetta da un abbassamento esorbitante della temperatura fahrenheit”. Non ce ne eravamo accorti. La cosa curiosa poi fu che dopo qualche ora, pure la temperatura Celsius, col calare della prima, diminuiva man mano. E sebbene dapprima nessuno tenne in gran conto quella che era considerata niente più che una stranezza metereologica come ce ne sono tante, eravamo molto lontani, allora, dall’immaginare quello che ci sarebbe successo. Ma il fatto ancor più strano fu che fin dall’inizio accadde un fenomeno particolare. L’abbassamento della temperatura colpiva solo alcune parti della città, cioè a dire unicamente quelle centrali, e all’interno di queste coloro che patirono le maggiori sofferenze furono gli studenti fuori corso. Un’intera generazione.
Il freddo, che inizialmente venne da settentrione, rimase circoscritto principalmente attorno ai perimetri del quartiere universitario, che era situato in pieno centro. Avremmo di lì a poco sperimentato mortalmente lo stralcio e l’intoppo coi quali il freddo, inaspettato, fuori stagione ecc. ma pur sempre freddo, sarebbe stato capace di incatramarsi nelle nostre misere mezze-vite rotte e sottotono. Nel giro di qualche ora tutto il quartiere era stato freddato e conchiuso in se come da sotto a un manto di pail, rannicchiato per paura sui ginocchi, in posizione fetale, con un monito di reclusione e clausura.
Se non fosse stata per l’occasione straordinaria che riporto, non avrei mai fatto l’incontro venerabile che ha risvoltato la mia vita. Non la avrei mai incontrata.
Era una ragazza ristretta e emaciata. A dire il vero io la conoscevo quella scimmietta glabra. Certo, la conoscevo di vista. La conoscevo in anticipo, già molto prima del nostro primo incontro. Abitavo in una casa di tufo che affacciava sulla viuzza sottostante e spesso senza grossi problemi io per un poco ci guardavo. Dovevamo essere vicini di casa. Con cadenza giornaliera, per un breve periodo, mi succedeva di scorgere sua sagomina, proprio quella!, esile, della statura di bambola, percorrere d’inverno d’estate la stessa ripida stretta di strada. Allo stesso modo la vedevo inerpicarsi, e così tutti gli infrasettimanali, col passo uguale un giorno dopo l’altro, scandendo il tragitto camminando perfettamente eretta in quel su e giù che non aveva bisboccia né biasimo. Già lì mi accadde qualcosa nel centro del cuore. Essa aveva finito per assumere ai miei occhi, che la guardavano tra le persiane a pensilina della mia finestra, la topografia d’un pendulo impalpabile, sia pure leggermente fuori fase o meteorico ma accomunata ad esso da un appunto di grazia, un che di regolare e scandito; esaustivo e rammarico in sua vanescenza di ignota.
Il giorno appresso al nostro incontro (il freddo quel giorno parve per un momento ritrarsi), la rividi di nuovo. Sedeva sempre allo stesso posto. In breve tempo notai che essa non apriva bocca granché. Era di un tipo taciturno. Perché mai, mi chiedevo; a continuare così, tutta la sua sagacia sarebbe andata perduta. Un paio di volte, dentro alla biblioteca, avevo osato di farle dei cenni, quando chessò mi cadeva per terra la matita allora lei mi spiava, oppure se mi alzavo per andare a fumare e lei allora impercettibilmente sollevava la testolina nera. Ma lei niente, subito ricacciava gli occhi al quadernone tornando sui suoi conti. Tranne che con le sue amiche scure di pelle, non parlava con nessuno. Ma lei non era così scura. Né, quando palava alla sua amica, conversava amabilmente con la finta naturalezza da belle in trasferta cui ci siamo abituati. Sembrava, tanto erano serie, parlassero veramente di scuola.
Per lungo tempo poteva tacere nitidamente, a cuor leggero, e non amava il bric-à-brac finto faceto delle chiacchiere da fuorisede. Ciò che mi aveva colpito era che il suo ostinatamente tacere non aveva nient’affatto l’aria di sentirsi colpevole, e anzi si poteva definire religioso o come intrappolato in uno stato meditativo. Non so se rendo l’idea.
Una volta le avevo chiesto l’accendino. Essa mi guardò. Un poco, però. Poi subito mise la mano nella borsa e ne estrasse appunto un accendino. Io la guardavo ma non sapevo cosa dire. Essa mi scrutava come a volermi chiedere perché dopo ore di avvistamento non dicessi all’improvviso qualcosa di simpatico e stereotipato. Con gli occhi in qualche modo mi stava accusando della mia mancanza di fegato. Non mi riuscì di dire niente oltre a biascicare il mio grazie in un livore di topo e fumarmi la mia cicca in tre quattro tiri rientrando in fretta al mio posto con la coda tra le gambe senza neppure spiarla.
In quell’occasione avevo capito che era straniera. Non capivo esattamente di dove provenisse, avevo giusto notato una leggera storpiatura nell’accento e un certo timore di sbagliare la costruzione verbale. Nel tempo in cui ero rimasto lì a due passi da lei ad aspirare gigantesche boccate di sigaretta, avevo potuto appurare che doveva essere turca. Almeno credo. La sua amica aveva dei lineamenti sicuramente più rivelatori dei suoi. Forse questo deve avermi influenzato. Tuttora sono ancora convinto che lei è sicuramente turca. Anche se ammetto che certe notti mi assale un dubbio così enorme da togliermi il sonno e per riprenderlo sono ormai da anni costretto ad assumere un certo composto farmacologico che in compenso ha diversi effetti collaterali tipo che la pelle e il bianco dell’occhio mi si tingono di un colore che varia tra il verderame e il bluastro e l’umore mi si rovina per diversi giorni.
Pensare che all’inizio avevo imputato quella ritrosia un tantino puerile (molto diffusa d’altra parte tra le giovani studentesse erasmum disimpegnate e retrograde, che ad ogni modo fanno sempre molto chic), avevo insomma imputato il suo silenzio a una di quelle forme femminili di inspiegabile e stupida avidità di parole –il che, all’epoca pensavo, per loro doveva essere l’equivalente di certi costumi tipicamente maschili tipo portarsi sulle labbra un enorme baffo lanzichenecco accuratamente mal rasato, oppure di storcersi il berretto all’incontrario sulla fronte umida-. Oppure era di un segno di acqua e allora la pervicace ma temporanea e lunatica indisposizione sarebbe passata secondo il rigore delle fasi lunari. Di grande effetto in ogni caso.
Ma io avevo buoni occhi, occhi da intenditore. E per quanto essa in un certo senso si nascondesse, si sotterrasse sotto una maschera di protervia, la bellezza terrea, rauca, quasi a se stante, di cui era indorata (che forse per pregiudizio di nascita avevo imputato a una circoscrizione meridionale quanto la mia) si librava facilmente e, nell’accento malcerto che le avevo rubato passandole accanto forse troppo a rilento, essa rilasciava in me un chiarore, non so se mi spiego, opaco di uno spettro pruno. Un dolore di sottobosco (un odore pungente). Non so se mi spiego.
*
Quei giorni io non avevo una dimora. Ero rientrato da poco (un paio di giorni) in città dopo le vacanze estive e mi ero presto ingaggiato nella ricerca di una stanza a canone concordato. Ero molto impegnato, pieno di questioncine da risolvere in fretta, e si trattava veramente di una battaglia su più fronti. Vivevo per il momento appoggiato a casa di certi conoscenti che erano stati così gentili da concedermi, per il tempo preventivamente determinato a un massimo di cinque giorni, un posto letto sul divano in cambio che partecipassi alla spesa settimanale e mi sobbarcassi delle pulizie il tempo che sarebbe durato il mio ospizio. Contemporaneamente ingolfavo di studio. Dovevo preparare due esami in meno di dieci giorni e la sola era che mi mettessi a studiare mille ore fino alla sera, dopo che al mattino avevo visionato inopinabile quantità di case lerce grossolanamente condivise da studenti fuorisede di quelle con i foglietti dei turni delle pulizie abbruciacchiati e pieni di cancellature rigorosamente appicciati sul frigorifero.
Quello che si dice un periodo di grandi cambiamenti. E non ultima la copertura frigida che ci attanagliava d’improvviso con tutte le intenzioni di un castigo divino, faceva a gara con le scadenze amministrative di cui prima per vedere chi provocasse più rallentamenti.
Le cose andarono così. Il giorno tre settembre al mattino splendeva un bel sole. L’aria però era tersa e iperbarica come un’antimeridiana di capodanno. Faceva freddo. Nella casa dei miei conoscenti il riscaldamento era di quelli condivisi che si accendono solo d’inverno e a fronte della canicola gelida tra di noi si poteva al massimo vestirci più pesante e restare a guardare, alla sera, il proprio respiro saldamente detumefarsi come fumo di sigarette nell’aria vergine e fresca. Se la mattina appresso il sole comunque splendeva e le giornate svettavano e si allungavano, dopo la tramontana il vento per niente balsamico, spruzzando forte, spiegazzava il possibile. A fine giornata la temperatura era discesa di quindici gradi. La mattina dopo, di venticinque. Capimmo che la cosa era grave quando cominciarono ad allertarsi le testate giornalistiche locali.
In particolare ciò che ci occupò la mente fu la straordinaria selezione topografica messa a punto dalla bassa pressione. All’inizio nessuno ci poteva credere. Poi però la cosa si cominciava a sentirla ripetere ovunque e allora bisognava crederci per forza. Come dicevo prima, le sole zone a essere colpite furono quelle centrali della città ovverosia la nota zona universitaria (dove da secoli -perché noi abbiamo la tradizione dell’università- risiede e subaffitta il novanta percento degli studenti della città). Bisogna aggiungere che il quartiere dell’università non comprende tutte quelle facoltà, come medicina e chirurgia o farmacia o ingegneria gestionale, tradizionalmente ben organizzate e funzionali alla riproduzione del lavoro. E pulite, non dimentichiamo che sono tutte facoltà pulite.
Capitava allora il caso paradossale che le parti periferiche e borghesi della città patissero i fermenti pure un poco tardivi della stagione estiva e della calura settembrina. Mentre chi abitava in centro si affliggeva del contrario ed era tutto rattratto in se a causa di un freddo sbercio. Era un fenomeno sconvolgente.
Era settembre e paradossalmente in quegli stessi giorni giravano, con la bizzarria e l’inerzia di un pettegolezzo inverosimile, storie di anziani morti a causa del caldo; di bambini che, nel tentativo di attingere refrigerio, annegavano nelle fontane pubbliche nelle ore di punta della calura. Fatta eccezione per chi abitasse in centro, l’estate infatti continuava. I telegiornali nazionali trasmettevano, gli stessi giorni in cui le prime condutture dell’acqua si erano agghiacciate durante la notte, istruzioni su come evitare i disagi della stagione bevendo molta acqua e non uscendo di casa nelle ore più calde; producendo invero un effetto quanto mai irreale e contraddittorio. Questo comunque lo venni a sapere dopo, quando il paradosso era cresciuto a punto tale da superare i confini degli apparecchi tv e uscire nelle strade a sbertucciare tutto il suo clamore di assurdità. A me non capita mai di guardare la televisione e così a molti coetanei e colleghi coi quali si finisce per avere contatto. Per come eravamo a digiuno d’informazione televisiva, pensavamo candidamente che l’ondata di freddo riguardasse la città intera, possibilmente la regione in toto e perché no fosse affare comune nel centro-nord in generale.
È stato in quell’occasione che per la prima volta mi resi conto d’avere vissuto per anni (gli anni dell’università) come dentro a una bolla, in una condizione di totale allontanamento e fuoriuscita dal mondo.
Come ho detto non ero l‘unico a esserne rimasto inizialmente all’oscuro. Nei primi giorni capitava spesso di discorrere dell’argomento senza che nessuno s’avvedesse del fatto che esso era circoscritto a una piccola porzione di città. C’è poi da dire, è vero, che noialtri non è che si uscisse sovente al di fuori delle immaginarie mura che da secoli scindono in due la città; che separano il centro dai quartieri residenziali, e discernono gli altri, i cittadini pleno iure, dagli abbacinati produttori e appiccicatori di manifestini di rivolta e writers e vomitatori professionisti del venerdì quali noi siamo comunemente considerati in città.
Il giorno prima, nella spasmodica ricerca di una stanza, ero andato a visitare una casa che non si distingueva dalle altre se non per il fatto che ospitasse in una delle stanze un ex allevamento di topi di laboratorio che erano accuditi da uno studente di veterinaria col piglio del sabotaggio. Li aveva trafugati dai laboratori della sua facoltà per concedergli la libertà in una stanza buia e umida del centro dove con grande probabilità sarebbero morti di malnutrizione. Mi disse cordialmente che l’affitto era un po’ più alto per tutte le stanze perché gli ex topi di laboratorio non potevano pagare l’affitto. Sperava, con un sorrisetto falso, che per me non fosse un problema pagare una parte del loro affitto e io gli risposi che amavo gli animali ma ero allergico agli attivisti animalisti, per di più se studenti di veterinaria.
La cosa della glaciazione cominciò a profilarsi con chiarezza solo con l’uscita dei giornali locali che dicevo prima. La gente d’un tratto si era spaventata. Noi tutti partecipavamo di questa incomprensione generale in un misto tra derisione e l’attacco di panico. Un gruppo anarchico tra i più noti, il P.U.A.H., diffuse in tutti i corridoi possibili e nelle biblioteche e nei bagni pubblici un volantino in cui la cosa era presentata come un’arma metereologica usata illegalmente dal rettorato per risolvere il problema del degrado nella zona universitaria. Il degrado a quel tempo era il nostro migliore amico perché noi lo chiamavamo Compagno, e ci stringeva il cuore vedere anche di lontano uno che andasse a chiedere di far pipì nella toletta del bar di fianco, in luogo di spruzzare all’aria, col viso che guarda libero in alto, il surrogato ormai caldo delle bottiglie di birra che giacevano in frantumi due metri più in là. Il volantino sosteneva in breve che questi metodi non era cosa nuova ed erano già stati utilizzati nei conflitti degli anni settanta-ottanta nel Sud America e consistevano nella manipolazione selettiva del clima a scopo di eliminazione delle minoranze meticce e di quanti si oppongono al potere dei potentati.
Una nuova arma metereologica illegale ad uso della municipalità sembrava veramente a tutti, me compreso, la solita esagerazione ad opera del noto nugolo di brevi anarchi a cui eravamo abituati. Col senno di oggi, posso tranquillamente affermare che essi non erano molto lontani dall’avere ragione.
*
Non una sola volta le avevo rivolto parola. Certo, fatta eccezione per quando le avevo chiesto da accendere. Mi sentivo un coglione. Con la stessa franchezza con cui aveva saputo farsi largo nel nitido di un buio a mezzogiorno, adesso mi evaporava di contro. Da che si era accorta di me, l’avevo vista in tutto due volte. Entrambe in biblioteca. Poi, niente più. L’avevo persa di vista.
Ero afflitto. Il suo muso rabberciato di magnolia e artemisia mi seguitava senza impaccio nelle perlustrazioni ondivaghe del mio peregrinare solitario e snaturato. Vagavo a caso per la città sbrinandomi di dosso meccanicamente le scaglie di ghiaccio. Stavo impazzendo, si potrebbe dire. Ovunque rivedevo il suo profilo di maga, di monade nuda. Mi ero innamorato? Pensavo con compulsione alla forma gracile e ripida dei piccoli tubercoli che si snodavano uno dopo l’altro nelle articolazioni delle sue dita. Quelle minuscole pinzette nodose le cui punte erano smaltate di nero mi apparivano al banchetto dei tabacchi, nelle inserzioni pubblicitarie affastellate sopra i muri scrostati e nei volti ciarpati delle passanti. Pensavo a lei facendo la doccia e quando preparavo la pasta. Ma per quanto fossi stato capace di salnitrarmi l’anima a forza di muginazioni e rammarico fosse anche per tutto il tempo del mondo, di lei non c’era traccia.
I miei compagni d’abitazione temporanea si facevano beffe di me, ma poco male. Non mi interessava. Passavo infinite volte davanti a quella stessa biblioteca –tre quattro occasioni al giorno, cercando di immaginarmi gli orari in cui era più facile che potessi braccarla- senza che una sola volta la ritrovassi. Pure quelli della biblioteca dovevano essersi fatti un’idea assai volumetrica, erronea, di me, vendendomi giorno dopo giorno entrare lì dentro agitato, spiare in ogni interstizio accuratamente e poi filare veloce senza guardar nessuno, col volto basso e le spalle a metà.
Di notte mi arrivava di sognarla denudata e il timore che essa, nel momento dove finalmente la possedevo, potesse nascondere enormi rotoli di grasso e matasse di peluria arruffata di sotto i vestini carini mi amareggiava a tal punto che dovevo svegliarmi di colpo imperlato di una bava ansiosa per rassettare i cuscini del divano che nell’esalazione notturna avevo capriolato e sparpagliato per terra.
Il gelo intanto non mollava la sua presa. Giovedì sei il comune aveva lanciato l’allerta generale e un coprifuoco era stato istituito a tutela della cittadinanza. Non pochi s’arrischiavano comunque per le vie del centro montando profondi scarponi da trekking per evitare di glissare così di punto in bianco sul ghiaccio sbrecciato. Anche le auto beninteso dovevano indossare le catene per circolare.
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Quella mattina, i conoscenti di cui ero ospite iniziarono a farmi presente che di lì a due giorni dovevo andarmene. Mi dissero che non mi impegnavo abbastanza nella ricerca di una sistemazione. Cercavo di mitigare i loro introiti d’avamposto con battute mielate. Mi guardavano male e prendendo di contropiede loro indisposizione, mi proposi di preparargli una pasta al sugo. Ovviamente essi ne furono lieti.
Al momento di far scorrere l’acqua corrente, mi accorsi che le tubature erano occluse. Non riuscimmo a spiegarci la ragione finché qualcuno venne a bussare alla porta. Era il pensionato che gli fittava l’appartamento. Era verdognolo in faccia e dai lati della bocca gli sbrodolava una zuffa verdastra e schiumosa. Doveva aver preso i suoi medicinali e la cardio-aspirina. Disse, tremolando come un fazzoletto di terra, che le tubature dell’acqua si erano ghiacciate in tutto il centro. Aggiunse che anche quelle del gas erano occluse. I miei amici non parvero scopettarsi granché. Capii che ne erano già al corrente e avevano voluto vedere la faccia che facevo. Ma a me non mi fregava niente, pensavo solo alla ragazza che mi piaceva, incapace di figurami che cosa potesse fare in quel preciso istante. Poi sembrarono indisporsi. La situazione è grave, disse serio in viso il proprietario pensionato con le guance infiammate. La luce elettrica per contro non aveva dato problemi.
Eravamo tutti quanti piuttosto depressi e cercavamo di scaldarci bevendo acquavite e arrovellandoci il torso con carta di giornali e quante sciarpe potevamo trovare. D’un tratto, a uno dei ragazzi squillò il telefono. Si alzò spostandosi nella stanza accanto. Noi si scherzava allegramente per l’acquavite.
Riaffiorò poco dopo sulla soglia dell’anticamera, pallido come un eczema all’incavo delle natiche. Si tratteneva allo stipite della porta, ripiegato e dall’apparenza del tutto insalubre, per evitare di caracollare per terra come il tumulo di cenere quale effettivamente appariva. Non lo conoscevo granché e a tutta prima pensai si trattasse d’un giochino innocente dovuto all’eccesso di bambagia e all’acquavite. Ma gli altri capirono subito che c’era qualcosa.
I vetri della portafinestra scricchiolavano sormontati dalle efelidi della brina che vi si era incrostata. Erano opacizzati dal gelo. La temperatura esterna glissava i meno quindici. Il mio oste versava in una fase afatica e con fatica cercava di attaccare le parole una con l’altra. Gli altri e due gli scossero violentemente le spalle commossi anch’essi da un’altrettanta sordomuta smania. Le mani tramavano forte. Prendendo la parola egli si riassorbì di colpo e si fece freddo, cominciò a parlare.
Batacchia, nostro ex-compagno di corso e attuale spacciatore di fiducia dei miei conoscenti, era rimasto assiderato. Era accaduto durante la notte. Non si capiva bene il motivo ma doveva essere stato qualcosa come le infiltrazioni sui muri o gli spifferi delle finestre corrotte. Pure il cagnolino Pungitopo era caduto della stessa causa. Glielo aveva appena comunicato per telefono il coinquilino quello tranquillo di Batacchia. Non era l’unico ad averci rimesso la pelle. Durante la notte, in casa loro erano morti in tre, aveva detto quello. Era agghiacciante. Ci era calato addosso un silenzio che non si può dire, gelido. Batacchia lo conoscevo anch’io. Venivamo dallo stesso paese e avevamo intrapreso lo stesso percorso di studi. Anche lui un conoscente.
Per quanto possa sembrare crudele, la morte per assideramento di Batacchia e del suo cane non mi colpirono per niente. Non sentivo assolutamente niente. Eravamo immersi in un silenzio frigido e ricordo che la mia attenzione fu colpita dal ronzio sottile della luce elettrica misto a quello, più vigoroso e baritono, dell’alimentazione del portatile il quale fino un attimo prima aveva emesso dalle microscopiche casse incorporate una musica elettronica scialba che aveva frusciato tutto il tempo.
Nel pomeriggio arrivarono due sms più un messaggio istantaneo che informavano della morte di un conoscente qualsiasi chiedendo per favore di ricetrasmettere a nostra volta l’informazione. Erano vere e proprie catene di sant’Antonio tramite le quali gli studenti lavoratori si aiutavano tra loro. Un straordinario fenomeno di coesione di classe. Proseguendo similmente, a turno ognuno dei miei ospiti ricevette almeno una chiamata che aveva per oggetto lo stesso argomento.
Perfino durante il pomeriggio io non avevo provato niente. Mi ero limitato a non dire niente, fumando a ripetizione sigarette di tabacco rollato. L’unica cosa a cui potevo pensare era la fantastica ragazza-occasione perduta che avevo incontrata per caso il giorno prima di quell’armagheddon. Doveva essere un segno, dicevo tra me. Intanto tacevo, tenendo gli occhi bassi, scorgendo di tanto in tanto alla chetichella una testa tra le mani, la pallidezza di un altro, il pianto malcelato di un terzo. Il profluvio di singhiozzi mi ingozzò a punto tale che d’un tratto mi raggiunse una gran voglia di scappare. Ma una coesione viscerale mi tratteneva. Tutto il giorno eravamo rimasti riuniti attorno al piccolo tavolo circolare, senza mangiare né bere fatta salva l’occasione della fumette, incapaci di separarci gli uni dagli altri, impossibilitati a ogni presa di posizione e con le guance rosate.
Nel giro di una notte metà della popolazione studentesca era morta per motivi ricollegabili all’insufficiente protezione dal freddo. La singolare selezione delle vittime attuata dalla moria fu impressionante. Nelle strade scoppiò un vero caso, si gridava forte e con toni accesi intorno ai fuochi appiccati ad ogni angolo nelle strade. Ci si riscaldava ai falò e si indivano già che ci si era manifestazioni di rivolta per il giorno appresso. La mattina del giorno dopo anche la corrente elettrica era fuori uso.
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Infine la trovai.
Pressoché imbrigliato, profondamente contratto nelle molteplici sciarpe che fuoriuscivano arruffate dal cappuccio tirato sopra gli occhi, continuavo non so da quanto la mia marcia nonsense. Facendo spallucce ai miei amici conoscenti, ero sortito di casa in gran fretta senza altra ragione all’infuori di un’immotivata fede nel caso. Mi era venuta l’idea di attraversare i confini invisibili della zona agghiacciata a traffico limitato e godere finalmente gli ultimi picchi d’estate al di là di quel muro impalpabile. Saturo di sudore di sotto agli incartamenti, dirigevo con molto zelo il mio passo affrettato sull’acciottolato scivoloso. Sebbene fossi precisamente deciso a varcare la soglia spaventevole, non la smettevo più di girare l’isolato in tondo, ripassando numerose volte davanti agli stessi angoli. Il timore che mentre io fossi passato da un certo lato del palazzo essa avrebbe potuto casualmente transitare dalla parte esattamente opposta, mi faceva girare a zonzo, bighellonando veloce nel tentativo di ricoprire nel minor tempo possibile i più vasti perimetri di via. Annaspavo col fiato pensante incapace di soffermarmi su niente.
Eccola. Stava giusto di fronte. Era esattamente come me la ricordavo. Grazie dio. Mi camminava davanti, con un passetto svelto che ogni tanto saltellava, seguitando nella medesima direzione di mio fetore deambulo e sottotono. Io le stavo qualche metro indietro ma l’eccitazione involontariamente mi spingeva ad accelerare il passo. Non appena mi accorgevo di arrancare troppo fortemente, spedito e trastullo, allora rallentavo, per evitare di avvicinarmi troppo. Improvvisamente quella vista coccigea mi offriva il suo ancheggiare naturalmente ondivago da una prospettiva mai attesa. Minuti glutei massonici a forma di cuoricino perfettamente coreografi si facevano attrito l’un l’altro nello zig-zag eretto e posturale dell’apertura della falcata. Il cuore cominciò a battere forte e una specie di tachicardia di bestia mi prese le mani.
Per il momento potevo ansare ancora un po’. Mi era preso un groppo in gola ma non demordevo e continuavo a seguirla a debita distanza sperando che non si girasse mai. Non avevo idea di che cosa dovessi fare. Il cuore mi fremeva e raspavo, col passo spesso e incurvito dall’imbottitura dei doposci, nell’indecisione di una tormenta tanto interiore quanto esteriore.
Forse a causa di uno stordimento insperato, curiosamente non mi accorsi subito che essa non era da sola. C’era con lei un tale. Li potevo vedere solo da dietro e a tutta prima non m’ero dato pena di quel tipo, che la superava in altezza di un buon paio di spanne. Chi ci aveva fatto caso. Un frocio, un fichetto corpulento che indossava un piumino di un colore troppo acceso e camminava col passo largo. Era una vera vergona. Piumini di quel genere dovrebbero essere interdetti per legge. Come si fa a frequentare uno che ha il coraggio di agghindarsi come un semaforo rotto? Quello per abitudine le cingeva pacatamente, senza una sola favilla di passione, una spalla appuntita. La cosa peggiore però fu di vedere la sua esile e duratura manina saldamente infilarsi nella tasca posteriore dei jeans di quel demente e come compiacendosene stropicciarvi ripetutamente qualcosa all’interno. A quel modo, soffrii in silenzio per un po’. Così come stavano, quei due erano compassati fino all’inverosimile. Io continuavo a marciare piano, gli occhi strabuzzati. Non parlavano granché e si vedeva che stavano ormai alla frutta. Dovevano essere alla frutta. Per forza.
Come altrimenti avrebbe potuto, lei (mia maga), gallonarmi a quel modo (come l’aroma riarso di una franchigia settembrina) lo stipite della bocca dello stomaco in forza di occhi traslucidi, con la sola premura di una bega mordace? Suo sguardo vero. Durato più di mille parole. Come dimenticare. Era stato uno sguardo autentico, matematico, penetrato a fondo con nettezza chirurgica; una di quelle scambiate d’occhi che ti arrovellano dal di dentro per dei giorni e fanno un gran baccano, e quando poi tutto finisce ti rilasciano all’interno un disordine morboso, malato, che rassomiglia alla eco di un infinito vociare. Ecco cos’era.
Parimenti, perdendomi d’animo m’ero al tempo stesso persuaso dell’imminenza di un patatrac esorbitante, del plusvalore di una sconfitta a tavolino perduta per decorso termine d’iscrizione. Allora, sberciando forte come un furore di topo, mi accorgevo benissimo di starmi raschiando via gli ultimi strati di coraggio in una trafela di rimugini inutili quanto appropriate. Ero come grullo di un livore pesantissimo a corrugarmi la fronte. A più riprese sarei sgrottato lontano, abbarbicandomi netto sul fusto di un albero. Mi sarei volentieri ritratto sventolando bandiera bianca così da rimuovermi dall’onere della conquista.
Alla fine li superai per davvero. Non mi interessava più niente, allora li superai. Fanculo. Avrei desiderato mantenere un’andatura eretta, allungata, degna, uniforme. Passando con indifferenza avrei guadagnato in chiarore e rispettabilità. Ero inoltre fermamente deciso a limitare lo strobo della mia disattenzione a una sciatteria spensierata, dappoco e priva di decoro; alla modulazione di un bel fischio o alla sdolcinata frugalità massimamente bendisposta di uno che marciando sonnolentemente ributtasse ogni due per tre gli occhi al cielo e ammirasse, arricciando il naso, la formula variegata delle nubi.
Decisamente disposto a non guardarla in faccia, ingranai la marcia avvertendo un irrigidimento inaspettato ai lobi delle gambe. Seguitai uguale, sempre in compagnia della mia ghiandola di esitazione. Quando infine li raggiunsi disponendomi sul loro stesso parallelo, macchinalmente una porzione di me produsse un minuto sconquasso, una leggera ancheggiata che mi rigirò il torcicollo e il dorso esattamente nella direzione della ragazza che mi piace. La cosa mi dette odio e imbruttì a punto tale che i miei occhi non indugiarono neppure un istante su di lei, rimettendosi in carreggiata con un impeto inflessibile. Accade a quel punto qualcosa di particolare. Ne provo ancora imbarazzo.
Nella bruschezza di un passo di troppo, la mia caviglia, perdendo l’attrito e sciorinando sulla breccia ghiacciata, precipitò per prima lasciando che il resto del corpo rovinasse pesantemente di conseguenza, ripiegando sul gomito opposto l’impeto dell’impatto. Svolazzando meco frammenti di ghiaccio battuto, schiantai forte come un rumore di fondo. Ma la cosa non finì lì. Verde dalla vergogna, nel tentativo disperato di rifarmi della brutta figura, prendendo in via di sollazzo una rialzata atletica che voleva risolversi in agile gesto di anca, precipitai nientemeno altre due volte sempre a causa della scioltezza del suolo. Quale vergogna.
Un gridolino di scherno alle mie spalle mi serrò la bocca dello stomaco. Ero scivolato che ero due passi innanzi alla ragazza e al suo bel fusto. Non distinsi chi di loro m’avesse deriso.
Fui molto sfortunato, lo ammetto. La pavimentazione gelata doveva essere molto viscosa in quel punto. Era un breve tratto di strada, brumoso in forza della scopertura di un portico interrotto. Vi ero rovinato pietosamente e m’addonai che essi alle mie spalle tacevano, forse si erano fermati per guardare lo spettacolo, trasfigurandomi coi loro occhietti puritani, puntati pieni di pregiudizio sui liquami di brina scongelata che s’erano attaccati un po’ dovunque sul mio dorso. M’immaginavo i loro sorrisi indignati mentre farfugliavano a mezze labbra borbotti di sollazzo. Presi a marciare in fretta, rosso in faccia per una ragione duplice.
D’un tratto udii il volume sordo di un tonfo voraginoso. Un rumore netto di scatafascio. Di deraglio.
*
Il suono secco di una dipanata improvvisa. Non mi girai, rimasi fermo sul selciato, continuando a guardare davanti. Ero come bloccato, non volevo sapere.
In strada c’era poco male di gente. Ne vidi accorrere alcuni, il volto allungato gli occhi da fuori, precipitarsi di corsa seguendo all’incontrario il tragitto che avevo percorso. Mi oltrepassarono in fretta senza vedermi. Un silenzio sordomuto s’era frapposto tra me e il mondo. A centellinare il silenzio di tomba si potevano udire i passi affrettati, sfalsati, dei soccorritori sul ghiaccio.
Il tonfo dell’impatto era stato preceduto da un tramestio di frenata. Poi, il rumore atono di tutto un brulichio svolazzante di minuscoli frammenti di ghiaccio a spiattellarsi sui muri e sulle serrande circostanti. Mi era perfino accaduto di appercepire lo sfradicio scomposto di quei piccoli corpuscoli colpire con accuratezza il dorso del mio impermeabile alla maniera di una grandinata tanto leggera quanto orizzontale, che provenisse da ponente. Ero immobile, di spalle, con la vista spenta e gli orecchi ritti, scosso nel profondo e perciò incapace di torcermi, così da assecondare mia curiosità e mio terrore.
Infine mi smossi. Capii al volo. Nello stesso solco di strada dove un attimo prima io ero pietosamente rovinato, una vettura (che in ottemperanza alla normativa municipale portava montate le catene da neve) aveva schiantato proprio nello svincolo di strada preannunciato.
Ancora una volta rimasi immobilizzato dalla fifa. Tanto bastò di vedere la gente parlare al telefono a mezza labbra; alcuni curiosi accorsi per caso.
Giacevano disgiunti l’uno dall’altra. Feci in tempo a notare la disposizione snaturale delle membra inferiori. Ero orripilato. La vettura accidentata era incastrata nel muro, emetteva dal cofano una fuliggine nebulosa e qualcuno mi pare era intento a trattenere per la testa il corpo dinoccolato di un uomo. Gli parlavano piano e pareva che questi comprendesse. Intanto era accorso un maggior numero di persone. Avevo la faccia gialla. Notai che contrariamente al fusto spappolato per terra, che alla bell’e meglio pareva reagire, attorno alla ragazza nessuno faceva niente. Portava i capelli lunghi la ragazza. Nessuno le si era chinato contro, né quelli che aveva intorno facevano niente di utile e anzi aleggiava laggiù come una sindrome amotivazionale che spingeva alcuni a piangere; era normale tra loro guardarsi l’un l’altro con certi occhi. La strada era bloccata. S’era formata una coda di macchine. Alcuni, quelli più indietro, suonavano a ripetizione i clacson delle loro auto come ciò gli sarebbe valso qualche cosa. Dalle vetture sopraggiunse un clamore di clacson.
Attorno alla ragazza nessuno faceva ancora niente. Perché? Potevo vedere che alcuni non trattenevano le lacrime mentre altri parlavano piano. Non ci capivo niente. Perché nessuno le prestava soccorso?, la rassicurava tenendole la testa ferma; perché nessuno le raccomandava di non muoversi dicendole che sarebbe andato tutto bene?
Non capivo ancora. In quella condizione di inagibilità dovevo essere rimasto per un certo periodo di tempo perché vidi allora sopraggiungere un’autoambulanza che cercava di farsi spazio tra le vetture incolonnate. Era quasi buio. Di tanto in tanto qualcuno da dentro le auto imbottigliate ancora emetteva colpetti di clacson. Quando discesero gli operatori, che trainavano con se un certo numero di barelle ripieghevoli e valigette color arancione, io mi smossi un altro poco. Feci qualche passo, avvicinandomi piano tenendo la schiena calata. Sembrava che la moltitudine accorsa, a forza di mani in mano, si fosse radunata lì col solo intento di gufare o di godersi lo spettacolo. Mi diedero l’impressione di squadrare malamente il mio aspetto esteriore. In realtà, non sapendo come comportarsi, essi non facevano che scrutarsi gli uni gli altri con certe facce da funerale sicché qualcuno scuoteva il capo ogni tanto. Una marea di telefoni cellulare tra le pieghe delle loro mani, appoggiati al concavo delle loro orecchie. Gli operatori sanitari, coadiuvati da una voltante della polizia che doveva essere sopraggiunta nel frattempo, scacciavano i curiosi e cercavano di fare il loro lavoro.
In preda a un trastullo di emozioni contrastanti, io risentii un fremito strano sotto all’incavo dei ginocchi. L’orrore non mi trattenne oltremodo e potei avvicinarmi senza che nessun inserviente mi ingombrasse la strada. Ero fuori di me e mano mano che mi avvicinavo il passo si faceva più veloce. Dovevo soccorrerla, rassicurarla, dirle che sarebbe andato tutto molto bene. Dovevo, dovevo. Dovevo dirle che la amavo senza neppure conoscerla. In qualche modo dovevo sentirmi colpevole dell’incidente, mi pareva di essere stato io a provocarlo. Io la causa, io soluzione. Tutto sarebbe andato molto bene. Al tempo stesso, il tutto era fortemente annebbiato e come sopraffatto da una miopia bigia. Gli unici suoni che potessi udire erano quelli sincopati e afoni del mio respiro ribarbicato dentro al cappotto.
Sopraggiunsi con un vigore di testamozza. Mi ritrovai improvvisamente in mezzo ai manovali municipali, autorizzati alla manutenzione sanitaria di quella carneficina. Nessuno s’accorse della mia presenza. Avevano posizionato una protezione gommosa attorno alla testa del ragazzo, che nel frattempo aveva preso a gridare e strepitare come un forsennato. Attorno alla ragazza invece, due metri più in la, c’era ancora poco movimento. Mi precipitai verso la parte inferiore del suo corpo spezzato a metà. Non dirò mai quello che vidi. Ma dirò che prima che potessi aiutarla, prima che potessi dirle qualcosa di rassicurante, di carezzarle la guancia piangendo insieme di gioia e terrore, qualcuno mi afferrò per le spalle. Risentii debolmente il contraccolpo della stretta e in un istante eterno, l’ultimo, potei guardarle le mani, incastrate tra i ginocchi divelti. Erano sporche di sangue e fulgine. Dentro a quella di sinistra essa stringeva qualcosa di piccolo e iridescente, come una chiave ma non una chiave, che non fui mai in grado di decifrare e per la quale tutt’oggi mi porto gran pena.
Proprio in quel momento due operatori sistemavano sopra il suo corpo un telo bianco come quelli che si vedono dopo che è accorso un incidente stradale.
Nei miei occhi era comparsa una specie di lanugine, ma ciò non m’impedì di guardare a fondo per un tempo infinito, con tutta l’attenzione di cui ero capace, il suo volto sfinito. Era incredibilmente bella. Senza riuscire, cercai di divincolarmi dalla presa dello sgherro che mi aveva avvinghiato (costui senza dire una parola mi rigirò come una frittata uscita male e mi rimise in ordine assieme a tutti gli altri dietro a un cordoncino di plastica rosso bianco).
*
Qualcosa mi diceva che ero caduto in errore. E infatti mi sbagliai. Commisi un errore di valutazione. Questo lo posso dire con certezza soltanto adesso. A quel tempo invece la cosa mi rimuginò nella testa per un periodo lunghissimo. C’era a quel tempo un Forse grande quanto una casa sopra la mia testa. Non ero più sicuro di niente. Qualche minuto dopo l’incidente (non so specificare esattamente quanto), mi rimisi spontaneamente in moto. Questo lo dedussi ex post perché effettivamente mi mossi e viaggiai sui miei piedi per un certo periodo. Cionondimeno molte cose mi restavano innanzi. Restava, resisteva ancora, la mia mente annebbiata. Restava il gelo tutto intorno a me. Restavano sulla manica dei polsini alcune macchioline di sangue: una maiolica di schegge ematiche vagamente incrostate, sottilissime, di cui non riuscii mai a spiegarmi l’origine, né a lavare via.
Ero in uno di quegli stati che si definiscono confusionali. Non mi sentivo il corpo. Non mi sentivo il corpo ma nientemeno esso si muoveva automaticamente e vagava, con un stantuffo melenso al posto del cuore e una gamba di legno nelle giunture delle articolazioni. Ricordo ancora di avere visto delle macchine municipali surclassarsi di quello stesso telo bianco, contendendoselo e facendo quasi a gara per avvinghiarselo (era da maneggiarsi con cura e all’aspetto pesante); l’autoambulanza ripartire con lentezza, sparando forte una maledetta sirena che nessun effetto doppler avrebbe potuto addolcire. E vidi pure serrarsi, con un rumore di schianto, le mille portiere di una vettura esequie, che era grigia color topo; per vederla un attimo dopo sparire in un battito di ciglio.
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Era ormai buio. Mi ritrovai in una zona periferica della città, che fino a quel momento mi era stata nota solo perché laggiù aveva, e tuttora ha, luogo una rimessa per le autonavette dell’amministrazione comunale. Avevo dunque vagato molto. Non sapevo come ci fossi arrivato. Non c’erano molte case nelle vicinanze, l’unica luce era quella dei lampioni sormontati di strati di neve che fioccava quella notte a cumuli un po’ dovunque.
Nemmeno una stella nel cielo. Nella testa mi frullava l’indecisione. Un’indecisione di mostro, indigesta, vuota, che sapeva di ratto e conati di vomito, mi sballottava la testa in un su e giù senza cesura né intendimento, che mi lasciava veramente stordito alla maniera di un topo. Non ero più sicuro di niente. Volevo abissarmi sotto il peso dei miei pensieri.
Guardandola bene nel viso (la forza dell’urto non lo aveva per niente corrotto), mentre uno sbirro qualsiasi mi raffazzonava col suo impeto insipido di dietro le spalle, essa m’era apparsa diversa. Differente, come non fosse lei. Vi era certamente una molto forte (o forse molto fioca) somiglianza. Ma non sapevo decidermi. Diamine, dicevo tra me. Mi chiesi un milione di volte se quell’apparenza di difformità non potesse esser stata causata dal fatto di averla vista ormai troppo tardi. Mi dicevo che in questi casi il volto cambia, orpella, si trasmuta facendosi irriconoscibile anche per chi avesse intrattenuto una grande familiarità con quelle medesime fattezze.
È pur vero, continuavo poi, che, scorgendole per bene la forma del naso lo zigomo il taglio dell’occhio, si vedeva subito che non poteva trattarsi di lei. Era per forza un’altra. Così mi dicevo nella mente mille volte; non prima però di essermi rammentato, per un ugual numero di giravolte, l’idea precisamente opposta. Fu una vera mania. Ma no, continuavo, di lei si tratta per certo! Mio dio!, dicevo. E piangevo come un bambino. Continuavo a piangere anche quando di nuovo mi riconvincevo che certo il corpo di quella creaturina slegata riversa per terra non poteva essere certo quello della che mi piaceva. Per forza doveva essere un’altra. Poverina davvero però, anche l’altra. Dicevo, dicevo. Ma allora, continuavo, se è così, lei viveva! Viveva, era viva, vivissima!, ed era lì, nascosta da qualche parte!, e non aspettava che di essere presa e catturata con slancio e con impeto amata lì per lì, sopra un gomitolo di strada!
A quel modo, impazzava dentro di me l’impeto della follia, a rimescolare carte in tavola secondo il suo piacimento. A fare balbuzie coi miei pensieri maltorti.
Messo così, quella sera durai un bel po’, impegnato com’ero a sbottonarmi a rabbottonarmi la coscienza a quella maniera di matti. Ma un po’ alla volta infine, la vista si fece più netta e piano piano rinsanii. Infondo, mi dicevo ogni tanto, quando il balumine dell’esaurimento sapeva sfocarsi e per un poco potevo tornare a respirare, infondo, mi dicevo, non li avevo visti che da tergo. Di spalle li avevo visti. Donde trai questa certezza?, mi dicevo. Come potevo essere proprio tanto sicuro? Così mi dicevo. Come potevo essere certo che si trattasse esattamente di lei, come?, una probabilità su migliaia, avendola vista in tutto una manciata di volte? Andai avanti a lungo con questo genere di moine.
Ancora oggi non posso spiegarmi come quella notte potei non morire assiderato. Avevo vagato per ore sotto al nevischio con indosso nient’altro se non la mia maschera di estraneità. Brontolando senza accorgermene un’interferenza di fondo nel filo sconnesso delle idee, brancolavo per le vie rabbuiate e gelide del centro, schiacciato dal peso di un livore pazzo, privo di contraccezione.
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Solo ora che è passato il giusto tempo, posso affermare con certezza che la ragazza che perse la vita nell’incidente non era quella che piaceva a me. Lo dico ufficialmente, non era lei. E solo a dirlo, anche adesso che è passato un lustro (o un decennio, di preciso non saprei) e molte cose sono cambiate, sento un mugolo nei visceri. Solo a pensarci mi si concrea dal di dentro un muco asfittico, protuberante, che subito mi prende un groppo in gola, mi riga le guance e mi roca la voce. Effettivamente il freddo o cosa dovevano avermi intorpidito i sensi. Ma il male mi preesisteva, come pure preesisteva all’accidente cui avevo assistito.
Ora so con ferrea certezza che non si poteva trattare della ragazza che mi piaceva perché il giorno appresso venni a sapere il suo nome e quello del suo amico (il quale, riporto per puro piacere di cronaca, si sarebbe pienamente ripreso nel giro di pochi mesi. Una volta persino lo incrociai per strada, a me era venuto un batticuore da cane ma lui non poteva riconoscermi. Ciononostante mi scrutò strano come avesse presentito qualcosa. Era in compagnia di una bella ragazza). Era uscito un trafiletto sulla gazzetta locale. Tutti e due avevano dei nomi italiani. La ragazza morta era italiana. Non poteva essere che fosse lei. Questo piccolo particolare bastò a fugare ogni dubbio. Quella che piaceva a me invece era turca. Te l’ho detto prima. Ero così in crisi che mi bastò ben poco per riavermi, e così quella controprova anagrafica ebbe il potere di cancellare ogni incertezza di paranoia ridandomi un poco di pace.
Il giorno appresso aveva smesso di nevicare. Tra i cunei sfrantati delle casupole del centro, spuntò soffice soffice un sole prodigo al quale veramente ci eravamo tutti disabituati. Cominciò così finalmente il disgelo.
La città vecchia era euforica e nonostante le temperature non si fossero ancora del tutto normalizzate la gente scendeva in strada con abiti più morbidi, sprovvisti di doposci, mentre il pantano ai margini delle piazze si riassorbiva e alzando gli occhi al cielo si poteva pure vedere qualche uccello stornare i suoi mugoli tra le nuvole in alto. Si parlava, si suonava e scherzava, si ricominciava l’attacchinaggio dei volanti di protesta. A causa dell’interruzione delle normali attività settimanali, molti di noi non avevano idea di che giorno fosse. Avevamo perduto il computo delle settimane e dei giorni. Le scuole riaprivano, così come pure i negozi di alimenti e le tabaccherie rialzavano le serrande ancora parzialmente congelate in calce alla propria melma.
Scoprimmo con riluttanza, stentando a crederci, che non erano passati che pochi giorni.
La perturbazione era durata quattro giorni in tutto. Meno di una tornata elettorale. Questo lo apprendemmo ancora una volta dai giornali della stampa locale. Il corso degli avvenimenti aveva dilatato considerevolmente la consueta percezione della routine quotidiana, schiantandoci tutti, giovani e vecchi, in una bolgia di spaesamento cronico con tutta la sua dirompenza di ecatombe; la quale solo per caso, o per fortuna, non aveva mietuto vittime tra di noi superstiti. Quel giorno capii di avere vissuto per davvero soltanto durante i quattro giorni che era durata la glaciazione. Capii che a volte è necessario dichiarare uno stato d’eccezione per guardare in faccia al vero decorso del mondo.
*
Nel giro di una manciata di giorni la città si scongelò. Si cominciò a vociferare sul numero delle vittime. Si ipotizzava, eventualmente si lanciavano cifre a caso. Le versioni contrastavano tutte le une con le altre. Giravano voci che sostenevano che le vittime fossero in soprannumero di migliaia di morti sui vivi. Altre ne contavano poco meno di un centinaio. Altre ancora, seppure minoritarie, sostenevano che si trattava ovunque di misure gonfiate; che, proprio a volere parlare di vittime, esse erano in tutto una decina, una dozzina al massimo, e non valeva la pena far tanto chiasso per una manciata di morti assiderati, che in fin dei conti erano inferiori per numero a quelli prodotti da una singola slavina su una pista attrezzata durante il periodo di alta stagione. Come si vede, vigeva una certa imprecisione ed era facile tracimare la misura in forza di calcoli fatti secondo criteri del tutto soggettivi. Per fare chiarezza su queste questioni l’amministrazione municipale si incaricò della pubblicazione di un albo defunti.
Il risultato fu sconvolgente. Venne indetta una cerimonia alla quale tutta la cittadinanza era stata vivamente invitata.
Intanto il tempo a mia disposizione risuonava i suoi ultimi stantuffi. La notte quando sopravvenne l’incidente io avevo passato ore vagando senza posa per la città. Come ho detto, quella notte si era avverata per me sotto il segno di una tumulazione per niente metaforica, e una spira interminabile di pensieri sconci mi gorgogliava nei meandri delle articolazioni e nelle fessure delle giunture. Riflettei molto quella sera se non fosse il caso di tornarmene per un poco al calduccio nel mio posto natio. Riflettei se valesse o meno la pena, vista la quantità di segnali divini che sopraggiungevano a frotte col solo obbiettivo di scoraggiarmi, se insomma fosse o no il caso di prolungare la mia permanenza nella casa condivisa dove ero stato ospitato per un pungo di notti. Già diverse volte i miei conoscenti mi avevano fatto presente l’imminenza del mio grazie e arrivederci. Il tempo a mia diposizione si esfoliava in fretta e io dovevo smetterla una buona volta di perdermi in chiacchiere e prendere finalmente una decisione.
Durante la cerimonia, rappresentanti delle istituzioni scucirono una targa apposta in chiaro, scintillante, diafana, posta perfettamente al di sopra dei margini più visibili del palazzo comunale. Fu una celebrazione in grande stile. Ci furono applausi e commozione. Giornalisti ingombravano le prime file con le loro telecamere. Per il poco tempo che rimasi lì impalato, non riuscii a vedere nient’altro che la folla.
In tutto si contarono un numero di tremilatrecentotrentacinquevirgolaseiperiodico vittime accertate. Il decimale raffazzonava l’esigenza statistica di non potere computare con accuratezza matematica l’esatto montante dei dispersi. Un altoparlante diffondeva a viva voce la eco di ogni singolo nome che rimbombava nella conca stracolma della grande piazza maggiore.
I nomi erano disposti per ordine alfabetico ed erano incisi sul marmo a perenne memoria. Una gran bella lapide. Il nome di Franco Batacchia salvata all’occhio perché cominciava per la seconda lettera dell’alfabeto e quindi era disposto bello in alto. Accanto ai nomi stavano impressi dei numeri che indicavano l’età anagrafica del defunto. Fu in quel frangente scoprii che Batacchia era più vecchio di quanto non avessi pensato. C’era scritto trentatré anni.
Ero disperato. Una fuliggine prospettica mi annebbiava la vista. Come potevo essere certo che la ragazza che mi piace fosse sopravvissuta alla strage? Non sapevo se fosse viva e l’incognita mi corrodeva a interi strati le pareti molli della bocca dello stomaco come un’ulcera nervosa dovuta in parte a una iperacidità da bitume mentale e in parte alla paranoia. È una che è abituata ai climi temperati. Proveniva da latitudini dove gli inverni sono miti e le estati piovigginose. Di dove aveva tratto i meccanismi di difesa contro il gelo? Poteva anche essere – il solo pensiero mi faceva uscire di testa- poteva anche essere che non avesse retto.
Avevo riletto quei nomi storpiati dalla morte almeno quindici volte tutti e tremilatrecentotrentacinquevirgolaseiperiodico. Feci in fretta a distinguere quello della ragazza che si era persa nel sinistro stradale davanti ai miei occhi. Il suo nome mi perseguitava. Pure lei, seppure non caduta per diretto assideramento, era stata onorata in contumacia come vittima della strage. Secondo me lei fu la più bella, la vittima più tragica tra tutti. Non infatti era stata sottratta alla vita da un assopimento tutto sommato simile a una grande stanchezza, no, lei era stata vittima consapevole della sua fine. Doveva avere sofferto.
Molti fiori erano gettati sulla base della lapide.
Erano solo nomi di studenti universitari. Molti dei quali per giunta erano nomi di militanti. Fu una cosa assurda. Nessuna particolare formazione era stata privilegiata, l’assideramento aveva colto tutti quanti con uno straordinario senso di par condicio. Solo i gruppi filo-accademici di ispirazione cristiana erano stati risparmiati. Questi dettagli contribuivano all’idea che tutta quella storia fosse stata una mossa premeditata e per così dire costruita ad hoc. Molti, stando così le cose, ritenevano che gli anarchi non avessero in fondo poi tanto torto. Un esperimento di ingegneria sociale per tramite della sofisticazione sistematica del clima a scopi di lotta politica. E la folla, che era una folla per lo più giovane, di studenti, era lì solo per loro. Per omaggiare i compagni caduti nel gelo.
Durante la cerimonia volarono insulti, fischi, cori di protesta, qualcuno lanciò delle bottiglie di vetro ma i celerini disposti dalla questura non osarono neppure indossare le protezioni. Quei giovani avevano ragione a protestare, questo dovevano avere pensato –o gli era detto di pensare- i celerini. Strano a dirsi, le forze dell’ordine fecero una gran bella figura di ragionevolezza davanti a tutti quei giornalisti che cercavano di proteggersi come potevano dalla sassaiola che in fin dei conti non era poi così fitta e a voler esser larghi durò in tutto mezzo minuto. Alla fine la cosa si risolse nel giro di un paio d’ore come sempre in nulla di fatto.
Rilessi un milione di volte ogni singolo nome affastellato di sbilenco sul granito alla ricerca del suo. Una ricerca quasi impossibile, la ricerca di un nome di sconosciuta. I nomi degli stranieri erano i soli che non appartenessero a studenti universitari e ai militanti fuorisede. Si trattava di gente che veramente viveva sulla soglia della povertà ed era stata presa di sorpresa e portata via in fretta al primo gelo. Gente che non aveva i mezzi per proteggersi. Una faccenda molto triste.
Scorrendo a rilento l’interminabile elenco con una furia miope (a volte perdevo il segno e allora per sicurezza dovevo ricominciare tutto da capo), il cuore mi struggeva dal dentro e un tremito infinito mi sconquassava la disposizione delle dita sulle mani.
Strano a dirsi (controllai mille volte), nessun nome di ragazza aveva origine turca. Nessuno. Chiesi pure per maggiore sicurezza a un conoscente che proveniva dalla medesima latitudine di non guardarsi dal ragguagliarmi nel caso in cui mi fossi sbagliato. Il conoscente mi rassicurò più volte -visto che io pure avevo un poco insistito- dicendo che proprio non c’erano nomi turchi su quella lapide, sicuro al cento per cento. Del suo nome non c’era traccia.
*
Non mi riuscì mai di trovarla.
Da quel giorno non si può avere idea di quanto io l’abbia cercata. Non si può dire quante liste di studenti internazionali io abbia visionato nei cataloghi delle iscrizioni dell’università, minuziosamente analizzato, matita e righello alla mano. La quantità di nomi esotici che nei mesi a seguire avevo inutilmente catalogato alla ricerca di un indizio qualsiasi. Di un nome che ancora oggi mi è sconosciuto.
Le mie ricerche, mille e mille e mille ricerche, terminate tutte con un buco nell’acqua.
Da lì è cominciata la mia malattia. Nelle striature di una luce al neon un poco saltellante o nella miniatura di un zigomo plasmabile, nella dentellatura plausibile di un impermeabile con le maglie larghe che le avevo, mi pare, visto indosso. In un accento scopettato di straforo in un passaggio di tram. In attesa, di fronte ai banchi delle poste. In attesa, di fronte al banco del bar-sport. Infinite volte l’ho rivista per sbaglio, per errore, dentro a un decoro che non faceva in tempo a durare il tempo di un sospiro, di un groppo in gola.
Non sapendo nulla di lei, ho potuto facilmente farmi tutta una serie di ideazioni. Ho immaginato meglio, quasi toccato con mano, quasi tastato, la forma smussa dei suoi seni. Che erano di una forma snella, leggera. Se ero al mare, dicevo come sarebbe bello che tu fossi qui. Quando ero in montagna mi chiedevo per quale colore di doposci lei si sarebbe infine decisa, dopo avere lungamente meditato e cambiato d’avviso pure un paio di volte. Se ero imbottigliato nel traffico, mi dicevo come vorrei che fossi qui a farmi compagnia invece di stare ad ascoltare la maledetta stazione radio che in questo punto della città non fa che frusciare tutto il tempo. La svolta ripida dei bei seni. L’incurvatura delle ascelle rase, delle gengive rosse, abrase dai troppi baci rubati. La forma spigolosa di ginocchi sbucciati dopo una partita di volley. Infinte volte ho supposto il profumo acre del suo alito al mattino, il taglio dei suoi slip, la taglia dei collant, i frammenti di suoi capelli attorcigliati intorno al mignolo del piede; il patatrac del suo sgomento di matrona brevi manu quando per caso un giorno di primavera, verso sera, diciamo le otto, otto e mezza, io potevo tornare a lei brullo di passione -nella nostra casa arredata di scarabocchi e di carezze- portando in braccio un figliolo, un putto, un regalino vivo, avido, tutto per lei, affinché lei lo accudisse.
Di lei non mi restano ormai che queste righe.
*
Non so dire con esattezza perché non rientrai nella casa dei miei conoscenti (neppure per cambiarmi d’abito o per lavarmi i denti) se non dopo un paio di giorni. Mi ero accommiatato affabile, due giorni prima, dalla loro compagnia che era già divenuta un tantino pesante, sicuro di un imminente rientro. Era la sera dell’incidente. Come ho detto, quella notte la trascorsi in uno stato di bilico tra il trasecolato e il sonnolento, in preda alle mie fantasie di ansia. La mattina appresso, con l’arrivo del disgelo non avevo risentito i postumi della notte in bianco e la vitalità delle persone di nuovo in strada mi aveva accalappiato con tutto il suo tripudio di colori e di risate a ganascia.
Nel pomeriggio c’erano state feste ad ogni angolo di strada. C’era molto vino e io ero molto stanco. Avevo chiacchierato a caso e bevuto un paio di bicchieri altrettanto a caso. Così finii per appisolarmi che era già tardi dentro un’auletta delle facoltà di chimica e agraria dove si era svolta, e ancora si svolgeva mentre io ronfavo senza sogni appollaiato su una poltrona con lo stemma dell’università, una grande festa in omaggio al disgelo dove ovviamente i decibel erano a livelli così elevati da farmi vibrare la molla delle mutande anche se mi fossi tenuto a una distanza considerevole. Eravamo felici. Non sapevamo ancora quanto fosse veramente accaduto. Non conoscevamo le cifre. Volevamo solo ridere e abbracciarci e scherzare.
La celebrazione istituzionale era stata fissata per il giorno dopo e la nostra esuberanza di superstiti sarebbe rimasta in breve tempo basita difronte all’enormità di una tragedia che all’improvviso ti tocca da vicino. Dormii lungamente su quella squallida poltroncina alma-laurea e ricordo di essermi chiesto, poco prima di sprofondare, come mai non avessi visto nessuno dei miei colleghi osti. Nessuno dei miei conoscenti petulanti e in caso di necessità albergatori al dettaglio s’era fatto vivo, o forse semplicemente non ci era stato dato di incrociarci in mezzo a quel marasma.
Il giorno dopo partecipai come ho detto alle celebrazioni e anch’io contribuii per quel che potevo a gridare qualche insulto e a fischiare con le dita in bocca contro quei bastardi che ci avevano deliberatamente decimati come carne da macello e poi infilati in tutti i sensi in una cella frigorifera in attesa di potere ancora una volta lucrare sulle nostre povere carcasse irrigidite da un freddo mantenuto artificiosamente sotto lo zero.
A un certo punto mi ritrovai finalmente da solo. E fu solo a quel punto che risentii una certa stanchezza ad appesantirmi le meningi e dolorarmi il concavo delle vertebre. La celebrazione era finita, per terra i cocci infranti della sassaiola di cui prima. Avvertii l’odore lattiginoso del sebo acido tra i miei capelli grassi e quello da miasma quasi che mi esalava dalla bocca e dai denti sporchi anche se avessi mantenuto le mascelle saldamente serrate. Per giunta non avevo denaro. Erano due giorni che vagavo come un barbone, mi serviva un pasto caldo e una doccia.
Nella testa mi tramava un guazzabuglio facinoroso di un milione di cose da dire, da raccontare. Avevo voglia di parlare con qualcuno di fidato. Di un amico avevo bisogno. Percorrevo a lunghi passi la via principale della città, stracolma a ogni angolo di negozietti per gente coi soldi e botteghe di sapone artigianale, dove un poco più in giù, in una traversa nascosta da un’impalcatura di lavori di messa in opera o restauro, c’era un condominio basso –una brutta palazzina anni cinquanta che solo per certi interni teneva segnata sul citofono una croce o un asterico, una ics, che i più dicono essere dei segnetti che i malviventi utilizzano per informarsi tra loro sull’effettiva possibilità di un furto con scasso, anche se io non ci ho mai creduto-. Ero finalmente arrivato sotto la casa dei miei conoscenti.
Da buoni albergatori della domenica, essi mi avevano fornito le chiavi dell’appartamento perché io mi sentissi libero di seguire i miei ritmi; ma anche perché, nel caso, non mi attaccassi al citofono alle quattro di mattina del sabato successivo sbronzo e con gli occhi a pera, in attesa che qualcuno mi aprisse il portone. Il chiavistello faceva di solito sempre un po’ di fatica a ingranare la rotazione della chiave ma quella volta non diede problemi e un poco io me ne meravigliai.
Incrociai sulle scale il vecchio proprietario di casa che aveva ancora attorno agli angoli delle labbra una bavetta verminolenta che mi scatenò un conato di vomito. Fu affabile come al solito, si vedeva che era rallegrato della fine del freddo. Come da manuale, nell’androne delle scale parlammo di come va il tempo. Dall’inizio dei tempi le discussioni sulla qualità del meteo sono il modo più facile per far conversazione negli androni delle scale tra i signori condomini che da una vita si incrociano sempre nello stesso punto del palazzo per parlare del tempo appunto; ma ammetterai che questa volta l’argomento assumeva una connotazione molto più personale rispetto a quanto non accada in tempi di magra. Solo, sambrava ne parlasse perfettamente a suo agio, come appunto se parlasse col condomino della porta accanto amico suo (quale in effetti per qualche giorno io ero stato), saputello e vispo come niente fosse, completamente incurante, sembrava, delle migliaia di morti che quello stesso meteo -che egli pronosticava con cautela aperto soleggiato per i giorni a venire- aveva causato nel giro di un paio di notti soltanto. Per me era quasi un tabù a quel punto della giornata, una vera sofferenza, ma nondimeno ci parlai un poco congedandomi appena ne ebbi l’occasione.
Montavo i gradini tre alla volta cercando di armonizzare il ritmo del mio affanno con quello dei passi pesanti e sgraziati. In breve arrivai davanti alla porta di casa. Le orecchie mi fischiavano per lo sforzo. Non per niente ero al quinto piano senza ascensore.
Stranamente non si udiva la frequenza distorta di quell’odiosa stazione radio anni settanta che essi avevano l’abitudine di ascoltare tutto il giorno. Inoltre, non ne ero certo visto che ero raffreddato, ma pure mi sembrava di non riconoscere nemmeno il solito tanfo macrobiotico di quelle erbe ornamentali che essi avevano pure l’abitudine di fumare per tutto il giorno. Tanto meglio, pensai. Mutandis mutandum, pensai.
Mi avvidi subito che di sotto la fessura della porta d’ingresso soffiava una brina freddissima e si aveva l’impressione che qualcuno avesse avuto la brillante idea di fare arieggiare tutta la casa quando ancora le temperature erano troppo rigide per potersi permettere certi generi di misure igieniche così di punto in bianco. Feci un breve fischietto. Niente, nessuna risposta. Allora nuovamente fischiai la stessa melodia con maggiore chiarezza e volume per un tempo più lungo, tendendo l’orecchio, in attesa, con un sorrisino scemo di complicità amicale che già mi spuntava da sotto i baffi.
Tra noi era oramai un segnale consueto. Collaudato e perfezionato in anni e anni di carriera universitaria. Anche prima che mi offrissero ospitalità, ogniqualvolta mi ritrovavo col fiato pesante davanti alla porta di casa loro, io emettevo questo fischietto caratteristico e due volte su tre, se non erano impegnati in qualche partita di playstation particolarmente agonistica, essi modulando, certe volte tutti e tre contemporaneamente, lo stesso fischio un ottava più sotto mi venivano in contro senza che manco avessi bisogno di suonare il campanello.
Infilai la chiave nella toppa. Questa volta essa ebbe qualche difficoltà ma alla fine riuscii a farla girare su se stessa. Mi aspettavo di dover girare due o tre volte le mandate, essendo che dalla casa non provenivano segnali di vita. Invece feci appena in tempo a ruotarla di una novantina di gradi che il meccanismo – già da lungo tempo bisognava di una oleata- s’aprì di botto, rovesciando contro di me l’alito gelido del vento che dalle finestre spalancate si riversava direttamente nell’interstizio semiaperto della porta d’ingresso.
*
Dovetti tuttavia fare di conto per un poco prima di capire. Nella casa c’era certo una bella arietta, ma tutto pareva essere in ordine. Proprio difronte alla porta d’ingresso che avevo rischiusa in fretta dietro le mie spalle combattendo contro la pressione dell’aria, era posizionato il tavolo circolare di cui prima, dove stavano sparpagliati i resti di una magra cena consumata verosimilmente la sera prima.
Strano, nessuna delle finestre era aperta. Me ne assicurai appressandomi, tastando che le giunture fossero effettivamente serrate. Pur essendo solo, feci questo gesto con un saper-fare da tecnico, da idraulico esperto o da pompiere. Mi sentivo bene, finalmente potevo rilassarmi.
Risolsi infine l’arcano. L’arietta proveniva dalle microscopiche fratture che si erano prodotte in basso nella struttura portante delle finestre. Quelli che si chiamano spifferi. Il freddo doveva avere logorato la pervicacia di quegli infissi, messi lì da una buona trentina d’anni a voler essere ottimisti. Rassettai quindi come meglio potei le ante della finestra. Poco male, pensai, basterà comunicarlo al proprietario, è infondo affar suo di occuparsi di queste questioni tecniche. Così pensai.
Presi a farmi un caffè. Ne avevo davvero bisogno. Avevo dannatamente bisogno di un caffè bollente. Mi accesi una sigaretta mentre svuotavo nel lavandino il contenuto sabbioso del filtro della moca. Fumai lentamente, guardandomi attorno un poco spaesato in quella sala da pranzo dove conoscevo a memoria la forma di ogni singola ragnatela aggrumata negli angoli in alto delle pareti, che pure adesso, per uno strano caso dovuto sicuramente allo stress accumulato negli ultimi giorni, mi pareva stranamente diversa. Forse era la vuotezza della casa a farmi un effetto straniante.
Mi appoggiai un attimo sopra una sedia di vimini che dovevano avere ramazzato davanti a qualche cassonetto dell’immondizia e lì mi addormentai. Non so quanto tempo rimasi così sopito. Non molto in ogni caso. D’altra parte ero scusabile, avevo accumulato molta stanchezza.
Quando rinvenni sentivo un gusto acre in gola. L’esigenza di un caffè si faceva più forte. Ripresi di malavoglia gli arnesi della moca con la lentezza di chi è sonnolento o ha dormito poco.
Ovviamente il caffè mancava. Il recipiente con su scritto CAFFE’ era stato scopettato per bene e non rimanevano che le antiche tracce della sua presenza. Imprecai perché pure un po’ la cosa mi faceva girare i cosiddetti. Dopo due giorni di vagabondaggio, uno un caffè lo desidera come l’acqua un assetato.
Stavo quindi per rimettermi l’impermeabile addosso e andare a fare colazione nel bar sotto casa. D’un tratto mi rammentai della storica fama di spilorceria di uno degli inquilini. Avevo sentito storie di lui che si nascondeva in camera quante più roba riuscisse a sgraffignare. Ovviamente non era roba sua, giusto, si faceva la scorta nel caso in cui ad esempio in casa non c’era più carta igienica. Una volta che era fuori, i suoi compagni avevano scoperto in un armadio un duplicato versione mignon della loro credenza. Dai rotoli di carta igienica alle provviste di fusilli in confezione da un kilo. Dai biscotti per la colazione alle scorte di caffè. Dalla pasta dentifricio al detergente per piatti. Una cosa assurda. Lui pure su sta roba ci scherzava. Fatto sta che se uno in quel momento aveva bisogno chessò di zucchero e in casa non ne trovava, potevi stare sicuro che entravi alla chetichella lì da lui, aprivi piano piano l’armadio grande e dentro ci trovavi tante cose quante ne puoi rinvenire sugli scaffali di un discount.
Spensi la sigaretta sotto la suola della scarpa perché non vedevo posaceneri nelle vicinanze e gettai il mozzicone dalla finestra. Per un riflesso incondizionato, aprii piano per non fare rumore la porta della sua camera come se veramente gli stessi trafugando cibarie mentre lui stava in bagno a pisciare. Era davvero una stanzetta miniaturizzata, arredata col minimo indispensabile.
Fu strano perché all’interno distinsi chiaramente una lucina. Per un momento pensai di non esser solo e macchinalmente richiusi la porto come avessi disturbato qualcuno nel sonno. Ma non poteva essere. La casa era vuota, ne ero sicuro.
*
Era nient’altro che una stufetta a corrente elettrica di quelle per scaldarsi i piedi che illuminava di un arancione iridescente col suo moto oscillatorio alternativamente un angolo e poi l’altro della stanza. Era posizionata giusto di fianco al letto. La dentro faceva così freddo che potevo vedere il mio respiro bianchissimo sparpagliarsi nell’aria mentre ero ancora fermo sull’uscio a fare mente locale.
Sopra al letto stava ammonticchiata una quantità di roba da formarci sopra una specie di montagna. Una roba da matti. Un disordine da centro di detenzione permanente. All’inizio pensai che qualcuno avesse riversato sopra al letto da una piazza e mezzo il contenuto ingombrante di tre o quattro valige di quelle grandi.
Ci misi un po’ a capire di cosa di trattava. Approssimativamente dovevano esserci dieci o forse più coperte tra plaid e quant’altro, ammonticchiate così, a caso, l’una sull’altra.
Quando di nuovo, poi, l’arancione della stufetta fece luce verso il letto, tra le coperte feci in tempo a distinguere qualcosa di conosciuto.
Un fischio in testa si fece più forte. Come vetroresina le braccia mi caddero a terra, frantumandosi in mille pezzi.
Stavano stretti, abbracciati l’uno contro l’altro.
Vidi qualcosa che stava appiccicato contro il muro all’altezza della testiera del letto, ma un poco più in su, come l’immagine della sacra famiglia. Un poster strapazzato con sopra scritto FINE.

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