Fare della propria passione un lavoro è il male della nostra epoca?

L’idea di fare della propria passione un lavoro, per non fare nemmeno un’ora di lavoro, appariva desiderabile quando il lavoro era circoscritto all’interno di fabbriche organizzate con ruoli e orari ben definiti, dalle quali si cercava di evadere appena possibile per rifugiarsi in quello che era veramente il “tempo libero”, cioè un tempo svincolato dall’obbligo della produzione e del profitto.

Adesso che il lavoro si sta spostando su ambienti cognitivi e digitali e l’automazione rende superflua la presenza umana anche nella grande industria, svuotando magazzini e uffici, gli spazi e i tempi del lavoro si sciolgono e si confondono nell’intera vita del lavoratore, mescolando i limiti tra ciò che è lavoro e ciò che non lo è.

In questo senso è difficile anche stabilire il prezzo effettivo dalla prestazione, perché il tempo della produzione, della ricerca e della formazione, non coincide più con orari e luoghi ben precisi.

La corrispondenza tra tempo e salario salta, dato che il tempo dedicato al lavoro si estende all’intero spazio di esistenza del lavoratore, andando oltre le otto ore e le quattro mura della fabbrica o dell’ufficio.

Fare della propria passione un lavoro è lavorare una intera vita

Ogni azione di chi fa della propria passione un lavoro si ritrova a essere interna all’attività del mercato, la quale si insinua anche nei momenti più noiosi della sua vita, come i tempi morti o quelli dell’attesa, quando per esempio scrolla annoiato lo stream di instagram per cercare ispirazioni e stimoli che contribuiranno alla formazione di uno sguardo o di uno stile che impiegherà poi nelle sue produzioni creative, digitali e cognitive, oppure quando il lavoratore passionale/cognitivo torna a casa e continua la ricerca che stava svolgendo per il marchio o formula un’idea che metterà nella sua strategia di content marketing mentre è in viaggio oppure ancora quando compone un articolo seduto sotto l’ombrellone, o sistema il file Excel in metropolitana.

Egli compie queste attività con serietà, ma come se fossero un passatempo e solo perché gli dà piacere farlo, senza accorgersi che le ore impiegate in operazioni del genere non sono contabilizzate in busta paga.

Nella specie di ufficio diffuso che è la sua intera esistenza, fatta di tablet e dispositivi elettronici dai quali non stacca mai neppure quando cerca di riposarsi, i processi produttivi si accelerano e si allargano in zone una volta dedicate al tempo libero, confondendo così i limiti tra i luoghi e i tempi dedicati alla produzione.

Quale è lo scopo di fare delle propria passione un lavoro?

Lo scopo del sistema neoliberale all’interno del quale agisce chi fa della propria passione un lavoro consiste proprio nell’abbattere ogni confine tra pubblico e privato, tra lavoro e non lavoro, tra tempo della produzione e tempo improduttivo, in modo da mettere a valore l’intera esistenza del lavoratore.

Questa capacità di assorbire le opposizioni e annullare le differenze, di sciogliere ogni identità per metterci tutti sotto la grande macrocategoria di produttori e consumatori è la sua grande forza.

Una forza che non si nutre più del gioco dialettico Servo/Padrone, in special modo se è lo stesso lavoratore a essere capo di se stesso o a alienare volontariamente le sue creazioni, semplicemente vivendo e ricomponendo giorno dopo giorno nella sua mente quegli strumenti e quelle idee che vengono messe a profitto non appena arrivano a concepimento.

Questo lo si può notare soprattutto nel cosiddetto lavoro cognitivo che in chi lavora con la propria passione sfrutta interessi, vocazioni e passioni individuali, per il quale i mezzi di produzione risultano interni alla mente del lavoratore e i dispositivi tecnologici sui quali egli svolge le sue attività sono anch’essi di sua proprietà.

Considerate queste semplici premesse, l’analisi sull’estrazione del valore dalle pratiche umane si può estendere verso aspetti più profondi che riguardano non solo le qualità tecniche del lavoratore, ma la sua mente, i suoi desideri più intimi e l’intera sua sfera emotiva, perché, come ha potuto notare anche Byung Chul Han, filosofo coreano di stanza a Berlino, adesso “la totalizzazione del tempo del sé si accompagna alla totalizzazione della produzione, la quale travolge oggi ogni ambito della vita e conduce allo sfruttamento totale dell’uomo.”

Il lavoro della propria passione è nella tua mente

Infatti, al di là degli strumenti materiali con cui chi fa della propria passione un lavoro elabora servizi e prodotti, il lavoratore possiede pure quelli immateriali, come la capacità di creare relazioni significative con i collaboratori, essere simpatico ed empatico, gestire la sua emotività per far fronte con maggiore entusiasmo agli eventuali problemi che si verificano nell’ambiente di lavoro.

Queste qualità fanno parte di quel capitale di cui egli è proprietario e del quale non si può separare, il cosiddetto capitale umano, un genere di capitale che va accumulato e ottimizzato come se fosse un vero e proprio, imprescindibile bagaglio di esperienze da impiegare a lavoro.

Come si accorgono infatti i sociologi del lavoro Federico Chicchi e Anna Simone ne La società della prestazione, “gli strumenti professionali dei lavoratori cognitivi non sono più, come sovente accadeva nel lavoro industriale, separabili e opponibili al lavoratore stesso: il lavoro e i mezzi di produzione si ricompongono nel corpo e nella mente del lavoratore cognitivo” e come fanno notare tutte le statistiche di produttività aziendale legate allo stato emotivo dei lavoratori, le proprietà intrinseche al carattere contribuiscono per una buona parte alla crescita di un’intera azienda o anche di una sola partita iva.

Cosa si concede facendo della propria passione un lavoro?

Il mercato si appropria perciò non solo delle qualità tecniche sviluppate da chi fa della propria passione un lavoro, ma pure e soprattutto di un saperci fare relazionale appreso con l’esperienza in contesti considerati da sempre esterni ai luoghi del lavoro come la famiglia, il bar, la scuola, lo sport, etc…

È proprio a partire da questa intuizione che alcune imprese si adoperano per introdurre nell’ambito della formazione delle risorse umane i corsi di PNL, di mindfullness, di training autogeno, di riconoscimento delle emozioni o di sviluppo dell’empatia.

Attraverso queste pratiche di gestione del , chi lavora con la propria passione trova il modo di ridurre lo stress, l’ansia, le distrazioni continue fornite da carichi di lavoro eccessivi o dai molti e diversi compiti ai quali chi lavora con la propria passione è sottoposto.

La meditazione, per esempio, aumenta la capacità di mantenere l’attenzione per un periodo di tempo molto più lungo su uno stesso stimolo o sull’oggetto sul quale si sta lavorando.

La capacità di riconoscere le emozioni genera empatia, facilitando i rapporti tra i colleghi e l’interdipendenza tra i collaboratori.

Il lavoratore che durante i corsi di formazione subisce questo genere di addestramento può riuscire a sostenere l’assedio del multitasking, a scoraggiare il burn out, a disinnescare il meccanismo compulsivo di stimolo/risposta per dare soluzioni creative e non reattive ai problemi che si verificano con i colleghi o nell’ambiente di lavoro.

Perché le aziende voglio fare della propria passione un lavoro?

È l’azienda stessa che fornisce a chi lavora con la propria passione le dotazioni immunitarie per metterlo a riparo dalla sua attività, cercando in questo modo di risolvere il problema della neurosostenibilità interna ai processi di produzione e fare fronte così alle patologie contemporanee più diffuse in ambito lavorativo come lo stress, l’over thinking, il burnout.

Tutto questo non perché si abbia particolarmente a cuore la salute dei lavoratori, ma perché una mente rilassata produce meglio e di più.

È così che il mercato estrae valore direttamente dalla mente del lavoratore, apportando una trasformazione psichica del sé che deve essere impiegata a favore della produzione.

Federico Chicchi e Anna Simone sottolineano nei loro studi come “il dispositivo di sfruttamento si iscrive direttamente nel corpo del lavoratore attraverso una domanda di mobilitazione soggettiva che comprende le risorse relazionali, simboliche, affettive e intuitive.”

E ancora una volta “tutto questo rende al contempo incerto il confine tra ciò che è produttivo e ciò che invece considerato non interno alla esecuzione del compito”. Se un tempo perciò il proletariato doveva appropriarsi dei mezzi di produzione del padrone per vincere lo sfruttamento, adesso che i mezzi di produzione sono le sue risorse cognitive, relazionali, digitali e creative interne a se stesso, viene da chiedersi di cosa dovrebbe appropriarsi.

Da dove proviene il desiderio di fare della propria passione un lavoro?

Con il decadimento degli ordini disciplinari tradizionali come la famiglia, il partito, le istituzioni, la religione e le fabbriche, che davano un senso pratico e regolamentato alla vita delle persone e contro i quali si poteva opporre un “no” o quantomeno un rifiuto alla subalternità e all’obbligo della produzione, i processi di assoggettamento si ripiegano sull’individuo, il quale, non essendo più costretto a rispondere a imperativi morali, a doveri, a orari d’azienda, a ordini o gerarchie, obbliga se stesso ad agire, ponendosi degli obiettivi e autosfruttandosi per cercare di realizzarli. Chi lavora lavoratore con le passioni mette in campo qualcosa di molto più intimo della semplice conoscenza operativa: la sua mente, le sue emozioni, il suo desiderio.

In un certo senso, come fa notare ancora il filosofo Byung Chul Han, il lavoratore con le passioni “sfrutta se stesso del tutto volontariamente, senza costrizioni esterne. Egli è al tempo stesso vittima e carnefice.”

Cosa avviene nell’animo di vuole fare della propria passione un lavoro?

Libertà e costrizione coincidono nell’animo di chi fa della propria passione un lavoro e l’assenza di opposizioni polari come lavoro/tempo libero, capo/subalterno, etc… lo induce a esprimere un’azione talmente libera da far perdere anche i confini tra doveri e volontà, fino a far corrispondere il desiderio personale con l’unica norma alla quale sottomettersi.

La promozione di una volontà indipendente da vincoli, culture e orari, è quella però di un individuo che non può più avere scuse.

Se egli non è libero di lavorare con le proprie passioni la colpa è solo sua perché non è riuscito a emanciparsi dai condizionamenti ambientali, sociali o culturali che lo limitavano nella scelta dalla sua professione o nel modo di svolgerla.

In un passo che vale la pensa citare per intero, Mark Fisher nota come “una delle tattiche di maggior successo della classe dirigente è stata la “responsabilizzazione” del singolo individuo.

Ogni singolo membro della classe subordinata è incoraggiato a credere che la sua povertà, la mancanza di opportunità, o la disoccupazione, sono colpa sua e solo sua.

Gli individui incolpano se stessi, piuttosto che le strutture sociali. E in ogni caso sono indotti a credere in una realtà che non è.

Ciò che Smail definisce il “volontarismo magico” – cioè la convinzione che ogni persona ha il potere di diventare ciò che vuole essere – è l’ideologia dominante e la religione non ufficiale della società capitalistica contemporanea, sostenuta sia da “esperti” dei reality televisivi che dai guru del business che dai politici.

Il volontarismo magico è sia l’effetto che la causa del più basso livello di coscienza di classe che la storia ricordi.

È l’altra faccia della depressione – la cui convinzione di fondo è che noi siamo gli unici responsabili della nostra miseria e perciò la meritiamo.”

Chi fa della propria passione un lavoro vive con la pressione interna di non aver fatto mai abbastanza e questo lo si nota soprattutto nella tendenza che ha di continuare a formarsi senza mai riuscire a fare un punto sulla sua professionalità.

Egli vive in un costante processo di autovalutazione in riferimento all’idea di perfomance lavorativa d’eccellenza che popola la sua mente, soprattutto quando in ballo vi è qualcosa che lo riguarda intimamente, ovvero la sua passione.

Descrivendo chi fa della propria passione un lavoro, Chicchi e Simone si accorgono che “più il lavoro è investito e caratterizzato da elementi espressivi e vocazionali più cresce fortemente il bisogno di formazione e innovazione continua dei propri bagagli professionali per aumentare il livello prestazionale del proprio agire economico.”

Per il lavoratore passionale diventa perciò necessario frequentare corsi di aggiornamento e workshop non solo perché il mondo del lavoro cambia continuamente, ma anche perché si sente in dovere implementare le sue competenze per le quali deve sempre raggiungere il livello più alto.

Si potrebbe pensare che essere capi di sé stessi e fare della propria passione un lavoro sia una grande conquista di libertà, ma invece proprio la passione si rivela essere tra le peggiori gabbie, cioè quelle senza sbarre, senza limiti, senza un fuori al di là del quale ci si possa davvero sentire svincolati dall’obbligo della produzione, nemmeno in quelle zone profonde del sé che si pensavano libere da qualsiasi logica dell’utile.

Quali sono allora i rischi di fare della propria passione un lavoro?

Fare della propria passione un lavoro più che un piacere rischia di diventare un’oppressione che il lavoratore ritorce su di sé, un genere di libertà che getta la persona in una solitudine esistenziale e operativa data da un eccesso di responsabilità individuale rispetto alla propria vita professionale, perché adesso, come sostiene Byung Chul Han, “in luogo del divieto, dell’obbligo o della legge, subentrano il progetto, l’iniziativa e la motivazione.”.

Chi fa della propria passione un lavoro è infatti spinto dall’interno a svolgere la sua attività e prima di essere in competizione con gli altri, si trova a essere innanzitutto in competizione con se stesso.

Questo genere di motivazione intrinseca, conosciuta anche con il termine proattività, è la qualità migliore che un datore cerca nei suoi collaboratori e la caratteristica necessaria per chi invece vuole fare impresa di sé.

Secondo la descrizione di Stephen Covey, uno dei guru mondiali della formazione aziendale per quanto riguarda l’intelligenza emotiva, il soggetto proattivo è colui che una volta riconosciuti i condizionamenti ambientali e sociali che influenzano la sua azione, riesce a subordinare i sentimenti di attaccamento all’ambiente sociale a nuovi valori scelti autonomamente.

Il soggetto proattivo è un creatore di valori individuali ai quali sottomette la sua stessa vita.

Quale è l’ideologia alla base di chi vuole fare della propria passione un lavoro e a chi conviene?

Queste ideologia è alla base del self made man contemporaneo, cioè di colui che crea il proprio destino, costruendo una nuova narrazione di se stesso dopo aver fatto tabula rasa di quelle precedenti. Egli ha il grande potere di scegliere chi essere e come essere, prendendosi carico interamente della propria vita lavorativa.

Il soggetto proattivo è in grado di autoresponsabilizzarsi e di svolgere il suo compito in autonomia, senza il bisogno di supervisori.

Inoltre, agendo sulla base del proprio desiderio e trovando in se stesso le motivazioni per darsi da fare, è più performante di un altro che si sente invece costretto a eseguire un compito.

Prendendo ancora a prestito le parole di Byung Chul Han, vi è una regola secondo la quale “La positività del poter fare è molto più efficace della negatività del dovere […]” per questo il soggetto che lavora con le passioni e che si dà da sé la spinta “è anche più veloce e produttivo del soggetto di obbedienza”.

Come agisce chi fa della propria passione un lavoro?

Egli compie il suo lavoro con tenacia, perseveranza, ordine e sopratutto non vuole e non ha bisogno che qualcuno gli dica come fare il mestiere per il quale è vocato. È disposto a ricevere salari più bassi, a avere orari flessibili e non ha bisogno di gratificazioni esterne come un aumento dello stipendio, le congratulazioni del capo o uno scatto di carriera, perché trova nella sua attività la ricompensa emotiva, sociale, pratica per quello che sta facendo.

I compiti che svolge spesso hanno come fine non solo aspetti economici, ma esistenziali.

Egli non si fa scrupoli a subordinare la contingenza del guadagno alla progettualità della sua posizione o della sua immagine professionale, così come capita di vedere in quelle persone che pur di mettere un piede nell’azienda dei loro sogni, pur di ritagliarsi una posizione ambita o quantomeno invidiata dal contesto sociale in cui agiscono, sono disposte a lavorare gratis, a svolgere i tirocini non retribuiti e mansioni sottodimensionate con la speranza di migliorare la loro posizione e esprimere prima o poi i loro talenti.

Come si percepisce chi fa della propria passione un lavoro?

Nel bene o nel male chi fa della propria passione un lavoro si percepisce come unico responsabile della propria vita lavorativa e accetta la precarietà come condizione esistenziale e come agone di gioco all’interno del quale può mostrare il livello della sua prestazione.

Il valore posizionale offerto dalla forma/privilegio di lavorare con qualcosa che appassiona si ritrova a essere più ambito del valore economico che si può ricavare dalla propria attività.

In questo senso egli è doppiamente sfruttato:

una volta da se stesso e una volta, quando c’è, dal datore di lavoro che approfitta della sua volontà innata a produrre in accordo con i servizi, i valori e i prodotti erogati dall’azienda.

Una persona formata con questa idea di sé, cioè in grado di percepirsi autonoma, fugge anche da ogni contesto gerarchico o rigidamente organizzato.

Alla sua esigenza di libertà va in contro lo scioglimento della forma ufficio compartimentata, dove l’open space condiviso o gli spazi di coworking diventano la sede fisica dell’assenza del limite regolamentato di ruolo e mansione.

Chi fa della propria passione un lavoro è anche libero da vincoli contrattuali, preferiscono operare per conto loro, da free lance, organizzando il lavoro a distanza. La sede geografica dell’azienda non deve necessariamente coincidere con il luogo in cui risiede il lavoratore, il quale perciò si considera sempre meno “dipendente”.

Questo modo di fare e di essere è alla base del genere di libertà promosso dal neoliberismo, un genere di libertà che scioglie ogni rapporto con l’altro, disegnando un orizzonte di senso esclusivo, privato, personale, dove la collaborazione viene percepita a volte come un intralcio, un rallentamento, oltre che come un vizio o una contaminazione della propria visione o del risultato finale che chi fa della propria passione un lavoro vuole raggiungere da solo.

Anche per questo si rendono necessari i corsi di team building. Le aziende devono far fronte a un eccesso di individualismo che fa male alla produzione e creare le condizioni adeguate per sviluppare rapporti di interdipendenza tra i collaboratori. Q

uella del lavoro con le passioni, soprattutto quando si manifesta in forma autonoma, rischia di essere una nuova libertà singolare che erode dall’interno ogni legame sociale e lavorativo, perché capita che anche il collega più amico venga visto come un vero e proprio impedimento all’ascesa individuale e alla piena realizzazione di sé.

Quali sono le conseguenze del fare della propria passione un lavoro?

È probabilmente grazie a questa evoluzione del lavoro che stiamo vivendo lo sgretolamento di una visione collettiva di classe e diritti, poiché il desiderio di ascesa personale, sostenuto da valori non direttamente commerciali e da una forte passione per ciò che si fa, diventa l’unica vera disciplina per il soggetto e una forma di dovere che non risponde più ad alcuna istanza collettiva.

A causa di ciò è possibile che i lavoratori non si coalizzino più in forme rappresentative, comunitarie, sindacali o in class action con principi di rivendicazione sociale, perché ognuno è preda di se stesso e vede l’altro come un competitor o un attore da impiegare per sostenere la propria visione.

Lavorare con le passioni è una delle forme di individualizzazione contemporanea messe in atto dai processi economici neoliberali utile a fluidificare e estendere l’azione del mercato in ogni anfratto della vita individuale in nome della libertà.

La soluzione a questo genere di violenza sarebbe cercare di rendersi inutili, di sospendere ogni volontà di riuscita, di annientare le manie dell’ego, di disimpegnarsi, di creare relazioni di scambio fuori dall’economia, di ricomporre i limiti e i “no”.

Queste probabilmente sono le uniche pratiche felici per resistere e per liberare l’intera esistenza dalla forza appropriativa del capitalismo contemporaneo.

A queste pratiche bisognerebbe unire forse l’unica, grande, passione che ognuno di noi dovrebbe avere, quella di esistere, e basta.

Cosa fa di un fotografo un fotografo? Il caso di Agoraphobictraveller

Si dice che con l’avvento degli smartphone la fotografia sia diventata una pratica “democratica”. Ma è solo l’accesso ai mezzi di riproduzione delle immagini a essere democratico, non la fotografia.

Il fatto che tutti sappiamo scrivere non fa di noi degli scrittori. Il fatto che tutti possiamo fare delle foto non fa di noi dei fotografi. Queste cose le sappiamo, ma è meglio ribadirle, in un mondo dove tutti sono scrittori e tutti sono fotografi, me compreso.

Dico questo perché durante uno scroll annoiato della home di instagram, mi sono imbattuto sul profilo di Jacqui Kenny, in arte Agoraphobictraveller, sul quale scrive: “Agoraphobia & anxiety limit my ability to travel, so I’ve found another’s way to see the world.” Questo “another’s way” è la mappa di google streetview.

a1

Le sue immagini sono degli screenshot presi dai luoghi fotografati dalla macchina di google che gira random tra i deserti del Sud America o dell’Asia, tra le poco popolose città del Messico e le colorate casette del Perù, registrando a caso, e con tutta la stupidità tipica delle macchine, situazioni veramente singolari, che rimarrebbero solo inutili acquisizioni di dati se non ci fosse l’occhio di Agoraphobictraveller a selezionarli e trasferirli su instagram.

Questa del trasferimento è secondo me la prima cosa che fa delle sue foto non semplici immagini, ma opere vere e proprie, e che ci tira subito fuori dalla tanto decantata democraticità della fotografia.

Avete presente il discorso che faceva Duchamp con i ready made?
Lui sosteneva che un oggetto di uso comune, se trasferito in un contesto museale, assume automaticamente lo statuto di opera d’arte.

a2

Con le foto di Agoraphobictraveller succede la stessa cosa. Il gesto di portare queste immagini da un luogo anonimo come googlestreetwiev a uno deputato alla loro raccolta, fa di queste immagini delle opere d’arte e di lei una vera autrice, sebbene non abbia scattato nessuna di queste foto in prima persona.

Da qui ne segue perciò anche un discorso sul senso dell’autorialità nella fotografia. Perché se una macchina cattura autonomamente per noi delle porzioni di mondo, allora è vero che per fare un fotografo non c’è bisogno di qualcuno che faccia click, né tantomeno possedere un telefono da mille euro o una reflex con obiettivi telescopici. Basta delegare al dispositivo la facoltà di cattura e la foto è fatta.

(Si pensi anche ai telefoni di ultima generazione. Alcuni decidono di sottoporci le immagini che ritengono migliori per correttezza espositiva, luce e composizione. Così il rischio che si corre è veramente quello della “democraticità” della fotografia nell’appiattimento di un occhio standardizzato dalla tecnologia).

a3

Perciò mi chiedo: un fotografo è colui che preme il bottone o colui che riconosce il significato estetico o semiologicodelle immagini e che comprende la peculiarità di un evento estrapolandolo dal flusso delle percezioni pur senza fermarle in un frame?

Perché se il fotografo è solo colui che preme il bottone, come vorrebbero farci credere coloro che sostengono la “democraticità” delle fotografia allora, nel caso di Agoraphobictraveller, l’autore delle foto è la stupida macchina di google che non sa assolutamente cosa sta facendo.

a5

Invece, se per essere un fotografo è necessario possedere uno sguardopersonale sul mondo fatto di esperienze, letture, sensazioni vissute e sopratutto studio e visione costante di immagini, lavoro sul linguaggio visivo, conoscenza della composizione, approfondimento e ricerca, allora non c’è nemmeno bisogno di fotografare, così come dimostra Agoraphobictraveller.

[Dopo aver ammirato il suo lavoro su instagram ho parlato con Jacqui Kenny (Agoraphobictraveller) sulla chat. Mi ha detto che si occupa di direzione della fotografia per il cinema e i suoi fotografi preferiti, sui quali ha studiato, sono: John Divola, Stephen Shore, Peter Granser, David Hockney e Massimo Vitali]

Se volete rifarvi gli occhi, visitate la sua pagina https://www.instagram.com/streetview.portraits/?hl=it

LEWIS BALTZ – LA CONCRETEZZA DEL NULLA

Verso la metà degli anni sessanta Lewis Baltz raccoglie una serie di fotografie raggruppandole sotto il nome di Prototypes. In queste immagini compaiono scenari urbani popolati da muri bianchi, finestre, automobili e case nelle quali non succede nulla. Nel suo lavoro Baltz si limita a registrare asetticamente il reale lasciando emergere dalle forme ordinarie dei luoghi la sensazione vivida che qualsiasi cosa nella sua concretezza sia del tutto vana.

Gli elementi delle fotografie sono privi di enfasi e svuotati di un’identità specifica. Ciò che seduce non è la vivacità dei colori o gli aspetti monumentali della scenografia ma la manifestazione di un ordine statico ridotto alla semplice presenza.

Lewis Baltz - Prototypes

Lewis Baltz – Prototypes

Per mezzo di un raffinato equilibrio tecnico, nei prototypes, Baltz coniuga le forme spaziali presenti nel paesaggio con le forme della sua personale ricerca stilistica. Il suo sguardo analitico, condotto attraverso le prospettive regolari e i tratti essenziali della fotografia minimalista, sospende gli oggetti in una dimensione originaria e impersonale. Nonostante l’aria rarefatta delle atmosfere, gli oggetti sulla scena sono figure fisiche vere e proprie, non mere rappresentazioni di cose e, sebbene la fotografia li tratti solo come segni del loro essere nel mondo, questi oggetti non rimandano a nessuna alterità diversa da loro stessi. Nelle fotografie di Lewis Baltz nessun mondo migliore ci aspetta al di là di quello che si mostra, non c’è nessun significato dietro i muri bianchi delle vie desolate e non troveremo nessun altro nero che non sia il nero di quelle finestre chiuse. Se Franco Fontana sosteneva che “il compito dell’arte è rendere visibile l’invisibile”, con Baltz il processo si ripiega su sé stesso. La sua fotografia non intende andare oltre a quello che appare e ci costringe a vedere quanto di solito escludiamo dalla nostra vista come privo di significato o banale. Il compito di Baltz è opposto e forse più arduo e paradossale rispetto a quello di Fontana. Baltz vuole rendere visibile il visibile.

Lewis Baltz

Lewis Baltz

Mediante questa ripetizione dell’identico dove la forma non vuole altro che se stessa, lo sguardo di Baltz fissa ininterrottamente la realtà quotidiana fino a far diventare un semplice muro bianco estraneo o extra-ordinario.

Il suo occhio raggiunge una posa talmente neutrale sulle cose da disorientare la nostra visione per condurci verso un’esperienza percettiva senza riferimenti. Il nulla strabordante presente nella concretezza degli elementi diventa il soggetto della fotografia sollevato dall’incarico di comunicare qualcosa che non sia la sua inconsistenza.

L’immagine a questo punto si fa talmente autonoma da volersi presentare come oggetto indipendente dall’osservatore. Si ha l’impressione che anche la soggettività particolare di Baltz si annulli nel vuoto generale della scena come se a scattare quelle foto fosse stato un unico grande occhio senza nome. Chi guarda gli oggetti prototipici di Baltz deve rinunciare alla volontà di imprimere un ordine personale alla sensazione perché l’immagine rifiuta di farsi coinvolgere e ci tiene a distanza.

Point

Riconoscere semplicemente le figure esposte nella fotografia, meditando senza implicazioni su questa specie di grande e significativo nulla che è in fin dei conti il protagonista immanente della composizione, è l’unica cosa che possiamo fare.

Lewis Baltz era uno dei membri più rappresentativi del movimento dei “New Topographics”, un gruppo di artisti che si occupava di analizzare il rapporto tra l’uomo e la natura in contesti urbani, mediante la documentazione fotografica dell’intrusione industriale nel mondo.

I “New Topographics” fotografavano anche scene suburbane con motels, parcheggi, pompe di benzina, influenzando notevolmente artisti contemporanei come Andreas Gursky, Thomas Struth e Joel Sternfeld.

Attualmente Stephen Shore, l’unico dei “New Topographics” che lavora a colori, è uno dei pochi del gruppo ancora in vita.

Baltz Lewis

[Questo articolo è uscito su Artwort ]