L’istinto si è estinto

Per sopravvivere l’uomo deve ricorrere a una serie di operazioni non necessarie da un punto di vista biologico.

Se ha fame, invece di estirpare le prime radici commestibili che trova, deve procurarsi dei soldi, poi andare al supermercato, poi trasformare la materia prima, cuocerla, condirla, e solo alla fine di questi processi potrà finalmente nutrirsi.

Questa serie di operazioni non rispondono a un vincolo di necessità immediata, ma pongono una grande distanza tra l’impulso e la sua soddisfazione, un spazio talmente ampio che in millenni d’evoluzione ha fatto sì che l’uomo dimenticasse il suo istinto, fino a smarrirlo completamente. 

Anche quando banalmente diciamo di aver agito sotto la sua spinta, sono invece certi condizionamenti culturali inconsci e incarnati che ci inducono a fare quello che facciamo, come l’educazione, la morale, l’abitudine, etc…

Pure la riproduzione, che sembra essere il nostro scopo primordiale, la nostra parte più animale, è mediata da relazioni culturali estetiche o pratiche come un trucco, una posa, il patrimonio economico, la posizione sociale. E il sesso, possiamo per giunta sceglierlo, perché negli umani prescinde dalla dote anatomica degli organi genitali, e chi ha un pene può sentirsi donna quanto chi possiede una vagina, o viceversa.

L’uomo reagisce a una serie di significati linguistici e sociali che con la biologia hanno poco a che fare. Perciò possiamo dire con evidenza che nell’uomo, l’istinto, si è estinto. E se avessimo dovuto vivere sulla base delle sue pretese ci saremmo estinti anche noi.

Identità e narrazione

Ogni identità è narrazione. Quando parliamo di noi non facciamo altro che raccontare una storia.

Decidere cosa dire in base a chi abbiamo di fronte, capire quale tono di voce usare a partire dagli obiettivi che vogliamo raggiungere, trasmettere i nostri valori reali, deve far parte di una strategia di comunicazione ben precisa, sia nei contenuti sia nella forma, altrimenti si rischia di essere inefficaci, di passare per qualcuno o qualcosa che non siamo o che non vogliamo essere.

Lo stesso vale per le aziende. Ogni marchio ha la sua identità da raccontare per rendersi riconoscibile, affidabile, per accrescere la sua reputazione, per coinvolgere Scegliete con cura cosa dire e come.

GGO

 

Emoticons – alfabetizzazione emotiva

Quando leggiamo frasi con elementi figurativi del tipo “sei la gioia del mio ❤️”, si può notare come il fattore immagine interrompa per un attimo il pensiero discorsivo, introducendo un sistema simbolico diverso da quello linguistico, che rallenta il processo di comprensione logico-razionale di ciò che si sta leggendo.

Provate infatti a leggere la frase “sei la gioia del mio ❤️”, vi accorgerete che per un momento il sistema di elaborazione del pensiero rimane in silenzio perché si è costretti cambiare registro e a prendere tempo per interpretare la figura.

Solo dopo questo periodo di sospensione del significato si riesce a pronunciare nella mente la parola “cuore”. Diverso è se leggete la frase “sei la gioia del mio cuore”, scritta per intero con le parole. In questo caso la comprensione è fluida e senza intoppi.

Paradossalmente, per quanto la comunicazione visiva sia più veloce di quella linguistica, l’emoticon rallenta la comprensione logica e immediata di ciò che si legge. Il rischio, se così si può chiamare, ma che comunque può essere annunciato dato l’uso e la comparsa sempre più pervasiva delle emoticons nei discorsi digitali (se discorsi si possono chiamare) è quello della mancata comprensione logico-razionale delle emozioni.

L’irrigidimento dell’emozione nell’icona standard dell’emoji, impedisce l’alfabetizzazione di ciò che sentiamo e perciò anche la capacità di conoscere gli stati emotivi che stiamo vivendo.

Comunicare verbalmente le emozioni ci permette di comprendere, di organizzare, di prendere atto, di capire razionalmente cosa ci succede, di sapere perché stiamo vivendo questa emozione e quindi di essere in grado di comportarci di conseguenza, secondo i principi logico – razionali con i quali è costituita la lingua e il nostro sistema di valori.

Se lasciamo che la lingua si impoverisca o che assuma forme ancora più rigide, rischiamo di perdere il controllo sulle esperienze emotive che viviamo e di adeguare ogni sfumatura delle emozioni in un 🙂

Differenze animali

A proposito dello scimpanzé che citate sempre come esempio di intelligenza, nell’esperimento dello psicologo gestaltista Wolfgang Köhler del 1917, lo scimpanzé, dopo vari tentativi andati a vuoto, ispeziona lo spazio circostante fino a trovare un bastone abbastanza lungo da arrivare alla tanto desiderata banana. In un certo senso, perciò, riorganizza la sua esperienza dell’ambiente per raggiungere uno scopo, proprio come fanno gli umani a un certo livello della loro intelligenza.
È un guizzo, una intuizione, che ci fa dire: Hey! è intelligente il tipo! tuttavia, quando gli si mettevano vicini due bastoni più piccoli che, se uniti, avrebbero coperto la stessa distanza tra la sua mano e la banana, lo scimpanzé non riusciva a compiere il passaggio, cioè non era in grado di usare utensili per costruirne degli altri. Come è facilmente osservabile, lo scimpanzé non batte il ferro per creare un cacciavite e non usa il cacciavite per comporre un trapano. La sua esperienza e il suo apprendimento sono limitati all’ambiente circostante e la sua attività sempre è contingente e localizzata. Il bastone lo trova lì e lì lo lascia quando finisce di prendere la banana, non lo conserva nel ripostiglio degli attrezzi, perché per lo scimpanzé non esiste mondo al di là di quello che esperisce nel qui e ora e se ha una piccola intuizione sul futuro, questa è circoscritta in un breve tempo o è addirittura assente. Se questo vale per lo scimpanzé che è un primato, figuriamoci per altre specie meno “evolute”. L’animale non si trascende, non ha futuro, non immagina scenari nei quali l’indomani gli servirà il bastone, non progetta, l’animale reagisce al presente di ciò che gli succede, per queste ragioni non può neppure essere consapevole né conoscere o sapere quello che sta facendo, proprio perché per un certo grado di apprendimento è necessaria memoria episodica e procedurale, quindi anche capacità di andare indietro e in avanti nel tempo a partire dalla consapevolezza dello stato attuale, la quale, per ottenerla è necessario scomporre la coscienza in oggetto e soggetto della percezione, cosa che l’animale non può fare poiché vive in un continuum percettivo che fa perdere i confini della sua apparizione nel mondo confondendo i limiti tra ciò che è suo e ciò che non lo è. (Su questo entra in gioco la facoltà del linguaggio, della quale gli animali sono sprovvisti, ma ciò non è argomento di questo post) So che con un commento o un post su Facebook non possono esaurire il discorso. Probabilmente dovrei scrivere un saggio per convincervi, nel frattempo vorrei però precisare che non riconosco alcuna qualità umana né agli animali né tanto meno alle piante ed proprio per questo che mi stupiscono, che li amo e li rispetto, perché sono assolutamente diversi da me. Costringerli ad assumere caratteristiche umane, anche solo nel pensiero, quali per esempio la capacità di conoscere o di essere autoconsapevoli, sarebbe una violenza, un plagio, mi metterebbe in una posizione di superiorità, innalzandomi a modello di riferimento, come se tutto avesse dignità solo perché mi somiglia. Lasciamo che gli animali esistano per quello che sono, cioè: animali.

Differenze di Genere

Allora ragazzi/e (Scusate se interrompo subito il discorso ma questa cosa va detta adesso sperando di non doverla ripetere più. Mi dà molto fastidio leggere o dover mettere ogni volta la stanghetta “/ ” o l’asterisco ” * ” davanti a un sostantivo maschile per citare anche il genere femminile in modo da rivolgermi a tutti come ho appena fatto cominciando la frase con “ragazzi/e”. Si sfasa la scrittura, la mente inciampa, alla fine leggo sempre “ragazzie”, e mi dà noia, perciò, fino a quando un filologo, la Crusca, o un non so chi non escogita un modo per chiamare in causa entrambi i sessi con una sola parola, io userò “ragazzi” o “signori” per rivolgermi agli esseri umani di entrambi i sessi, mentre scriverò “ragazze” o “signore”, e così via, se voglio rivolgermi solo alle “ragazze” o alle “signore”, senza aggiungere ulteriori desinenze.
Non me ne vogliate, è solo una questione di stile. Poi va bene, potete dirmi che lo stile e la lingua veicolano sempre significati politici, che sono delle scelte precise e tutto quanto, ma ciò non è argomento di questo post.
Inoltre, non è che uno per essere politicamente corretto deve essere grammaticalmente scorretto. L’italiano non ha il genere neutro, fatevene una ragione, oppure fatevi eleggere e cambiate le regole…
Ma al di là delle regole, qui ci va di mezzo proprio il campo della cognizione, della percezione delle parole e dei significati. Potrei chiamarvi “persone” e dire “Allora p-e-r-s-o-n-e, facciamo questa cosa…” Potrei chiamarvi “esseri viventi” e cominciare il discorso dicendo “Allora esseri viventi, come va oggi?”, ma mi pare che il senso debordi.
“Ragazzi” in effetti può fare un po’ troppo anni novanta, ma io ancora uso questa espressione e quindi se qualcuno ha altri metodi per aggirare o risolvere il problema linguistico me li comunichi. Intanto continuerò a scrivere al maschile per rivolgermi a TUTTI e al femminile per rivolgermi SOLO alle donne. Vorrei inoltre che lo faceste pure voi, ma so di chiedere troppo. Sono anni che mi porto dietro sta pena. Mi si intorta il cervello a leggere sempre “ragazzie”), dicono che se vogliamo fare qualcosa, la mente preferisce i verbi del tipo “io voglio”, “io posso”, anziché io “devo”. Si sa che i doveri non piacciono a nessuno e questo la mente lo sente. I doveri rallentano, le volontà scorrono dritte al punto e si può agire con più fluidità.

Suca – breve analisi semiotico/geografica dell’espressione

L’espressione “suca” mette immediatamente l’altro in una condizione di subalternità. Se dico a qualcuno “Tu me la puoi s****e” significa che l’altro, in un determinato campo o a determinate condizioni, è talmente inferiore a me che può solo praticarmi del sesso orale, ovvero può solo s****e. Se continuiamo a usare correntemente questa espressione, rischiamo che qualcuno consideri la fellatio una pratica di sottomissione, prima ancora che un modo per dare piacere all’altro. Il verbo sucare può essere coniugato solo al maschile e quindi è legittimo che qualcuno guardi all’atto con sospetto.

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Img. di Alphachannelling

Nessuno sucherà più con disinvoltura se di volta in volta dovrà riconsiderare il suo ruolo all’interno della dinamica di potere espressa nell’oralità. La lingua è sempre stato il mezzo attraverso il quale il maschio ha esercitato la sua prepotenza nei secoli. Basta pensare al fatto che per indicare l’intera umanità si usa la parola “uomo” o che i nomi di molte professioni sono declinati solo al maschile. Forse potremmo dire “lecca” al posto di “suca” per dare parità di genere all’insulto, ma sarebbe ridicolo quanto dire “magistrata” o “presidenta”, e non c’è proprio paragone tra un bel “suuuucaaa!” e un soave “leccamela”.
Il dilemma non è solo linguistico o di genere, ma proviene anche dalla posizione geografico/anatomica nella quale sono collocati i genitali. Nel linguaggio metaforico che usiamo tutti i giorni, le dimensioni spaziali “alto e basso” assumono una connotazione morale, o di stato, positiva o negativa. Se dico “mi sento giù” significa che sto male, se invece dico “mi sento su” allora voglio dire che sto bene; una cosa “alta” è lodevole, una cosa “bassa” è spregevole. I genitali sono posti in basso e anche per questo, probabilmente, sono stati considerati talmente miserabili da doverli coprire.
(Sul motivo della copertura dei genitali esistono molte teorie, quella più accreditata sostiene che abbiamo cominciato a coprirli quando gli ominidi hanno iniziato a camminare in posizione eretta. La copertura dei genitali era diventata un modo per proteggerli da eventuali urti o ferite provocati dalla loro totale esposizione. Nei millenni, questa esigenza protettiva si è sedimentata fino a tramutarsi nel tabù della nudità). Il sucare costringe ad “abbassarsi”, a mettersi in ginocchio, e questo può essere considerato un chiaro invito alla sottomissione. Ciò che può dare equilibrio all’esercizio del potere tra generi nello spazio sarebbe la dimensione ordinata del 69. Questa posizione favorisce l’orizzontalità, provoca un piacere dato e ricevuto alla stessa altezza e evita un indirizzo polarizzante del tipo alto/basso. Il 69 conferisce quindi una condizione di parità non solo sincronica, ma anche geografica e morale. Rimane però il fatto che al grido “sessantanove!”, al posto di “suca”, il nostro “nemico” potrebbe rispondere con un sarcastico “tombola!” e far ricadere su di noi il difetto di subalternità con un effetto boomerang.

Renato Nicolini -cultura alta/cultura bassa

Nella vita di ognuno di noi ci capita di leggere Musil o Kleist o Thomas Mann e dopo di vederci un film, anche molto brutto, una televisione privata, o di leggere un fumetto o di giocare a Space Invaders o con qualche altro gioco elettronico.

Mi pare che la cultura di chi si comparta così sia composta dalla somma di tutte queste cose, non c’è soltanto la pratica alta, c’è pure la pratica bassa. Allora se le vediamo in questo modo le cose, ci accorgiamo che il rapporto tra potere pubblico e sviluppo della cultura non è fatto soltanto dal progresso delle ricerche, ma dalla capacità di far muovere complessivamente un atteggiamento diverso. Non so se è chiaro questo concetto…