Il Sud Africa, la moda e la ricerca personale – Intervista a Kent Andreasen

Kent Andreasen è un giovane fotografo sudafricano, classe 1991, che in breve tempo è riuscito a farsi conoscere da grandi marchi di moda e da importanti riviste internazionali. Dai suoi lavori emerge una grande sensibilità e una prova tecnica molto raffinata che si esprime nell’eccezionale uso della luce e dei colori. Nelle sue immagini appare un Sud Africa ricco di particolari, ma sconosciuto a molti. Al di là dei soliti canoni visivi, interpreta le forme degli elementi e degli spazi con una vivacità profonda dalla quale emergono sensazioni tenui e surreali, a volte lievemente malinconiche, oppure una presenza vivida e ipnotizzante che invita a entrare dentro l’immagine. È un vero talento emerso dal caso, dall’intenso lavoro su se stesso e su ciò che lo circonda. Le sue produzioni sono spesso dedicate ad aspetti commerciali, ma ciò dimostra come anche nella moda è possibile affrontare argomenti con un’intelligenza creativa in grado di trasmettere quelle emozioni sottili che solo l’arte può dare.

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Sei molto giovane ma hai già fotografato per grandi marchi come Nike, Puma, Monocle. Sei apparso sul Guardian, su Vice e sul New Yorker, come è iniziata la tua rapida carriera?
Tutto è iniziato come un hobby quando avevo circa 18 anni. La fotografia è stata un modo per passare il tempo e fuggire la noia. Da lì si è evoluta in quello che è oggi. Quando guardo indietro a come è cominciato tutto mi sembra surreale, non riesco quasi a capacitarmi di come sia potuta diventare così importante.

Qual è stato il lavoro più interessante che ti hanno commissionato?
È davvero difficile scegliere tra i lavori che ho fatto. Ogni commissione mi ha dato esperienze diverse. Cerco sempre di divertirmi per come mi si propongono. Quelli in cui si viaggia sono sempre fantastici. Ho avuto anche delle ottime esperienze dietro la macchina da presa, non solo con la fotografia.

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C’è una grande differenza tra il tuo approccio alla fotografia quando lavori per la moda e quando lavori per i tuoi progetti personali?
No, non molta. Il mio approccio a una scena è sempre lo stesso. Sono sempre attratto dai colori o dalle forme e poi a partire da questi elementi realizzo le immagini. Per me è importante innanzitutto sentire lo spazio dove sono mentre fotografo, e questo non cambia se sto scattando per un mio lavoro personale o se sto fotografando per un lavoro commerciale. Però devo dire che è più facile scattare per la moda, perché puoi lavorare con la modella e manipolare l’ambiente.

Cosa cerchi nel mondo o nei tuoi soggetti quando li fotografi?
Nulla in particolare, cerco di sentire solo se la scena attira la mia attenzione oppure no. Non indago sugli argomenti che potrei trarne. Il colore ovviamente gioca un ruolo importante nel mio lavoro, ma non vado a ricercarlo intenzionalmente, mi capita.

Oltre le immagini, cosa influenza il tuo stile? Cosa fai quando non fotografi?
Ho amici molto interessanti che fanno lavori straordinari nel campo creativo o al di fuori di quello. Penso che gli stimoli che provengono da loro che mi spingono continuamente a imparare cose nuove. Oppure anche semplicemente vivere e notare come le cose cambiano quando cambia la mia mente. Credo che con la fotografia io riesca a raccontare la vita che sto vivendo, gli umori, il modo che ho nel comprendere il mondo, la mia maturità. Quando non scatto cerco di fare un bagno nell’oceano ogni tanto.

Nei tuoi lavori possiamo vedere un Sud Africa ricco di dettagli, in che modo ha influenzato il tuo lavoro?
Il Sud Africa è il luogo dove sono cresciuto e posso dire che è anche tutto quello che succede nel mio lavoro e nella mia carriera. Sono fermamente convinto che noi modifichiamo costantemente il nostro ambiente, così come l’ambiente allo stesso tempo plasma noi. Quindi il Sud Africa ha influenzato il mio modo di fare fotografia, rendendo molto chiare le emozioni che voglio ricavare dalle immagini.

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In che direzione sta andando la tua ricerca? Come ti vedi in futuro?
È difficile fare previsioni su questo perché è tutto così incerto, anche se questa incertezza non la vivo in modo negativo. Semplicemente provare a predire il mio percorso mi sembra a volte inutile. Ma una cosa di cui sono certo è che voglio continuare a conoscere i miei luoghi attraverso la fotografia e anche continuare a lavorare per clienti importanti sarebbe grandioso. Tuttavia non è sempre l’aspetto economico o commerciale a guidare il mio lavoro. Io continuo a fotografare quello che mi appassiona e se questo attrae collaborazioni interessanti, allora significa che è davvero speciale. Mi piace affrontare le sfide del lavoro commissionato, ma alla fine voglio realizzare immagini che siano in sintonia con me, indipendentemente dalla piattaforma.

 

Questa intervista è apparsa su Artwort dove potete vedere altre immagini di Kent Andreasen.

Le misure pandemiche non sono totalitarie perché in un potere totalitario ci siamo già dentro

(Questo ariticolo è apparso anche sulla rivista Chefare il 12/05/2020

Il potere Governativo nella pandemia appare come uno strascico del Novecento, forse bruscamente inserito da alcune analisi filosofiche all’interno di categorie politiche nelle quali si notano ancora forme ideologiche e oppositive che alimentavano il movimento della storia, anche se la Storia è chiaramente finita da un pezzo.

Il Virus apre delle ambivalenze epocali che si possono intravedere non solo nella difficoltà di comprendere filosoficamente e politicamente la condizione in cui ci troviamo, ma anche nella contraddittorietà delle misure imposte dai provvedimenti, che devono inserirsi nei sottili anfratti tra la libertà individuale e liberale alla quale siamo abituati e la presenza rigida dello Stato che torna a farsi sentire.

All’interno del mondo globalizzato, per alcuni è come se il virus rimettesse in moto la Storia, incarnandosi nelle forme dello Spirito, direbbe Hegel, e imprimendo una nuova cesura allo spazio e al tempo. Tornano i limiti, i confini, i partigiani della quarantena e chi vuole aprire tutto, probabilmente leggeremo le epoche con l’acronimo A. C. D. C. Avanti Coronavirus, Dopo Coronavirus, mentre però il papa conferma lo spirito dei tempi in una piazza vuota che diventa epifania del Nichilismo Reale, dell’Uomo di fronte a Dio, cioè lo scandalo della coscienza dinanzi al nulla.

Siamo al crepuscolo degli idoli, Mattarella non può andare dal barbiere

Siamo al crepuscolo degli idoli, Mattarella non può andare dal barbiere, il virus contagia i Capi di Governo come le star. Da decenni, tolte alcune forme ideologiche adottate da un immaginario performativo corrisposto nelle vite bellissime degli influencers e dei self made man, il nostro è ormai un mondo fatto di soli umani.

All’interno di un quadro del genere, in cui come un ultimo respiro tornano differenze, limiti e opposizioni, è normale e ragionevole applicare schemi interpretativi di un passato recente che si ritrovano a essere del tutto adeguati alla situazione, soprattutto quando si cercano i sintomi di un potere totalitario nell’azione di Governo, anche se l’evento pandemico e la conseguente quarantena galleggiavano già dentro il grande mare di un potere sconfinato, libero da vincoli territoriali, personali, identitari, cioè dentro un potere “Assoluto” come sostiene Byung Chul Han nel suo ultimo libro Che cos’è il potere? non si esprime più nei modi semplici della violenza o dell’oppressione con cui eravamo abituati a conoscerlo, ma che ha preso spazio dentro noi nelle forme più sottili e complesse della libertà individuale. (Byung Chul Han) 

Il disordine percettivo nel sistemare concettualmente le cose può essere causato dalla compresenza di questi due mondi che scivolano l’uno nell’altro, come è giusto che sia in un’epoca di passaggio come la nostra. Due mondi, quello moderno e quello contemporaneo, che appaiono entrambi validi per dare alle nostre vite una collocazione precisa, dentro uno scenario politico di sospensione giuridica e istituzionale. Il primo: secondo una chiave interpretativa che considera il nostro tempo ancora pienamente moderno, cioè governato da contrapposizioni rigide riemerse con l’arrivo della pandemia, la posa totalitaria assunta dal Governo italiano prende i contorni tipici del contrattualismo di stampo hobbessiano e giusnaturalista.

Maggiore il timore di morire, maggiore la volontà spontanea di affidare la nostra vita nelle mani di qualcuno che dovrà proteggerla

Questo modello sembra valido per spiegare il fenomeno perché nella sua logica interna ognuno rinuncia a qualcosa (purché siano tutti a rinunciare) per ad affidare allo stato la gestione dei rapporti tra gli individui, con lo scopo di uscire dalla condizione di natura, dove vincono gli egoismi, i particolarismi e la legge del più forte, e accedere così allo stato civile, regolato invece da diritti e doveri.

Questa forma statale che si basa sulla cessione di una parte della propria libertà a una entità terza (lo Stato), offre in cambio sicurezza e protezione. Il sentimento sulla quale si fonda è la paura della morte, il timore di essere annientato dall’altro, della sua libertà infinita alla quale solo le istituzioni possono porre dei limiti. Maggiore sarà il timore di morire, maggiore sarà la volontà spontanea di affidare la nostra vita nelle mani di qualcuno che dovrà proteggerla. L’equazione di questo genere di stato sembra una sintesi perfetta del movimento politico attuale perché i termini sono: salute in cambio di obbedienza.

Allo stesso tempo il modello è talmente rigido che viene facile considerare questa situazione solo come un momento del processo della modernità, dove i limiti e le distanze erano ben definite, anche se adesso sono chiaramente dissolte. Inoltre, negli stati di eccezione previsti dal modello, come quello pandemico o come quello scaturito da una minaccia terroristica o dell’invasione dello straniero, per i quali non si sa mai di preciso né la durata né l’entità della minaccia, la paura della morte, del contagio, estesa a un periodo di tempo indefinito, legittimerebbe lo stato a sospendere i diritti, trovando pure il consenso dei cittadini, che spinti da un desiderio di conservazione di sé, gli affidano non più una parte della propria libertà, ma tutta la loro libertà.

È così allora che Giorgio Agamben, uno dei maggiori filosofi italiani, fortemente criticato per le sue posizioni apparse negli articoli sul blog della casa editrice Quodlibet, può sentirsi legittimato nel dichiarare un pensiero che, nonostante le accuse di modernismo, non è stato solo un abbaglio dovuto alla vecchiaia, come dicevano alcuni suoi detrattori con evidente scarsità di argomenti. L’approccio del suo sguardo scivola tra il moderno e il contemporaneo quando dice “che gli uomini non credono più a nulla – tranne che alla nuda esistenza biologica che occorre a qualunque costo salvare” e che “sulla paura di perdere la vita si può fondare solo una tirannia, solo il mostruoso Leviatano con la sua spada sguainata.”

L’idea di un ritorno allo Stato moderno rimanda per sensazioni anche al commento di un altro filosofo la cui accuratezza ermeneutica ha superato le opposizioni delle modernità: Mark Fisher, che commentando il film di Cuaron, I figli degli uomini, in Realismo Capitalista, intravede nella trama le condizioni sociali avverse del tardo capitalismo, che si ripresentano sotto forma di misure autoritarie “attuate all’interno di una cornice ancora democratica, almeno nominalmente”, dove “i neoliberali, ovvero i realisti capitalisti per eccellenza, hanno più volte celebrato la distruzione dello spazio pubblico”, anche se “contrariamente alle loro aspirazioni ufficiali […] non assistiamo a nessun arretramento dello Stato, quanto semmai un ritorno dello Stato alle sue originarie funzioni di stampo militare e poliziesco”.

A questo punto è comprensibile ricondurre all’interno di questo processo lo scandalo nel vedere come si accettano certe misure e come probabilmente continueremo ad accettarne molte altre in nome della difesa della vita. “La cosiddetta guerra al terrore ci ha già preparato a simili sviluppi”, continua Fisher, “la normalizzazione della crisi ha prodotto una situazione nella quale la fine delle misure d’emergenza è diventata un’eventualità semplicemente impensabile: quand’è che la guerra potrà dirsi conclusa?”

Le conseguenze di un discorso deumanizzante hanno avuto nella storia risvolti terrificanti. Basti pensare alle giustificazioni scientifiche del Terzo Reich

Come sappiamo, una estensione spazio- temporale indefinita dello stato di eccezione è tipica di un potere totalitario, il quale sotto la minaccia della malattia e della morte ci fa apparire utili e incontestabili le misure proposte e ce le fa accettare mettendoci di fronte, nel caso pandemico, il sigillo della Scienza. Questo approccio tipicamente moderno, affida alla tecnica la risoluzione di ogni problema, causando inevitabilmente la fine della politica. Il confronto democratico viene assorbito nell’unica parola di verità prodotta dal discorso scientifico adottato dal Governo, la democrazia diventa allora davvero scientocrazia.

Il rischio che si può correre, paventato anche da Agamben, è ridurre la vita umana a mero dato naturale, in nome di una salute organica come campo di governo dell’esistenza. La riduzione su scala biologica di tutto ciò che concerne l’umano, spinge nel renderci simili a un virus e nel sottoporci agli stessi accorgimenti che si avrebbero con una molecola o una pianta.

Le conseguenze di un discorso deumanizzante del genere hanno avuto nella storia risvolti terrificanti. Basti pensare alle giustificazioni scientifiche del Terzo Reich. (Ovviamente non è questo il caso, l’esempio è preso solo per mostrare gli epiloghi più funesti ai quali un discorso del genere potrebbero condurre) Inoltre, ridurre la vita umana a biologia significa ucciderla prima ancora che muoia, perché la vita non è fatta di sola biologia, né di sola scienza il suo significato (Ci ricorda sempre Agamben). Togliendo il fatto che noi con il virus non abbiamo nulla a che fare, a parte esistere sullo stesso pianeta.

Assecondare un approccio del genere significa deresponsabilizzare la politica per affidarla a espedienti tecnico scientifici di governo e tirarsi fuori da responsabilità storiche, per dare la colpa dell’ecatombe a uno stupido virus senza cervello, il quale non sa neppure di esistere, e che dopo averci eliminato non subirà nemmeno un processo. È inutile ribadire che il virus è innocente come uno tsunami, a-morale come un filo d’erba, la parte più umile della natura, non considerata nemmeno vita, ma meccanismo biologico il cui “unico impulso, la cui unica funzione”, come ci informa anche Zizek nel suo ultimo libro Virus, “è replicarsi”.

Ma c’è colpa solo dove c’è coscienza. La storia giudica gli uomini perché sono loro a farla. L’obiettivo polemico allora deve essere un altro, altrimenti l’angoscia, la paura senza riferimenti, la rabbia contro qualcosa che non può essere responsabile di questa condizione ci sommergerà e ancora una volta non troverà nessuno a cui affidare il riscatto. Diciamo di essere la specie più intelligente del pianeta. Gli unici che possono farci fuori siamo noi stessi. Degli esiti di questa pandemia qualcuno dovrà risponderne, e di certo non potrà essere il virus.

Il secondo mondo: Infatti c’è stato un momento in cui ce la siamo presa con chi, rispettando le distanze e tutti gli accorgimenti, andava a farsi un giro al mare, con i runners, con i bambini, con chi tornava dal nord, quando negli ospedali si continuava a morire. Ci si è indignati con i liberi cittadini, abbiamo accettato multe e provvedimenti, piuttosto che alzare anche una piccola voce contro chi per incapacità, negligenza e cattiva gestione politica e amministrativa, ha effettivamente causato una situazione del genere.

Abbiamo preso per buone tutte le misure imposte dai governi nazionali e regionali, anche quelle più paradossali, governi che dopo venti task force e mesi di ragionamento risultano ancora incapaci su molti fronti e che dovranno rispondere delle migliaia di morti che hanno già sul groppone. È qui allora che si palesa un altro tratto del disegno del potere contemporaneo che non ci ha mai abbandonato, che vivevamo già da prima della pandemia e che trova nella responsabilizzazione dell’individuo la sua forma politica.

La criminalizzazione del singolo conduce il soggetto a un isolamento politico e geografico

La criminalizzazione del singolo conduce il soggetto a un isolamento politico e geografico, facendogli credere che la soluzione ai problemi sia solo nelle sue mani e che la colpa per non averli risolti o addirittura per averli causati è sempre e solo sua. (Fisher – Han, e altri) In questo modo il potere, senza dover costringere nessuno ad accettare la sua verità, è capace di deresponsabilizzarsi e di farcela prendere con i runners anziché con chi ha obblighi politici nella gestione sanitaria dell’emergenza. (È lo stesso potere che ci fa credere che raccogliendo le cicche dalla spiaggia abbiamo risolto nelle nostre piccole vite il problema climatico, per cui abbiamo assolto anche il nostro compito politico, morale ed esistenziale senza arrecare disturbo a chi invece continua a sparare co2 nell’aria).

Ma oltre a questo, c’è un altro elemento presente nelle nostre vite prima ancora della pandemia e che rivela i suoi sintomi totalitari: ciò che può metterci in allarme non è tanto la regola obbligata e la minaccia, quanto l’accondiscendenza silenziosa alle misure adottate ovvero l’accettazione acritica della condizione di quarantena che non ci permette di valutare la cattiva gestione dei Governi e le loro responsabilità. Si reagisce alle proposte come l’occhio alla luce.

Ogni critica, anche quella più lungamente argomentata, viene presa come una oziosa considerazione filosofica che non porta a nessuna soluzione, invece di essere ricevuta come contributo più che democratico nell’osservare i limiti dei provvedimenti; senza capire anche che chi risponde con soluzioni semplici a un problema complesso o è un ottuso o un populista. Il retaggio di un comportamento del genere proviene forse dall’abitudine a offrire spontaneamente la nostra vita nelle mani di un potere che al di là dell’evento pandemico, gioca su un altro livello di manipolazione e il cui scopo non è più solo quello di contenere i corpi, ma conquistare il cuore e le menti, perché queste sono le sedi produttive del valore e del consenso e queste devono essere sfruttate, ottimizzate, cambiate, governate e colonizzate.

È un ulteriore passaggio che si viene a delineare tra l’assoggettamento disciplinare dei corpi sociali descritto da Foucault e il modello di controllo elaborato da Deleuze, dove l’ordine non è più una struttura esterna cui bisogna piegarsi, ma è la forma cognitiva che controlla l’organismo dall’interno (Bifo).

Il potere che preesisteva la quarantena e che tutt’ora svolge il suo compito non ci reclude mai, ma ci lascia liberi dai confini angusti delle fabbriche, ci emancipa dalla famiglia, dalla religione, dalla comunità, da tradizioni obsolete che impedivano la nostra piena realizzazione, fino a far coincidere i nostri desideri e le nostre opinioni con le sue. Un potere diventato sottile e meno intellegibile, capace di trascendere ogni dimensione fisica per incarnarsi di volta in volta nei vissuti e nei pensieri di ognuno di noi, fino a inglobarci dentro le sue volontà, senza usare mai alcuna forza per imporsi (Han).

Nel mondo pandemico c’è ancora un “fuori” che si può abitare

Un potere che agisce attraverso un raffinato processo di mediazione con cui scioglie ogni opposizione nel consenso, installandosi nelle vite di ognuno come una specie di entità metafisica capace di annidarsi in silenzio nelle menti. Un potere che conduce il soggetto in una situazione interiore tale da sentirsi a suo agio nell’esprimere i desideri di chi lo governa, perché questi desideri sono anche i suoi. Un potere che ci lascia liberi di fare perché sa che nella nostra libertà compiremo pienamente la sua volontà. “Un potere superiore è quello capace di plasmare il futuro dell’altro, non quello che lo blocca” , diche Byng Chul Han nel suo ultimo libro Che cos’è il potere, e diventa assoluto quando libertà e sottomissione combaciano.

Per questo, da un lato, la regola che ci tiene in quarantena non può essere più totalitaria di quella che già viviamo. Per questo a turbarci non deve essere solo la sospensione dei diritti democratici, qualora fosse assodato che si verificasse. Fin quando si intravedono delle opposizioni il potere deve dar conto ad altro rispetto a sé, manifestando così tutta la sua debolezza totalitaria. Infatti abbiamo visto le defezioni, le scampagnate sui tetti, gli inseguimenti in spiaggia.

La coercizione mostra la sua fragilità lasciando la possibilità di opporsi e respingere in qualche modo le misure che si reputano inadeguate, perché a differenza del potere assoluto che già campeggia da tempo nelle nostre menti e nelle nostre società, il potere che limita e obbliga è un potere povero, che deve fare uso della violenza e delle restrizioni per essere ascoltato. Nel mondo pandemico c’è ancora un “fuori” che si può abitare.

Tuttavia e in ogni caso, l’unica cosa che ci rimane per resistere e non farci assorbire è mantenere viva la critica, l’opposizione e la frustrazione. Perché solo mantenendosi frustrati del presente è possibile immaginare scenari di libertà. Il discorso del potere appare caotico ma unitario e spesso parla attraverso noi.

Accorgercene, prenderne le distanze, e resistere, almeno nella mente, è una delle poche soluzioni che abbiamo in questo momento, poiché non essendoci un orizzonte collettivo condiviso, anche la resistenza diventa un fatto personale e adesso si è responsabili non solo della propria schiavitù, ma anche della propria liberazione e del proprio benessere, facendo però attenzione anche qui, che nella confusione, chi ci fornisce gli strumenti per resistere può essere anche chi ci opprime.

LEWIS BALTZ – LA CONCRETEZZA DEL NULLA

Verso la metà degli anni sessanta Lewis Baltz raccoglie una serie di fotografie raggruppandole sotto il nome di Prototypes. In queste immagini compaiono scenari urbani popolati da muri bianchi, finestre, automobili e case nelle quali non succede nulla. Nel suo lavoro Baltz si limita a registrare asetticamente il reale lasciando emergere dalle forme ordinarie dei luoghi la sensazione vivida che qualsiasi cosa nella sua concretezza sia del tutto vana.

Gli elementi delle fotografie sono privi di enfasi e svuotati di un’identità specifica. Ciò che seduce non è la vivacità dei colori o gli aspetti monumentali della scenografia ma la manifestazione di un ordine statico ridotto alla semplice presenza.

Lewis Baltz - Prototypes

Lewis Baltz – Prototypes

Per mezzo di un raffinato equilibrio tecnico, nei prototypes, Baltz coniuga le forme spaziali presenti nel paesaggio con le forme della sua personale ricerca stilistica. Il suo sguardo analitico, condotto attraverso le prospettive regolari e i tratti essenziali della fotografia minimalista, sospende gli oggetti in una dimensione originaria e impersonale. Nonostante l’aria rarefatta delle atmosfere, gli oggetti sulla scena sono figure fisiche vere e proprie, non mere rappresentazioni di cose e, sebbene la fotografia li tratti solo come segni del loro essere nel mondo, questi oggetti non rimandano a nessuna alterità diversa da loro stessi. Nelle fotografie di Lewis Baltz nessun mondo migliore ci aspetta al di là di quello che si mostra, non c’è nessun significato dietro i muri bianchi delle vie desolate e non troveremo nessun altro nero che non sia il nero di quelle finestre chiuse. Se Franco Fontana sosteneva che “il compito dell’arte è rendere visibile l’invisibile”, con Baltz il processo si ripiega su sé stesso. La sua fotografia non intende andare oltre a quello che appare e ci costringe a vedere quanto di solito escludiamo dalla nostra vista come privo di significato o banale. Il compito di Baltz è opposto e forse più arduo e paradossale rispetto a quello di Fontana. Baltz vuole rendere visibile il visibile.

Lewis Baltz

Lewis Baltz

Mediante questa ripetizione dell’identico dove la forma non vuole altro che se stessa, lo sguardo di Baltz fissa ininterrottamente la realtà quotidiana fino a far diventare un semplice muro bianco estraneo o extra-ordinario.

Il suo occhio raggiunge una posa talmente neutrale sulle cose da disorientare la nostra visione per condurci verso un’esperienza percettiva senza riferimenti. Il nulla strabordante presente nella concretezza degli elementi diventa il soggetto della fotografia sollevato dall’incarico di comunicare qualcosa che non sia la sua inconsistenza.

L’immagine a questo punto si fa talmente autonoma da volersi presentare come oggetto indipendente dall’osservatore. Si ha l’impressione che anche la soggettività particolare di Baltz si annulli nel vuoto generale della scena come se a scattare quelle foto fosse stato un unico grande occhio senza nome. Chi guarda gli oggetti prototipici di Baltz deve rinunciare alla volontà di imprimere un ordine personale alla sensazione perché l’immagine rifiuta di farsi coinvolgere e ci tiene a distanza.

Point

Riconoscere semplicemente le figure esposte nella fotografia, meditando senza implicazioni su questa specie di grande e significativo nulla che è in fin dei conti il protagonista immanente della composizione, è l’unica cosa che possiamo fare.

Lewis Baltz era uno dei membri più rappresentativi del movimento dei “New Topographics”, un gruppo di artisti che si occupava di analizzare il rapporto tra l’uomo e la natura in contesti urbani, mediante la documentazione fotografica dell’intrusione industriale nel mondo.

I “New Topographics” fotografavano anche scene suburbane con motels, parcheggi, pompe di benzina, influenzando notevolmente artisti contemporanei come Andreas Gursky, Thomas Struth e Joel Sternfeld.

Attualmente Stephen Shore, l’unico dei “New Topographics” che lavora a colori, è uno dei pochi del gruppo ancora in vita.

Baltz Lewis

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