No

 

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Prima di cominciare a fare un altro lavoro che non mi riguarda dico no, stavolta no, stavolta anche se non mi pagano continuerò a impiegare il mio tempo per scrivere articoli, per organizzare il festival e la mostra, per preparare le interviste. Anche se il mio dottorato è senza borsa e l’università non sgancia una lira manco per le trasferte ai convegni, anche se è vero che al sito dell’associazione non ci lavoro tutti i giorni ma centocinquanta euro sono poche per gli aggiornamenti dei contenuti, io continuerò a farli questi lavori perché sono i miei lavori e no, stavolta no, stavolta non ci torno a lavare i piatti al ristorante né a far il commerciale per le assicurazioni. No.
Tuttavia quella chat che lampeggia esige una risposta entro breve, lo stomaco comincia a brontolare, la bolletta è ancora sigillata nella cassetta della posta già da due settimane, non parlo più con Cristian perché mi deve dieci euro, divento un animale, un egoista, un cinico. Rubo le sigarette agli amici, papà mi ha mollato cento euro l’altro ieri, c’ho pagato il condominio. La chat lampeggia, non ho più calze, i libri costano, le birre pure.

Nel giro di quattordici secondi decido perciò di essere una persona assennata, adulta, capace di provvedere a sé stessa e quindi trasformo il mio “no” da atto di resistenza e autodeterminazione in uno stupido capriccio infantile. Mi dico che devo smetterla di impuntarmi sulla pappa che fa schifo. D’altronde sono un freelance, devo accettare con serenità anche lavori che non mi piacciono, devo essere flessibile, abituarmi a collaborazioni brevi e non pagate che tanto come dice Jovanotti fanno curriculum e perciò ciao mamma guarda come mi diverto a smontare aggratis i gazebo della fiera.

A dir la verità, io ci lavorerei pure gratis per qualche mese se imparassi davvero qualcosa e se avessi la certezza di essere successivamente assunto ma il fatto è che non posso permettermi di dire NO a nessuna “offerta” del mercato perché come un vizio mortifero fa appello al mio stesso metabolismo minacciando la fame e qualsiasi contatto per me può diventare una preda, un cliente, un lavoro.
Perciò quando mi va bene un giorno faccio l’insegnate, l’altro il copywriter, il correttore di bozze e l’art director con pagamenti a novanta giorni. Quando mi va male la chat comincia a lampeggiare, Nino mi scrive “oh! Allora? Guarda che m’aveva chiesto anche Leo, se non ti dai na smossa chiamo lui.” e nonostante le mie riserve e le immagini eroiche di una povertà dignitosa che mi scorrono nella mente come vittoria della mia volontà sullo sfruttamento, la voce del buonsenso, braccio armato del capitale, riesce a sedare i bollori ribelli al destino e rassegnato rispondo alla chat lampeggiante con un “si, ci sto” per questo nuovo lavoro full time in pizzeria; contratto di collaborazione occasionale, pagamento con i voucher.

Di solito, poi, quando chiudo la chat, le mie gambe sono intorpidite e mi chiedo “Perché? perché la redazione continua a  non pagarmi? Perché il mio ultimo contratto con la casa editrice è durato solo tre mesi? Perché devo ancora continuare a svolgere lavori che non mi riguardano? Perché approfittano del fatto che potrei stare anche ore a scrivere e a studiare?”

Poi mi sdraio, un velo nero cala dal soffitto spremendomi sul letto, mi lascio soffocare come a voler volontariamente annegare.
In questi momenti però solitamente sono in grado di dire un “no” ancora più radicale del primo e perciò mi alzo, mi preparo, metto il cavatappi in tasca e corro in pizzeria ché il turno comincia da oggi, da stasera, da subito.

[questo articolo è comparso su “doppiozero” ]

LETTERA ALL’AMICO.

Caro Nikandr Andeevič,
ho ricevuto la tua lettera e ho capito subito che era tua. All’inizio avevo pensato che magari non fosse tua, ma quando l’ho aperta ho capito subito che era tua, mentre prima avevo pensato che magari non fosse tua. Sono contento che è già un po’ che ti sei sposato, perché quando uno si sposa con quella con cui si voleva sposare, vuol dire che ha ottenuto quello che voleva. Per questo sono molto contento che ti sei sposato, perché quando uno si sposa con quella che voleva, vuol dire che ha ottenuto quello che voleva. Ieri ho ricevuto la tua lettera e ho pensato subito che era tua, poi ho pensato che sembrava che non fosse tua, l’ho aperta, ho guardato, era proprio tua. Hai fatto proprio bene a scrivermi. Prima non mi scrivevi, poi tutto d’un tratto mi hai scritto, anche se anche prima, prima di non scrivermi per un po’, tu m’avevi scritto. Subito, appena ho ricevuto la tua lettera, ho deciso subito che era tua, e poi sono molto contento che ti sei già sposato. Perché se uno ha voglia di sposarsi, bisogna che si sposi e basta. Per questo sono molto contento che tu, alla fine, ti sei sposato proprio con quella con cui ti volevi sposare. E hai fatto proprio bene a scrivermi. Sono stato molto contento quando ho visto la tua lettera, e ho perfino pensato subito che era tua.
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A dir la verità, mentre l’aprivo, ho pensato che magari non fosse tua, ma poi ho deciso che era tua in ogni caso. Te ne ringrazio molto e sono molto contento per te. Tu, forse, non sai spiegarti perché sono così contento per te, te lo dico subito, sono contento per te perché ti sei sposato, e proprio con quella con cui ti volevi sposare. E è proprio bene, sai, sposarsi proprio con quella con cui ci si vuole sposare, perché così si ottiene quello che si vuole. Ecco perché sono così contento per te. E sono contento anche che mi hai scritto una lettera. Fin da subito avevo deciso che la lettera doveva essere tua, l’ho presa in mano e ho pensato: e se per caso non è tua? Poi ho pensato: ma no, certo che è tua. Apro la lettera e intanto penso: è tua o non è tua? È tua o non è tua? Bè, come l’ho aperta, l’ho visto subito, che era tua. Sono stato molto contento e ho deciso di scriverti anch’io una lettera. Ho molte cose da raccontarti, ma non ho proprio tempo. Quello che ho potuto, te l’ho scritto in questa lettera, il resto te lo scriverò un’altra volta, adesso non ho più tempo. Intanto, è un bene che mi hai scritto una lettera. Adesso so che è già un po’ che ti sei sposato. Anche dalle lettere precedenti, sapevo che ti eri sposato, e adesso lo vedo ancora: è proprio vero, ti sei sposato. E sono molto contento che ti sei sposato e che mi hai scritto una lettera. Subito, appena ho visto la tua lettera, ho deciso che ti eri sposato un’altra volta. Bè, ho pensato, è un bene, che ti sei sposato un’altra volta e che me l’hai scritto in una lettera. Scrivimi adesso com’è la tua nuova moglie e come sono andate le cose. Salutami la tua nuova moglie.
Daniil Charms 25 settembre e ottobre 1933

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