NESSUNO

Che poi quando uno ti incontra per strada e ti chiede come stai e tu gli dici male allora lui ti chiede perché e tu rispondi bhe, sai, le cose, e parte una lunga conversazione sulle cose che fanno male.

Quando invece uno ti incontra per strada e ti chiede come stai e tu gli dici bene, allora basta, la storia finisce lì. Lui dirà benissimo e tu dirai eccezionale, poi si passa ad altro.

Nessuno ti chiede come mai stai bene, se ti è successo qualcosa, nessuno.

NON MI SEMBRA GIUSTO

La macchina l’avevo parcheggiata sulla salita di Santa Niria. Una via stretta, a senso unico, lastricata con due binari di timpe antiche ai lati e pece fresca nel mezzo. L’auto ci passa precisa precisa da questa via e in certi tratti devi chiudere gli specchietti perché altrimenti glie li lasci pari pari. Avevo parcheggiato in questa via angusta perché è l’unica zona libera da strisce blu nell’arco di centinaia di metri e io non sapevo esattamente per quanto tempo mi sarei fermato. A proposito delle strisce blu vorrei aprire solo una breve parentesi per dire che io non so quali siano gli accordi tra il comune e l’azienda che gestisce i parcheggi, ma sin dal principio non mi sembra giusto che qualcuno un giorno si alzi e compri chilometri di suolo pubblico per metterlo in affitto a sessanta centesimi l’ora. Solo questo volevo dire, che non mi sembra giusto. L’avevo messa lì perché metti che a un certo punto mi viene voglia di sdraiarmi su una panchina al sole fino a perdere i sensi, metti che la nostra discussione si faccia sempre più interessante e invece di stare attento a quello che dici devo pensare a spostare la macchina, metti che sabato mattina io voglia svegliarmi alle undici ma siccome la sera precedente, non trovando parcheggio gratuito, ho dovuto lasciare la macchina sulle strisce blu che cominciano alle otto e allora il sabato invece che alle undici mi devo alzare alle otto per andare a spostarla, metti che a un certo punto, incontrandoci, ci viene il desiderio di andare al mare e tu dirai, generosa come sempre, dai prendiamo la mia macchina e io dovrò dirti che prima devo spostare la mia per trovare un posto fuori dalle strisce blu così da lasciarla lì quanto mi pare, ma siccome sono tutti già occupati ritarderemo, perché non è che posso parcheggiare ovunque e allora sprecheremo benzina girando a vuoto mentre si farà tardi e alla fine non avrà più senso andare al mare. Adesso io non so quali siano gli accordi tra il comune e l’azienda che gestisce i parcheggi, ma sin dal principio non mi sembra giusto che qualcuno un giorno si alzi e compri chilometri di suolo pubblico per metterlo in affitto a sessanta centesimi l’ora. Solo questo volevo dire, che non mi sembra giusto.

POVERTÀ

Riccardo è un muratore specializzato nel montaggio delle tegole. È stato su ogni tetto della città e tutti i giorni, prima di cominciare a lavorare, fa una lunga pausa per osservare il panorama.

Iniziare con una pausa può sembrare un gesto di indolenza, ma a Riccardo serve per creare il vuoto prima dell’azione, come facevano gli antichi samurai.

Dice che così ripulisce l’agire da interessi personali e le sue creazioni rimangono ispirate da qualcosa di più alto del becero danaro. 
Inoltre questa pratica gli è utile per tenere ben distinti i momenti più importanti della sua giornata, quelli dedicati alla contemplazione della natura e quelli offerti alla vita attiva.

Riccardo dice che lavorando realizza il suo spirito e che i tetti della città sono così belli perché a farli non è lui, ma una forza impersonale che lo guida nella costruzione, dalla quale riceve una grande soddisfazione.

Gli occhi di Riccardo e i suoi modi sono sempre gentili e cortesi. Alcuni ricambiano i lavori che svolge con inviti a pranzo o scambio di merci e favori, raramente con i soldi.

Per questa ragione, molti in paese, forse i più, considerano Riccardo un povero coglione.

IN GITA

Rino è andato in gita a Pietralcina, e va bene. Dice che “lì queste cose succedono”, e questo no, non va bene.

– Guarda, ho fatto due foto alla Croce, nella prima compare una macchia rossa, la vedi?
– si
– Nella seconda scompare
– eh
– Non lo so, io ci credo. 
– Ma a che cosa?
– Non lo so, ci credo. 
– Credi ai fenomeni di rifrazione della luce sul vetro dell’obiettivo? 
– No
– No?
– No
– Questa è fisica, compa’. Credi che Dio ti abbia parlato? 
– No
– Meno male
– Mi ha parlato Padre Pio

– E che ti ha detto?
– Che mi ha parlato
– Si ma cosa ti ha detto?
– Lasciami in pace.

dalla Biblioteca

Sono al banco e non mi accorgo che la signora accanto preferisce prendere la ricevuta cartacea del prestito. È il mio turno, la bibliotecaria mi chiede se la voglio anch’io ma rispondo “no, meglio non mettere ancora della carta in giro.” La signora accanto si sente come rimproverata dal mio comportamento virtuoso e comincia a scusarsi. “Ho preso la ricevuta perché è comoda” sento dirmi, “mi fa da segnalibro, e poi io comunque faccio sempre la differenziata e riciclo tutto.”  Non capisco perché mi sta informando di queste cose ma mi giro verso lei e le dico che “fa bene a riciclare tutto” anche se nella mia mente penso che non me ne frega nulla delle sue piccole azioni quotidiane per migliorare il mondo. Inoltre, non avevo nessuna intenzione di dare il buon esempio. La mia non era una scelta ecologica ma comoda. Questo foglietto svolazzante ogni volta lo accartoccio immediatamente e me lo ficco in tasca a fare massa insieme agli scontrini della spesa. Chissà perché non le butto via subito ste cartacce.

A dire il vero non è neanche per questo che ho detto no. Non mi cambia molto avere o non avere una ricevuta cartacea del prestito. Ho aggiunto la scusa della “carta in giro” solo perché se non do dei motivi alle mie azioni sto male dato che le mie azioni spesso non hanno motivi intrinseci ma sono sempre io a doverglieli dare.

In fine alla signora dico solo un frettoloso “fa bene a riciclare”, poi prendo il libro dal banco (La versione di Barney, Mordecai Richler, Adelphi 2008) e mi dirigo verso l’uscita unendo uno stupido  “almeno quello!” al fatto che la signora fa bene a riciclare.

Giuro che non so perché ho detto “almeno quello!”, sul serio, non lo so. Questa mia inutile esclamazione suscita nella signora un meccanismo di difesa che si esprime in un flusso descrittivo e nevrotico delle rette azioni che compie ogni giorno a favore della natura.

“Sa? Noi teniamo dei corsi di riciclo nelle scuole, facciamo la differenziata, differenziamo tutto noi, e con la plastica vengono fuori delle borsettine, delle ciabattine, e degli spettacolini teatrali molto carini, molto graziosi.”

La signora mi insegue. “Poi sono vegetariana da dodici anni ormai, ci manca poco che diventi vegana, amo gli animali”.  “Ma se ha le scarpe di pelle!” le faccio io.

Adesso non lo so, giuro che non lo so perché ho detto questa cosa delle scarpe alla signora. Mi è scappato, non volevo ferirla mostrandole per la seconda volta la sua incoerenza, i suoi fallimenti. Subito la signora blocca l’elenco delle sue buone azioni, pianta i piedi per terra inchiodandoli con gli occhi e rimane ferma così, al centro dell’androne, con la testa bassa, a guardarsi le scarpe. Starà immobile in questa posizione per sempre, sembra.

Immagine: William Eggelston

[Questo frammento e altri presenti sul blog sono stati pubblicati su il primo amore]

SIMULACRI

«Ti avevo contattata per chiederti una cosa, ma è passato troppo tempo e adesso non ha più senso». 
«Cosa volevi chiedermi?» 
«Se il mare non torna almeno una volta nelle serrande»

«E che significa?» 
«Nulla, vedi? È passato troppo tempo, non ha più senso». 

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Ci piegammo l’uno sull’altro, battendo le guance, incrociando le teste, stringendo le mani. Rimasero lontani i nostri stomaci, i cuori pure. Nelle chat veloci dovevamo incontrarci presto (Punto esclamativo). A Pasqua, sicuro, che chi non muore si rivede. Abbracci meccanici e gioie legnose, simulacri che surfano tra la folla, fu il nostro incontro. Un teatrino per dirsi addio come burattini vestiti a festa. 

SARABANDA IN MY MIND

Con te fu come vincere a Sarabanda. Premetti il pulsante al secondo appuntamento, quando con gli occhi gelati mi chiedesti chi fosse a farmi sorridere così tanto su wazzap.

Ti guardai, poggiai il telefono sul tavolo e dissi «mia mamma, era mia mamma».

Ero un bravo concorrente e mi bastarono due note per riconoscere la melodia che stavi cantando. Così, quando dicesti «non ci credo che fosse tua mamma», mi si riattivarono tutte le tracce mnestiche che composero il titolo della canzone: gelosa, possessiva, invidiosa, insicura, richiedente conferme, dipendente, passivo aggressiva. In una parola: rompicoglioni. Ecco, era quello il titolo.

Premetti velocemente il pulsante, il gioco si fermò, calò il silenzio in studio, mi avvicinai concentratissimo al microfono e risposi «Rompicoglioni, il titolo è Rompicoglioni» mentre Enrico Papi apriva la busta con la soluzione.

Ti mostrai il telefono, scrollando la discussione con mia madre su wazzap che raccontava delle rocambolesche avventure di mio fratello. Ti si scongelarono gli occhi, mi abbracciasti e mi baciasti, ma Enrico Papi era già esploso di entusiasmo e urlava «siii, il titolo è rompicoglioni!», proclamandomi vincitore.

Il pubblico si alzò applaudendo, la banda suonò, partì la sigla, le soubrette, i coriandoli. Avevo indovinato, “rompicoglioni” era il tuo titolo.

Rimanemmo ancora un po’ abbracciati ma la puntata ormai si era conclusa. Io avevo vinto e tu eri stata eliminata.

Giorni dopo tornai a Sarabanda, a sfidarmi c’era un’altra concorrente. Stavolta, speravo di perdere.

MONTABBANO

Sono andato a rifare la carta d’identità perché la mia si è squagliata in lavatrice.

Oh ma si è sbriciolata come l’ostia del gelato si è sbriciolata.

La signora delle carte di identità mi ha detto di lavarla con l’acqua fredda la prossima volta, senza ammorbidente però, e mi ha detto pure che stava scherzando ma non è che ci avevo creduto.

Comunque, prima di arrivare allo sportello, all’ingresso principale del palazzo della cultura, dove ci sono gli uffici del comune, c’era tutta sta gente ammassata nell’androne e uno sugli scalini che la governava col megafono come un mandriano fa con le vacche.


«Ma che c’è na sommossa al comune?» ho pensato. «Li volete pagare a sti poveri cristi?», come se sapessi già che fosse questo il problema.


Quando però mi sono accorto che stavano tutti con la carta di identità in mano la mia indignazione, anche se, devo ammetterlo, superficiale, si è trasformata

prima in stupore, poi in frustrazione e per ultimo in noia.

«Minchia ma talía ca chista è a fila per l’ufficio anagrafe», ho pensato.


Mentre stavo già preparando un piano d’azione alternativo che consisteva in cannolo con la crema, caffè in piazza monumento con relativa sigaretta al sole e lettura di numero due righe in libreria, mi è venuto in mente di chiedere cosa stesse succedendo qui nell’androne.


«Montabbano», mi ha detto uno che stava lì sulle punte a cercare di farsi spazio.
«Montabbano… montabbano che cosa?» ho continuato io.
«Montabbano»
«Vabbè, Montabbano… come dice lei».
Non mi stava considerando, tutto preso com’era a scavalcare le persone. «Cosa sta succedendo qui? Perché hanno tutti la carta d’identità in mano?», ho chiesto a un altro.

Questo, con una voce dall’oltretomba, consumata dal fumo di sigaretta, mi fa con calma: «ci sono. I provini. per. Montabbaaaaaaano», pausa respiro, «ci vuole. la catta. d’itentità», punto.
«Aaaaaaa, i provini per Montabbano! Mi paria la fila per l’ufficio anagrafe! E perciò ho pensato “tutti oggi se la devono fare la carta d’identità?”», ho detto ridendo al signore, ma lui in silenzio mi ha guardato giudicante negli occhi e con una specie di trasmissione telepatica l’ho sentito pronunciare nella mia mente due parole: «sei. Cretino».
Poi ha ripreso la voce dicendo che «per. Il. Provino. Ci vuole. La. Carta. Di…»
«Sì, sì, ho capito», interrompendolo, «la carta d’identità ci vuole, ho capito. Allora guardi, se mi fa passare vado all’ufficio anagrafe e me la faccio subito che la mia si è squagliata».


Lui è tornato a guardarmi come prima ma stavolta ho interrotto subito la trasmissione telepatica e mi sono diretto finalmente all’ufficio anagrafe attraverso uno «stretto percorso che abbiamo lasciato libero per consentire il transito agli utenti interessati al normale svolgimento dell’attività lavorativa negli uffici comunali». Così recitava il personale posto all’ingresso che mi invitava a intraprendere il «corridoio laterale alla folla». Una interpretazione del testo perfetta. «A lui devono prendere per Montabbano!», ho pensato.


Rinnovata la carta di identità, sono uscito bello fresco dal palazzo della cultura come fossi stato dal barbiere. D’altronde avevo una carta d’identità nuova. Ho attraversato il muro di future star della tv per dirigermi verso la pasticceria.

Erano già fatte le dodici e mezza avrei dovuto rinunciare al cannolo con la crema, ma no. Dalla libreria ci sono passato. La sigaretta, quella pure, l’ho fumata.

«Si può fare tutto. Tutto si può fare», sospiravo soddisfatto, mentre il fumo colava nei polmoni e la pelle si schiudeva al sole.


Questo testo è uscito sulla rivista il primo amore, fondata da Antonio Moresco e Tiziano Scarpa

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Fidarsi è bene

Oggi sono andato dal benzinaio. Gli ho chiesto di mettermi venti euro di benzina. Ha eseguito l’operazione senza volere i soldi in anticipo.

Sembra una cosa normale, ma in verità è un patto tacito che il benzinaio fa con noi. Un patto garantito dall’abitudine con cui abbiamo costruito questo rapporto tra noi e i benzinai.

Un’abitudine che a sua volta ha generato fiducia in un futuro prossimo che certamente si realizzerà:

il benzinaio ci mette la benzina, noi gli diamo i soldi. É sempre stato così e lo sarà fino a quando ci saranno i benzinai.

La fiducia è talmente solida e reciproca tra noi e i benzinai che andiamo via dalla stazione di servizio senza neppure guardare se hanno messo nel serbatoio tutti gli euro che gli abbiamo dato; l’abitudine ha creato questa Verità:

prima la benzina, poi i soldi.

Non ci piove. Non c’è bisogno di dirlo, non c’è bisogno di scritture, firme e notai, basta la solo parola e a volte neppure quella. Su questo genere di patti silenziosi si è basata la sopravvivenza della società, sulla parola data e sulla sicurezza che verrà mantenuta.

Senza questa fiducia spontanea e reciproca ci saremmo già estinti.

Ma credo che la dimensione simbolica del patto muto che ci ha legato gli uni agli altri nei millenni si stia sgretolando sotto i colpi di uno scetticismo radicale protratto in ogni ambito della vita.

Non ci fidiamo dell’altro in amore, nel lavoro, non ci fidiamo delle informazioni ufficiali, degli scienziati, dei politici.

Dietro ogni cosa vediamo una convenienza che non è la nostra. E non ci si fida non solo per principio, ma perché qualcuno ha creato un’altra abitudine, quella cioè di non mantenerli più i patti, e questa abitudine è diventata la nuova verità, la nuova realtà.

Ogni patto è un vincolo, un limite, e qui pare che nessuno voglia rinunciare a qualcosa. Si sgretolano i caratteri, le personalità, le identità.

Una decisione dura solo il tempo di averla enunciata e i patti non riusciamo a mantenerli nemmeno con noi stessi. Mi pare di essere circondato da pappemomlli, non solo nella vita quotidiana e privata, ma anche in quella pubblica e politica.

Credo allora che se vogliamo ricostruire una nuova comunità di esseri umani, se vogliamo tornare ad avere un futuro, perché il patto è una garanzia del futuro nel presente, dovremmo ricominciare a fare delle scelte, a mantenere i patti anche nella nostra vita quotidiana, a onorare le promesse, per ricostruire nuove virtuose abitudini e fare in modo che ognuno possa ancora fidarsi dell’altro come il benzinaio si fida del mio portafogli.

O no?

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