NON MI SEMBRA GIUSTO

La macchina l’avevo parcheggiata sulla salita di Santa Niria. Una via stretta, a senso unico, lastricata con due binari di timpe antiche ai lati e pece fresca nel mezzo. L’auto ci passa precisa precisa da questa via e in certi tratti devi chiudere gli specchietti perché altrimenti glie li lasci pari pari. Avevo parcheggiato in questa via angusta perché è l’unica zona libera da strisce blu nell’arco di centinaia di metri e io non sapevo esattamente per quanto tempo mi sarei fermato. A proposito delle strisce blu vorrei aprire solo una breve parentesi per dire che io non so quali siano gli accordi tra il comune e l’azienda che gestisce i parcheggi, ma sin dal principio non mi sembra giusto che qualcuno un giorno si alzi e compri chilometri di suolo pubblico per metterlo in affitto a sessanta centesimi l’ora. Solo questo volevo dire, che non mi sembra giusto. L’avevo messa lì perché metti che a un certo punto mi viene voglia di sdraiarmi su una panchina al sole fino a perdere i sensi, metti che la nostra discussione si faccia sempre più interessante e invece di stare attento a quello che dici devo pensare a spostare la macchina, metti che sabato mattina io voglia svegliarmi alle undici ma siccome la sera precedente, non trovando parcheggio gratuito, ho dovuto lasciare la macchina sulle strisce blu che cominciano alle otto e allora il sabato invece che alle undici mi devo alzare alle otto per andare a spostarla, metti che a un certo punto, incontrandoci, ci viene il desiderio di andare al mare e tu dirai, generosa come sempre, dai prendiamo la mia macchina e io dovrò dirti che prima devo spostare la mia per trovare un posto fuori dalle strisce blu così da lasciarla lì quanto mi pare, ma siccome sono tutti già occupati ritarderemo, perché non è che posso parcheggiare ovunque e allora sprecheremo benzina girando a vuoto mentre si farà tardi e alla fine non avrà più senso andare al mare. Adesso io non so quali siano gli accordi tra il comune e l’azienda che gestisce i parcheggi, ma sin dal principio non mi sembra giusto che qualcuno un giorno si alzi e compri chilometri di suolo pubblico per metterlo in affitto a sessanta centesimi l’ora. Solo questo volevo dire, che non mi sembra giusto.

POVERTÀ

Riccardo è un muratore specializzato nel montaggio delle tegole. È stato su ogni tetto della città e tutti i giorni, prima di cominciare a lavorare, fa una lunga pausa per osservare il panorama.

Iniziare con una pausa può sembrare un gesto di indolenza, ma a Riccardo serve per creare il vuoto prima dell’azione, come facevano gli antichi samurai.

Dice che così ripulisce l’agire da interessi personali e le sue creazioni rimangono ispirate da qualcosa di più alto del becero danaro. 
Inoltre questa pratica gli è utile per tenere ben distinti i momenti più importanti della sua giornata, quelli dedicati alla contemplazione della natura e quelli offerti alla vita attiva.

Riccardo dice che lavorando realizza il suo spirito e che i tetti della città sono così belli perché a farli non è lui, ma una forza impersonale che lo guida nella costruzione, dalla quale riceve una grande soddisfazione.

Gli occhi di Riccardo e i suoi modi sono sempre gentili e cortesi. Alcuni ricambiano i lavori che svolge con inviti a pranzo o scambio di merci e favori, raramente con i soldi.

Per questa ragione, molti in paese, forse i più, considerano Riccardo un povero coglione.

IN GITA

Rino è andato in gita a Pietralcina, e va bene. Dice che “lì queste cose succedono”, e questo no, non va bene.

– Guarda, ho fatto due foto alla Croce, nella prima compare una macchia rossa, la vedi?
– si
– Nella seconda scompare
– eh
– Non lo so, io ci credo. 
– Ma a che cosa?
– Non lo so, ci credo. 
– Credi ai fenomeni di rifrazione della luce sul vetro dell’obiettivo? 
– No
– No?
– No
– Questa è fisica, compa’. Credi che Dio ti abbia parlato? 
– No
– Meno male
– Mi ha parlato Padre Pio

– E che ti ha detto?
– Che mi ha parlato
– Si ma cosa ti ha detto?
– Lasciami in pace.

ERA AUTUNNO

  • Vieni sull’Etna questo fine settimana?
  • No
  • Perché?
  • Non mi va di sbattermi per scalare una montagna con il vento, la neve, le rocce instabili e il freddo. Magari in estate.
  • Non sai cosa ti perdi
  • Lo so cosa mi perdo.
  • Cosa farai?
  • Ci sono 20 gradi al mare. Credo che farò una passeggiata in spiaggia o starò a casa a leggere.
  • Du palle
  • Andate pure senza di me e divertitevi.

Due giorni dopo

  • Bhe, com’è andata?
  • È stato bellissimo. Abbiamo scalato il vulcano fino ai 1800. poi a metà percorso è arrivata una tempesta di neve e ghiaccio che ci ha bruciato la faccia.
  • E cosa ci sarebbe di bello in tutto ciò?
  • a un certo punto è calata una specie di nebbia e ci siamo persi. Si è persa anche la guida ambientale, abbiamo allungato il percorso di due ore su un sentiero non tracciato.
  • Fantastico, cosa mi sono perso, mannaggia!
  • Non sai che paura. C’era un freddo cane, mi è venuto un mal di testa lancinante e non mi sentivo più le mani. Però molto intenso e divertente.
  • Divertentissimo direi.
  • Uno del gruppo è caduto dentro un piccolo cratere e si stava per spezzare una caviglia, fortuna che se la è solo slogata.
  • Ma guarda te che fortuna!
  • Ma sai che panorama da lassù però?!
  • Eh immagino, ve lo siete goduto…
  • Senti, non vedo Paola…
  • Le è venuta una lieve ipotermia. Ha vomitato tutta la notte, ma adesso sta bene, è a casa con la febbre alta. Dai, la prossima volta però vieni pure tu che ci divertiamo.
  • Certo, certo, non mancherò, consideratemi nel gruppo.

Il mio nuovo vicino di casa

Il mio nuovo vicino di casa mi chiama Damiano.

Non ho ancora trovato il momento giusto per dirgli che non mi chiamo Damiano, ma Gabriele.

È sempre così contento di vedermi, di salutarmi (“Ciao Damiano! Come va oggi?”, “buongiorno Damiano”, “Damiano, ho un problema con la macchina, mi aiuti?”), che non me la sento di essere causa del suo imbarazzo, di vedere nei suoi occhi lo sgomento per un errore accumulato nei mesi.

Si perché è da mesi che mi chiama Damiano. Dal canto mio, non so nemmeno quale sia il suo nome, ma per adesso credo sia meglio chiamarlo “Hey” anziché “Umberto”.

Tuttavia, penso anche che quel momento per farglielo notare sia arrivato e so che dovrò essere duro con lui.

Lo aspetterò sull’uscio di casa, poi lo prenderò per il sottobraccio e gli sussurrerò all’orecchio così: “Senti piccolo bastardo di un vicino, io mi chiamo Gabriele, non Damiano. Ok? Mi chiamo Ga-brie-le, intesi? Ora vattene dove cazzo stavi andando” e lo spingerò via.

Non è per rabbia, ma solo perché in questi momenti bisogna essere decisi per tutelare dall’imbarazzo noi stessi e gli altri.

Non credete? “Hey”, capirà.


Chi sono?

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dalla Biblioteca

Sono al banco e non mi accorgo che la signora accanto preferisce prendere la ricevuta cartacea del prestito. È il mio turno, la bibliotecaria mi chiede se la voglio anch’io ma rispondo “no, meglio non mettere ancora della carta in giro.” La signora accanto si sente come rimproverata dal mio comportamento virtuoso e comincia a scusarsi. “Ho preso la ricevuta perché è comoda” sento dirmi, “mi fa da segnalibro, e poi io comunque faccio sempre la differenziata e riciclo tutto.”  Non capisco perché mi sta informando di queste cose ma mi giro verso lei e le dico che “fa bene a riciclare tutto” anche se nella mia mente penso che non me ne frega nulla delle sue piccole azioni quotidiane per migliorare il mondo. Inoltre, non avevo nessuna intenzione di dare il buon esempio. La mia non era una scelta ecologica ma comoda. Questo foglietto svolazzante ogni volta lo accartoccio immediatamente e me lo ficco in tasca a fare massa insieme agli scontrini della spesa. Chissà perché non le butto via subito ste cartacce.

A dire il vero non è neanche per questo che ho detto no. Non mi cambia molto avere o non avere una ricevuta cartacea del prestito. Ho aggiunto la scusa della “carta in giro” solo perché se non do dei motivi alle mie azioni sto male dato che le mie azioni spesso non hanno motivi intrinseci ma sono sempre io a doverglieli dare.

In fine alla signora dico solo un frettoloso “fa bene a riciclare”, poi prendo il libro dal banco (La versione di Barney, Mordecai Richler, Adelphi 2008) e mi dirigo verso l’uscita unendo uno stupido  “almeno quello!” al fatto che la signora fa bene a riciclare.

Giuro che non so perché ho detto “almeno quello!”, sul serio, non lo so. Questa mia inutile esclamazione suscita nella signora un meccanismo di difesa che si esprime in un flusso descrittivo e nevrotico delle rette azioni che compie ogni giorno a favore della natura.

“Sa? Noi teniamo dei corsi di riciclo nelle scuole, facciamo la differenziata, differenziamo tutto noi, e con la plastica vengono fuori delle borsettine, delle ciabattine, e degli spettacolini teatrali molto carini, molto graziosi.”

La signora mi insegue. “Poi sono vegetariana da dodici anni ormai, ci manca poco che diventi vegana, amo gli animali”.  “Ma se ha le scarpe di pelle!” le faccio io.

Adesso non lo so, giuro che non lo so perché ho detto questa cosa delle scarpe alla signora. Mi è scappato, non volevo ferirla mostrandole per la seconda volta la sua incoerenza, i suoi fallimenti. Subito la signora blocca l’elenco delle sue buone azioni, pianta i piedi per terra inchiodandoli con gli occhi e rimane ferma così, al centro dell’androne, con la testa bassa, a guardarsi le scarpe. Starà immobile in questa posizione per sempre, sembra.

Immagine: William Eggelston

[Questo frammento e altri presenti sul blog sono stati pubblicati su il primo amore]

SIMULACRI

«Ti avevo contattata per chiederti una cosa, ma è passato troppo tempo e adesso non ha più senso». 
«Cosa volevi chiedermi?» 
«Se il mare non torna almeno una volta nelle serrande»

«E che significa?» 
«Nulla, vedi? È passato troppo tempo, non ha più senso». 

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Ci piegammo l’uno sull’altro, battendo le guance, incrociando le teste, stringendo le mani. Rimasero lontani i nostri stomaci, i cuori pure. Nelle chat veloci dovevamo incontrarci presto (Punto esclamativo). A Pasqua, sicuro, che chi non muore si rivede. Abbracci meccanici e gioie legnose, simulacri che surfano tra la folla, fu il nostro incontro. Un teatrino per dirsi addio come burattini vestiti a festa. 

SARABANDA IN MY MIND

Con te fu come vincere a Sarabanda. Premetti il pulsante al secondo appuntamento, quando con gli occhi gelati mi chiedesti chi fosse a farmi sorridere così tanto su wazzap.

Ti guardai, poggiai il telefono sul tavolo e dissi «mia mamma, era mia mamma».

Ero un bravo concorrente e mi bastarono due note per riconoscere la melodia che stavi cantando. Così, quando dicesti «non ci credo che fosse tua mamma», mi si riattivarono tutte le tracce mnestiche che composero il titolo della canzone: gelosa, possessiva, invidiosa, insicura, richiedente conferme, dipendente, passivo aggressiva. In una parola: rompicoglioni. Ecco, era quello il titolo.

Premetti velocemente il pulsante, il gioco si fermò, calò il silenzio in studio, mi avvicinai concentratissimo al microfono e risposi «Rompicoglioni, il titolo è Rompicoglioni» mentre Enrico Papi apriva la busta con la soluzione.

Ti mostrai il telefono, scrollando la discussione con mia madre su wazzap che raccontava delle rocambolesche avventure di mio fratello. Ti si scongelarono gli occhi, mi abbracciasti e mi baciasti, ma Enrico Papi era già esploso di entusiasmo e urlava «siii, il titolo è rompicoglioni!», proclamandomi vincitore.

Il pubblico si alzò applaudendo, la banda suonò, partì la sigla, le soubrette, i coriandoli. Avevo indovinato, “rompicoglioni” era il tuo titolo.

Rimanemmo ancora un po’ abbracciati ma la puntata ormai si era conclusa. Io avevo vinto e tu eri stata eliminata.

Giorni dopo tornai a Sarabanda, a sfidarmi c’era un’altra concorrente. Stavolta, speravo di perdere.

NON È COME DICONO

Mi dicevano che dopo gli studi in filosofia non avrei trovato lavoro.

Che l’unica carriera sarebbe stata l’insegnamento.

Avevano ragione.

Non ho trovato un lavoro, ho trovato molto di più.

Lascia che ti spieghi

Io aiuto le aziende a comunicare strategicamente la loro identità
attraverso la scrittura, la pianificazione e la creazione di contenuti originali, basati sulla vera anima del marchio.

Lo faccio perché la mia missione esistenziale è aiutare le persone a tirare fuori il meglio di loro.

Questo dà un senso profondo al mio lavoro.

Vederle soddisfatte grazie a una comunicazione che incide nei cuori e nella mente dell’utenza, è la mia principale leva motivazionale.

Ma ho anche un altro motivo

Il copywriting mi permette di usare l’ambiente culturale con cui mi sono formato e con cui pianifico la comunicazione:

Uso la filosofia, la psicologia, la fotografia e perché no, la politica.

Politica intesa in quel senso ampio che forse si è perso, cioè come

trasmissione di valori per una vita migliore.

Gli stessi valori che andremo a scoprire in te e nella tua azienda per creare un’alleanza profonda con i tuoi utenti e fargli dire:

“Questa azienda parla come me, ha i miei stessi valori, mi fido di lei perché mi capisce, voglio farne parte!”

Come farò?

Te lo dico.

La scrittura strategica è il modo migliore per creare questa unione profonda tra te e il tuo pubblico.

Usando la tua filosofia sui social, sui blog, sui social media e mettendo in campo tutto quello che può servire per veicolare il tuo messaggio forte e chiaro, trasferiremo al tuo pubblico la cosa più importante:

quello in cui credi veramente, quello che sei

Lo scopriremo con delle interviste, delle domande per elaborare il tuo sistema di valori

In questo modo aumenteremo l’autorevolezza del marchio e la fiducia nel tuo modo di fare le cose.

Come ti dicevo

Molti pensano che la filosofia sia fatta solo di parole, di inutili speculazioni che non hanno nulla di pratico.

Non capiscono che le parole creano la realtà, cambiano la percezione delle cose, costruiscono la nostra identità.

Perché ogni identità, anche quella aziendale, è narrazione.

Quando parliamo di noi non facciamo altro che raccontare una storia, e se questa storia viene raccontata bene, il nostro valore aumenta, coinvolge le persone nella nostra missione, che diventerà anche la loro.

E poi

La filosofia si occupa in primo luogo della società, delle persone, dei loro desideri e sopratutto delle idee.

Di quelle idee che sono alla base di ogni impresa umana, commerciale e esistenziale.

Per questo unita ai metodi del Copywriting e del Marketing può diventare uno strumento potente.

Va bene Gabriele, ma da dove comincia tutto?

Tutto comincia dalla consapevolezza.

bisogna che io ti chieda chi sei e dove vuoi andare.

Queste sono domande filosofiche che l’umanità si pone da millenni per capire come avere una vita dotata di senso, una identità personale che si distingua dalle altre e coerente con i propri valori.

Perciò:

Chi sei?

Dove stai andando?

Quale è la tua missione?

Io sono Gabriele Drago

e non vedo l’ora di sapere chi sei e di aiutarti a comunicare il meglio di te

Sentiamoci

Scrivimi qui –> dragogabrie@gmail.com

Ciao!