Ore 3pm – Sicilia

In questo periodo della giornata, la gente, come per mettersi a riparo da una premonizione catastrofica, non uscirebbe mai di casa.
Si serra dietro le persiane e hai l’impressione che osservino dalle fessure la tua imminente scomparsa.

Ghostwriter Mentalcoach

Sto aiutando un cliente a scrivere un libro su di sé e sulla sua professione, in qualità di editor e ghostwriter. Questa persona fa un lavoro molto particolare: è un mentalcoach, una specie di allenatore della mente per manager e professionisti.
Al di là delle considerazioni politiche che si possono fare su un discorso che prende in esame i sentimenti del capitale umano per metterli a produzione, ci sono tre principi fondamentali su cui vale la pena soffermarsi: la self Awareness, cioè la consapevolezza del proprio stato attuale, la self Direction, ovvero la direzione che si vuole intraprendere una volta consapevoli e la self Management, la capacità di gestirsi sulla via dell’obiettivo.
Il manuale non si riferisce solo ai top manager che vogliono costruirsi una leadership basata su principi etici, ma anche a gente come noi che a volte non sa dove andare.
Ho sempre diffidato delle tecniche di ottimizzazione del sè, ma devo dire che sto imparando delle cose molto utili, almeno fino a quando il capitalismo continuerà ad appropriarsi della dimensione psichica e spirituale degli uomini per metterla a valore.
Il libro uscirà prima dell’estate, si spera. Nell’attesa di una nuova era socialista che ci libererà dall’imperativo della performance, potreste leggerlo.

Sanremo critica e Mahmood

Per quanto possano sembrare alla mercé di tutti, i giudizi sulle questioni culturali, come la musica o l’arte in generale, non sono opinabili se il nostro parere non segue un metodo scientifico altrettanto serio quanto quello che ha seguito la persona preparata a formularli.
Il critico musicale è consapevole di ciò che sceglie e delle conseguenze che le sue opinioni hanno sulle persone, sulla qualità dei loro ascolti. Nel suo campo ha la stessa dignità di un medico che vi prescrive una pillola.
Il critico comprende la qualità, i mezzi, il lavoro che sta dietro a ciò che elegge come buono e giusto. Il critico sa quello che fa. Ha studiato, ha ascoltato, non è arrivato di fronte alla tv per una consuetudine popolare. Non torna a guidare il tram dopo Sanremo. Torna a studiare, a scrivere, a ascoltare per il resto dei suoi giorni. Dedica la sua vita alla materia, per discernere e capire sempre più a fondo i motivi, le inclinazioni, i contesti. Per questo lo specialista in fatti culturali ha anche una responsabilità sociale, politica, ha il compito di dirigere il gusto, di mostrare una via perseguibile per il bene dell’orecchio comune.
Ha la stessa rispettabilità di un ingegnere quando progetta un ponte. Nel suo campo sa cosa è bene e cosa è male, e lo sa più di noi. Non c’è motivo perciò di vergognarsi, né tanto meno di indignarsi, ma si può solo accettare con umiltà la sua posizione e provare a capire. Uno nei fatti culturali può permettersi di dire che qualcosa non piace, basandosi su una sensazione superficiale che nulla ha in comune con l’ascolto profondo, regolato da un rigoroso metodo di indagine. Certo, il critico può sbagliare, ma la nostra sensazione e la nostra opinione senza struttura hanno la stessa consistenza del fiato sprecato. Inoltre, se sbaglia lo specialista, figuriamoci noi, che non ne sappiamo nulla.

Qui sotto la canzone di uno che sa cantare. Mahmood

 

Vino – Percezione, linguaggio e assaggio. Analisi sensoriale al limite

Gli ospiti sconosciuti seduti al mio tavolo ordinarono un vino di non so quale pregiata cantina. Mi consigliarono di smettere con quello che stavo bevendo e di cambiare bicchiere, per assaggiare la bottiglia appena stappata.
Io non ho mai capito nulla di vini. Comprendo solo se uno mi piace oppure no, ma a questo ci arrivano tutti. Per il resto potrei bere cose che si fermano a un attimo prima dell’aceto, e non farebbe alcuna differenza per il mio palato. Gli ospiti mi suggerirono di stare attento stavolta a ciò che avrei provato e di ricollegare le sensazioni suscitate dal vino ad antiche memorie, per vedere cosa ne veniva fuori, quale interpretazione, quale sinestesia, ma sopratutto quale mia abilità nel leggere il senso di ciò che stavo gustando, dato che mi stavano mettendo alla prova sin dal pomeriggio.
È così che si decifra la qualità e l’intensità del vino, a partire dalle proprie esperienze, mi disse quello che versava, è in questo modo che dentro puoi trovare il sapore acido del becco della molfetta e l’asprezza del muschio sulla corteccia dell’arancio. Provai, ero già al terzo bicchiere del mio buon Syrah scelto a caso dalla carta, se risalivo alle vecchie memorie mi veniva solo l’angoscia e forse anche per noia non seguii il metodo suggerito. Ho detto loro che in quel momento preferivo affidarmi ad altre sensazioni procurate dal vino, all’incoscienza, forse; che di meditare e ricordare, proprio quella sera, non ne avevo voglia. Passai per sciatto, inabile a processare i sensi con l’intelletto; io, guardato dall’alto in basso da quei quattro intenditori in posa, da quei quattro burini vestiti bene. Mezz’ora dopo, quando eravamo già tutti belli alticci, rimediai con una dissertazione sul rapporto tra percezione e linguaggio in Brodovskij e Neillsam. Quello era il tema, ma non dissi nulla di sensato a riguardo. Inventai teorie di sana pianta, così come i dati e i nomi di filosofi mai esistiti tipo Brodovskij e Neillsam, appunto. Probabilmente il vino mi dava una certa sicurezza nell’esporre tali falsità e supercazzole che i miei commensali ci credettero, confermando tutte le ipotesi e le conclusioni avanzate con cenni di assenso e compiacimento, e fu subito chiaro che si intendevano anche di quello.
Provai tenerezza per loro e mi sentii un po’ in colpa per averli presi in giro. Dichiarai a me stesso che era una rivincita di basso livello e che ero molto lontano dall’idea di saggezza che cercavo di perseguire nei rapporti con gli altri. Tuttavia diventammo amici per quella sera. Non li rividi mai più.
Roma, ottobre 2018

Oki, mal di testa e trascendenza

Mi sono appena svegliato e sto aspettando che salga il caffè. Nel frattempo potete prendere un Oki se avete mal di testa, a stomaco pieno però. Io ne prenderò uno dopo pranzo, infatti. Cerco sempre di posticipare l’assunzione di medicinali, almeno fino a quando il dolore non si placa da sé. A volte me lo tengo per un giorno intero, non perché mi piaccia soffrire o perché io sia contro i rimedi farmaceutici, ma perché resistere è giusto. Resistenza è il dominio della trascendenza, la grande possibilità dell’uomo di rendersi libero, di andare oltre la sua fisiologia e di dire “no”, non ci sto. È un’ottima disciplina, è libertà. Differite l’oki se potete, per vincere su voi stessi e sulla natura.

Gattonormale

Mentre guardo alcune foto d’epoca dall’album di una famiglia di sconosciuti, mi rendo conto che un gatto di duecento anni fa, tenuto in braccio da una signora con un corpetto di seta ricamato sui bordi e le maniche di un vestito che ormai nessuno indosserebbe più, è uguale in tutto e per tutto a un gatto di adesso. Stessa posa, stessa pelliccia. Un gatto normale, di quelli che puoi vedere tutti i giorni per strada. catb

Non è la prima volta che vedo un gatto in una foto antica, però solo ora mi rendo conto della loro esistenza sincronica tra presente e passato. Sono esseri senza tempo e questo per me fa dei gatti, e di tutti gli animali in generale, entità ancora più misteriose, anime eterne e incomprensibili, assolutamente diversi da me. Sarà che i gatti non indossano vestiti, sarà che non hanno moda e neppure cultura, né linguaggi e né influenze di altre società di gatti che portano nuovi stili di vita e scoperte culinarie o musicali, dato che non hanno né cucina né musica, sarà in fine che i gatti non sono uomini, ma questa è una cosa, come dire, risaputa, invece non so ancora come definire l’impressione che ho avuto rispetto alla consapevolezza di questi esseri privi di storia che ci girano intorno e per i quali non cambia nulla da secoli.

Io è un altro

Grazie

Sono entrato in un negozio per comprare il cappello bordò esposto in vetrina. Un cappello bordò, chissà quale tono avrei voluto darmi con un cappello bordò? (Lo so che bordò non si scrive bordò, ma mi scoccia scrivere bourdeaux perché è troppo lungo, perciò, per essere brevi, scrivo bordò, dato che ho già ripetuto tre volte il nome di questo colore e non vorrei ancora dilungarmi sul perché scrivo bordò anziché bourdeaux) comunque, a quel tempo avevo questa voglia di cappello bordò perché pensavo di
abbinarlo alle scarpe scamosciate beish viste esposte in un altro negozio.

Le scarpe scamosciate beish, chissà cosa mi passava per la testa, che tono avrei voluto darmi con le scarpe scamosciate beish? (Lo so che beish non si scrive beish, ma mi scoccia scrivere beige perché ha la stessa lunghezza di beish, quindi nell’ottica di una economia della comunicazione non cambia nulla, perciò lo scrivo come mi pare: beish. E poi questa è la mia pagina e se voglio inventare parole le invento senza ma, ok?)

Chissà che tono, perciò, avrei voluto darmi. Ma perché adesso mi piacciono le scarpe beish e il cappello bordò? Ho pensato. Forse la gente di queste zone influenza il mio gusto? Qui ci tengono al colore delle scarpe e non vorrei turbare il loro ordine estetico sbagliando abbinamento, perciò è probabile che il mio inconscio ritene che il beish e il bordò possono andare bene insieme, e infatti, appena ho visto il cappello bordò, ho detto subito me lo compro, anche se mi fa cacare, così i miei vicini saranno tranquilli.

Mi sacrifico, mortifico me stesso per loro, non c’è problema, che essere me stesso solo guai mi ha causato da queste parti. Quindi, state tranquilli, vicini, tranquilli che diventerò come voi. Sono entrato perciò in negozio, ho provato il cappello bordò, e mi stava malissimo, era perfetto per i miei vicini, proprio una merda. Mi guarderanno con altri occhi, ho pensato, i loro occhi, che stanno diventando i miei occhi, finalmente, che non voglio più sentirmi diverso da queste parti. Ma quando ho girato l’etichetta per vederne il prezzo, un calendario di emozioni, dall’uno dell’imbarazzo al ventinove della colpa, mi ha sovrastato, risolvendosi però in un trenta di orgoglio per il fatto che io io, proprio io, allora, sono un altro.

etica pratica

ciab
Mi era di fronte. Io con uno starter-pack da spiaggia fornito di tamburelli, asciugamano, libro, telefono. Lui, così. Con le mani aperte ad abbracciare il sole, e i piedi nella sabbia.
Si vedeva, era rilassato, cedeva il suo muscolo come la carne che aveva addosso: sporgenze lipidiche srotolate sulla intima fascia d’elastico a mutanda, che regge panza e sostanza. Godeva, del massaggio di sabbia, delle dunette asciutte che aderivano perfette alla sua curva plantare. Non potevano certo essere degli infradito a ostacolare il piacere al contatto. Non potevano certo essere ciabatte a evitare che il vento gli passasse tra le dita e le dita tra i capelli. Non poteva certo tenerle in mano, non poteva certo indossarle ai piedi.
Doveva portarle con sé, le ciabatte, senza abbandonarle in attesa su un frantume di pietra o in un covo d’arenaria. Altrimenti sarebbero state preda facile del gioco di ignoti o ladri di scarpe. Doveva tenerle perciò, lo avrebbero salvato poi al ritorno dalle punture di scoglio rotto, dai residui di roccia erosa dall’onda che sbatte e trasforma. Punge anche i calli a camminarci sopra, la roccia. Oppure dalla risalita scivolosa sulla banchina dopo il tuffo più alto, al tramonto, prima di tornare a casa. Camminava perciò così sulla riva, in mutande, con le ciabatte nelle mutande. L’uomo pratico che non rinuncia a nulla. L’uomo della conservazione e dell’accrescimento, l’uomo egheliano, l’uomo della Storia, l’uomo politico, l’uomo libero, l’uomo con le ciabatte nel culo.

La dittatura del vespaclub

vespa

Da dentro la macchina:

– Per favore, può spostare la vespa così parcheggio anche io? Grazie.
– No.
-… No?
– No.
– Sta prendendo il posto di due auto, la metta in orizzontale!
– Non prende il posto di due auto, ma di una soltanto.
– È messa proprio a cavallo tra due posti auto, ma anche se fosse solo uno il posto che prende, la sua è comunque una vespa e non un’auto. Si sbrighi a spostarla che c’ho la fila dietro.
– La mia vespa non si sposta e ha tutta la dignità per occupare un intero posto auto (ha detto veramente così)
– Ma sta dicendo sul serio o mi prende in giro? La vespa deve prendere il posto di una vespa, l’auto il posto di un’auto. Lei sta occupando il posto di un’auto (anzi due) con una vespa, e questo non è giusto né da un punto di vista logico né da un punto di vista, come dire, etico, perché se lei occupa due posti auto con una vespa, in un quartiere dove è già difficile parcheggiare, e questo è il mio quarto giro dell’isolato, è un egoista e un incivile. Adesso sposti la sua (cazzo) di vespa e mi faccia parcheggiare.
– La mia vespa è messa bene e non si permetta di darmi dell’egoista e dell’incivile.
– È lei che se lo fa dare comportandosi così!
– La mia vespa non si toglie.
– Non le sto dicendo di toglierla, ma di spostarla, di metterla in orizzontale, porcaputtana!
…si è creata una lunga fila e l’onda d’urto di un coro di clacson spingeva la mia macchina in avanti. Ho ceduto alla dittatura del vespaclub, al suo fiero feldmaresciallo che mostrava orgoglioso il giubino dell’associazione e sono partito per il quinto giro dell’isolato, bestemmiando. Non trovando ancora posto, sono passato di nuovo da lì. Lui non c’era più e finalmente abbiamo parcheggiato, in due.

bha!

brioches gelsi-e-panna

Magari mentre mangi una granita gelsi e panna pensi, che ne so, alla tua ex, e dici minchia ma proprio adesso ci devo pensare? Perciò cominci a chiederti perché si è comportata così e colà e non trovando risposte inzuppi la brioches nella panna e dici a te stesso che devi cambiare perché se non cambi tu, qui, non cambia nessuno, dato che gli unici peccatori mangia granite che vogliono sempre godere senza pagare non sono loro, santi immacolati, ma tu: tu.

– E va bene, va bene, ma almeno posso mangiare la granita in santa pace?
– Si
– Grazie

Allora strappo un pezzo di brioches per prendere i gelsi insieme alla panna e me lo ficco in bocca il pezzo di brioches gelsi-e-panna di fronte al mare con tre sfumature di blu che mi allaga il cervello e annegano tutti.