L’uomo della Storia

Mi era di fronte. Io con uno starter-pack da spiaggia fornito di asciugamano, libro, telefono.

Lui, così. Con le mani aperte ad abbracciare il sole, e i piedi nella sabbia.

Si vedeva, era rilassato, cedeva la sua carne sull’elastico della mutanda, che regge panza e sostanza.

E godeva, del massaggio della sabbia, delle piccole dune che aderivano perfette alla sua curva plantare.

Non potevano essere degli infradito a ostacolare il piacere del contatto. Non potevano essere ciabatte a evitare che il vento gli passasse tra le dita e le dita tra i capelli. Non poteva certo tenerle in mano le ciabatte, non poteva certo indossarle ai piedi.

Doveva portarle con sé, senza abbandonarle in attesa su un frantume di pietra o in un covo d’arenaria. Sarebbero state preda facile del gioco di ignoti o ladri di scarpe.

Doveva tenerle le ciabatte. Lo avrebbero salvato al ritorno dalle punture di scoglio rotto, dai residui di roccia erosa dall’onda che sbatte e trasforma. Punge anche i calli a camminarci sopra, la roccia. Oppure proteggerlo dalla risalita scivolosa sulla banchina dopo il tuffo più alto, al tramonto, prima di tornare a casa.

Camminava così sulla riva, in mutande, con le ciabatte nelle mutande. L’uomo pratico che non rinuncia a nulla. L’uomo della conservazione e dell’accrescimento, l’uomo della Storia, l’uomo libero, l’uomo con le ciabatte nel culo.

Io è un altro

Sono entrato in un negozio per comprare il cappello bordò esposto in vetrina. Un cappello bordò, chissà quale tono avrei voluto darmi con un cappello bordò? (Lo so che bordò non si scrive bordò, ma mi scoccia scrivere bourdeaux perché è troppo lungo, perciò, per essere brevi, scrivo bordò, dato che ho già ripetuto tre volte il nome di questo colore e non vorrei ancora dilungarmi sul perché scrivo bordò anziché bourdeaux) comunque, a quel tempo avevo questa voglia di cappello bordò perché pensavo di
abbinarlo alle scarpe scamosciate beish viste esposte in un altro negozio.

Le scarpe scamosciate beish, chissà cosa mi passava per la testa, che tono avrei voluto darmi con le scarpe scamosciate beish? (Lo so che beish non si scrive beish, ma mi scoccia scrivere beige perché ha la stessa lunghezza di beish, quindi nell’ottica di una economia della comunicazione non cambia nulla, perciò lo scrivo come mi pare: beish. E poi questa è la mia pagina e se voglio inventare parole le invento senza ma, ok?)

Chissà che tono, perciò, avrei voluto darmi. Ma perché adesso mi piacciono le scarpe beish e il cappello bordò? Ho pensato. Forse la gente di queste zone influenza il mio gusto? Qui ci tengono al colore delle scarpe e non vorrei turbare il loro ordine estetico sbagliando abbinamento, perciò è probabile che il mio inconscio ritene che il beish e il bordò possono andare bene insieme, e infatti, appena ho visto il cappello bordò, ho detto subito me lo compro, anche se mi fa cacare, così i miei vicini saranno tranquilli.

Mi sacrifico, mortifico me stesso per loro, non c’è problema, che essere me stesso solo guai mi ha causato da queste parti. Quindi, state tranquilli, vicini, tranquilli che diventerò come voi. Sono entrato perciò in negozio, ho provato il cappello bordò, e mi stava malissimo, era perfetto per i miei vicini, proprio una merda. Mi guarderanno con altri occhi, ho pensato, i loro occhi, che stanno diventando i miei occhi, finalmente, che non voglio più sentirmi diverso da queste parti. Ma quando ho girato l’etichetta per vederne il prezzo, un calendario di emozioni, dall’uno dell’imbarazzo al ventinove della colpa, mi ha sovrastato, risolvendosi però in un trenta di orgoglio per il fatto che io io, proprio io, allora, sono un altro.

APPUNTI SUI RESIDUI

È SUCCESSO TUTTO

È successo tutto in un baleno, poi quando il baleno si è spiaggiato e gli hanno aperto lo stomaco per vedere cosa era successo, si sono accorti che in un baleno non era successo nulla ma che c’era voluto del tempo.

DALLA BIBLIOTECA

Sono al banco e non mi accorgo che la signora accanto preferisce prendere la ricevuta cartacea del prestito. È il mio turno, la bibliotecaria mi chiede se la voglio anch’io ma rispondo «no, meglio non mettere ancora della carta in giro». La signora accanto si sente come rimproverata dal mio comportamento virtuoso e comincia a scusarsi. «Ho preso la ricevuta perché è comoda» sento dirmi, «mi fa da segnalibro, e poi io comunque faccio sempre la differenziata e riciclo tutto». Non capisco perché mi sta informando di queste cose, ma mi giro e le dico che fa bene a riciclare tutto, anche se nella mia mente penso che non me ne frega nulla delle sue piccole azioni quotidiane per migliorare il mondo. Inoltre, non avevo nessuna intenzione di dare il buon esempio. La mia non era una scelta ecologica ma comoda. Questo foglietto svolazzante ogni volta lo accartoccio immediatamente e me lo ficco in tasca a fare massa insieme agli scontrini della spesa. Chissà perché non le butto via subito ste cartacce.

A dire il vero neanche per questo ho detto no. Ho aggiunto la scusa della “carta in giro” solo perché se non do dei motivi alle mie azioni sto male, dato che le mie azioni spesso non hanno motivi intrinseci ma sono sempre io a doverglieli dare.

In fine alla signora dico solo un frettoloso «fa bene a riciclare», poi prendo il libro dal banco e mi dirigo verso l’uscita, unendo uno stupido «almeno quello!» al fatto che la signora fa bene a riciclare.

Giuro che non so perché ho detto “almeno quello!”, sul serio, non lo so. Questa mia inutile esclamazione suscita nella signora un meccanismo di difesa che si esprime in un flusso descrittivo e nevrotico delle rette azioni che compie ogni giorno a favore della natura.

«Sa? Noi teniamo dei corsi di riciclo nelle scuole, facciamo la differenziata, differenziamo tutto noi, e con la plastica vengono fuori delle borsettine, delle ciabattine, e degli spettacolini teatrali molto carini, molto graziosi».

La signora mi insegue. «Poi sono vegetariana da dodici anni ormai, ci manca poco che diventi vegana, amo gli animali». 

«Ma se ha le scarpe di pelle!», le faccio io.

Adesso non lo so, giuro che non lo so perché ho detto questa cosa delle scarpe alla signora. Mi è scappato, non volevo ferirla mostrandole per la seconda volta la sua incoerenza, i suoi fallimenti. Subito la signora blocca l’elenco delle sue buone azioni, pianta i piedi per terra inchiodandoli con gli occhi e rimane ferma così, al centro dell’androne, con la testa bassa, a guardarsi le scarpe. Starà immobile in questa posizione per sempre, sembra.

IO È UN ALTRO

Sono entrato in un negozio per comprare il cappello bordò esposto in vetrina. Un cappello bordò, chissà quale tono avrei voluto darmi con un cappello bordò? (Lo so che bordò non si scrive bordò, ma mi scoccia scrivere bourdeaux perché è troppo lungo, perciò, per essere brevi, scrivo bordò, dato che ho già ripetuto tre volte il nome di questo colore e non vorrei ancora dilungarmi sul perché scrivo bordò anziché bourdeaux) comunque, a quel tempo avevo questa voglia di cappello bordò perché pensavo di
abbinarlo alle scarpe scamosciate beish viste esposte in un altro negozio.

Le scarpe scamosciate beish, chissà cosa mi passava per la testa, che tono avrei voluto darmi con le scarpe scamosciate beish? (Lo so che beish non si scrive beish, ma mi scoccia scrivere beige perché ha la stessa lunghezza di beish, quindi nell’ottica di una economia della comunicazione non cambia nulla, perciò lo scrivo come mi pare: beish. E poi questa è la mia pagina e se voglio inventare parole le invento senza ma, ok?) Chissà che tono, perciò, avrei voluto darmi. Ma perché adesso mi piacciono le scarpe beish e il cappello bordò? Ho pensato. Forse la gente di queste zone influenza il mio gusto? Qui ci tengono al colore delle scarpe e non vorrei turbare il loro ordine estetico sbagliando abbinamento, perciò è probabile che il mio inconscio ritene che il beish e il bordò possono andare bene insieme, e infatti, appena ho visto il cappello bordò, ho detto subito me lo compro, anche se mi fa cacare, così i miei vicini saranno tranquilli. Mi sacrifico, mortifico me stesso per loro, non c’è problema, che essere me stesso solo guai mi ha causato da queste parti. Quindi, state tranquilli, vicini, tranquilli che diventerò come voi. Sono entrato perciò in negozio, ho provato il cappello bordò, e mi stava malissimo, era perfetto per i miei vicini, proprio una merda. Mi guarderanno con altri occhi, ho pensato, i loro occhi, che stanno diventando i miei occhi, finalmente, che non voglio più sentirmi diverso da queste parti. Ma quando ho girato l’etichetta per vederne il prezzo, un calendario di emozioni, dall’uno dell’imbarazzo al ventinove della colpa, mi ha sovrastato, risolvendosi però in un trenta di orgoglio per il fatto che io io, proprio io, allora, sono un altro.

FENOMENOLOGICA

Oggi, riflettendo su alcuni fatti della percezione, ho compreso che illumina di più una candela accesa in una stanza buia che un faro a mezzogiorno. Questa ovvietà ha cercato di dirmi qualcosa per tutto il pomeriggio, poi mi è scattato il naso a sangue e non ci ho più pensato.

MONTABBANO

Sono andato a rifare la carta d’identità perché la mia si è squagliata in lavatrice. Oh ma si è sbriciolata come l’ostia del gelato si è sbriciolata. La signora delle carte di identità mi ha detto di lavarla con l’acqua fredda la prossima volta, senza ammorbidente però, e mi ha detto pure che stava scherzando ma non è che ci avevo creduto.

Comunque, prima di arrivare allo sportello, all’ingresso principale del palazzo della cultura, dove ci sono gli uffici del comune, c’era tutta sta gente ammassata nell’androne e uno sugli scalini che la governava col megafono come un mandriano fa con le vacche.

«Ma che c’è na sommossa al comune?» ho pensato. «Li volete pagare a sti poveri cristi?», come se sapessi già che fosse questo il problema.

Quando però mi sono accorto che stavano tutti con la carta di identità in mano la mia indignazione, anche se, devo ammetterlo, superficiale, si è trasformata prima in stupore, poi in frustrazione e per ultimo in noia.

«Minchia ma talía ca chista è a fila per l’ufficio anagrafe», ho pensato.

Mentre stavo già preparando un piano d’azione alternativo che consisteva in cannolo con la crema, caffè in piazza monumento con relativa sigaretta al sole e lettura di numero due righe in libreria, mi è venuto in mente di chiedere cosa stesse succedendo qui nell’androne.

«Montabbano», mi ha detto uno che stava lì sulle punte a cercare di farsi spazio.

«Montabbano…montabbano che cosa?» ho continuato io.

«Montabbano»

«vabbè, Montabbano…come dice lei».

Non mi stava considerando, tutto preso com’era a scavalcare le persone. «Cosa sta succedendo qui? Perché hanno tutti la carta d’identità in mano?», ho chiesto a un altro. Questo, con una voce dall’oltretomba, consumata dal fumo di sigaretta, mi fa con calma: «ci sono. I provini. per. Montabbaaaaaaano», pausa respiro, «ci vuole. la catta. d’itentità», punto.

«Aaaaaaa, i provini per Montabbano! Mi paria la fila per l’ufficio anagrafe! E perciò ho pensato “tutti oggi se la devono fare la carta d’identità?”», ho detto ridendo al signore, ma lui in silenzio mi ha guardato giudicante negli occhi e con una specie di trasmissione telepatica l’ho sentito pronunciare nella mia mente due parole: «sei. Cretino».

Poi ha ripreso la voce dicendo che «per. Il. Provino. Ci vuole. La. Carta. Di…»

«si, si, ho capito», interrompendolo, «la carta d’identità ci vuole, ho capito. Allora guardi, se mi fa passare vado all’ufficio anagrafe e me la faccio subito che la mia si è squagliata».

Lui è tornato a guardarmi come prima ma stavolta ho interrotto subito la trasmissione telepatica e mi sono diretto finalmente all’ufficio anagrafe attraverso uno «stretto percorso che abbiamo lasciato libero per consentire il transito agli utenti interessati al normale svolgimento dell’attività lavorativa negli uffici comunali». Così recitava il personale posto all’ingresso che mi invitava a intraprendere il «corridoio laterale alla folla». Una interpretazione del testo perfetta. «A lui devono prendere per Montabbano!», ho pensato.

Rinnovata la carta di identità, sono uscito bello fresco dal palazzo della cultura come fossi stato dal barbiere. D’altronde avevo una carta d’identità nuova. Ho attraversato il muro di future star della t.v per dirigermi verso la pasticceria. Erano già fatte le dodici e mezza avrei dovuto rinunciare al cannolo con la crema, ma no. Dalla libreria ci sono passato. La sigaretta, quella pure, l’ho fumata.

«Si può fare tutto. Tutto si può fare», sospiravo soddisfatto, mentre il fumo colava nei polmoni e la pelle si schiudeva al sole.

NIENTE

All’uscita del palazzo incontro uno per strada e mi fa «ou, dove vai?» e io gli faccio «dove vai tu», e lui mi fa «all’oratorio dei salesiani a vedere il cinema all’aperto», e io gli faccio «no, allora no, allora non vado dove vai tu», e lui mi fa «niente, allora niente» e io gli faccio «niente».

«Niente», lui mi fa.

NESSUNO

Che poi quando uno ti incontra per strada e ti chiede come stai e tu gli dici male allora lui ti chiede perché e tu rispondi bhe, sai, le cose, e parte una lunga conversazione sulle cose che fanno male.

Quando invece uno ti incontra per strada e ti chiede come stai e tu gli dici bene, allora basta, la storia finisce lì. Lui dirà benissimo e tu dirai eccezionale, poi si passa ad altro.

Nessuno ti chiede come mai stai bene, se ti è successo qualcosa, nessuno.

DI TUTTO NIENTE

Mi chiama Frie al telefono. Mi chiama per far Qualcosa. Ma io ho già da fare. Ho da fare Niente.

«Si fa Qualcosa?»
«No, ho già da fare»
«Ma che stai facendo?»
«Niente»
«Quindi non ti va di far Qualcosa?»
«No guarda, ho fatto Qualcosa tutto il giorno. Sento che sto perdendo tempo facendo sempre Qualcosa. Vorrei finalmente dedicarmi a Niente»

«Finalmente? Son tre giorni che non esci, che stai a casa a far Niente!»

«Si, ok, scusa. È solo che sono sulla giusta strada per far Niente. È un buon periodo per dare una svolta alla mia esistenza, riuscirò a far Niente tutta la vita!»

«Ho capito. Sei in una delle solite fasi nelle quali credi di aver trovato il motivo della tua presenza nel mondo. I tuoi occhi adesso splenderanno di senso, camminerai fiero per le strade, ogni cosa e persona apparirà utile a servire la tua causa, diventerai cinico, di un pragmatismo spietato, travolgerai gli altri col fuoco delle tue intenzioni che rimarranno solo intenzioni che presto si spegneranno, che presto cederanno. Non mi piaci quando hai uno scopo»

«Non ti piaccio perché sei invidiosa. Voi che fate sempre Qualcosa non riuscirete mai a fare Tutto. Il vostro Parlare è solo un mormorare, il vostro fare è sempre parziale. Ma continuate pure a far Qualcosa! Io invece farò Niente perché del Niente posso far Tutto, basta far Niente»

«Sei il solito coglionazzo sei. Non porterai mai a termine Niente»

«No Frie. Stavolta non sarà così. Ho capito che non porto mai a termine i miei progetti proprio perché non faccio Niente, quindi ho deciso di cominciare a far Niente seriamente, con impegno»

«Il Niente è l’assolutamente altro rispetto al tutto, come pensi di riuscire in un’impresa del genere? E poi non ti senti mai all’altezza e poi ti deprimi e ti senti inadeguato in ogni situazione e poi vuoi ammazzarti e poi il tuo sé ideale non coincide col tuo sé reale e poi vuoi ammazzarti vuoi. Datti una ridimensionata e rassegnati a fare Qualcosa»

«No Frie. Ho smesso di mentire a me stesso, mi sono visto dentro con sincerità e ci ho visto il Niente. È la mia strada Frie, c’ho messo troppo tempo per capirlo e adesso non voglio distrarmi»

«Bah! Mi preoccupi. Ti voglio bene. Voglio vederti soddisfatto voglio vederti»

«Frie, Frie. Come ti dicevo prima, fare Qualcosa non mi soddisfa perché c’è sempre Qualcos’altro da fare. Il campo del Qualcosa è poi inflazionato, tutti fanno Qualcosa. Il campo del Niente invece è inesplorato anche se adesso molti cominciano a dedicarvisi proprio perché c’è questa insoddisfazione di fondo che fa capire alla gente che far Qualcosa comincia ad essere inutile. Pensaci, è raro che se tu faccia Qualcosa ci sia qualcuno che riconosca quello che hai fatto, l’impegno che ci hai messo, etc.. spesso la gente è più attenta alle cose che non fai anziché a quelle che fai. “non hai fatto questo, non hai fatto quell’altro, non fai Niente per me, non fai mai Niente…” Ecco, io invece lo faccio, faccio Niente. E poi sono bravo a far Niente, qualcuno prima o poi me lo riconoscerà. Farò un bel Niente Frie, me lo sento. Adesso ti saluto Frie che ho da fare»

«Annientati»

DIALOGHI DIFFICILI IN PANDEMIA

La mascherina.
Mi dice uno che mi sfiora il braccio sorpassandomi con la bici.
Mi giro.
Si gira.
Mette il piede a terra.
La mascherina. Mi dice.
Ma chi è. Cosa vuole. Penso. La mascherina cosa. Gli dico.
Dov’è la sua mascherina, perché non la indossa.
Stavo correndo, non c’è bisogno della mascherina.
Sta passeggiando, non sta correndo.
Stavo correndo fino a due minuti fa, non vede che sono sudato. Mi sono fermato ora per recuperare.
Si ma la mascherina deve metterla lo stesso.
Quando si corre la mascherina non è obbligatoria, sopratutto se si corre all’aria aperta e non c’è nessuno intorno.
Ci siamo io e lei adesso. Metta la mascherina, più avanti ci sono pure altre persone.
Non ce l’ho la mascherina. Siamo su un sentiero ciclabile, al mare. A sinistra, una spiaggia sterminata dove proprio oggi ci saranno in tutto dieci persone. A destra, una pineta deserta. Le prossime due anime sul sentiero saranno distanti da noi almeno cinquanta metri. Io stavo correndo. Non c’è bisogno della mascherina.
Si ma adesso è fermo e sta parlando con me. Deve indossare la mascherina.
Siamo a più di cinque metri di distanza.
Non importa. La mascherina è obbligatoria.
La mascherina non è obbligatoria a queste condizioni.
La mascherina. Deve metterla sempre.
Ci guardiamo in silenzio per un lungo momento. Penso che mi sto giustificando con questo sconosciuto e mi chiedo perché. Mi chiedo chi è. Mi chiedo ma tu: tu, chi cazzo sei? Che cazzo vuoi? Mavaffanculo.
Lo guardo.
Lui aspetta che io adesso sfili la mascherina dalla tasca. Ma non ce l’ho la mascherina. E comunque non l’avrei indossata.
Continua a guardarmi.
Ho capito. Mi giro. Me ne vado.
La mascherina. Grida.
Addirittura grida.
Comincia a salirmi il nervoso, monta tutta la chiarezza dell’ira che ti fa discernere nettamente le cose giuste da quelle sbagliate. Ma respiro. Respiro ancora. Profondamente.
Mi giro. Sto andando a prenderla, lei aspetti lì, che adesso vengo con la mascherina. Gli dico.
Torno a camminare dandogli le spalle.
Faccio un centinaio di metri borbottando cose come coglionedimerdamicrofascistadelcazzorepresso, e così via.
Mi rigiro e non ci posso credere. È ancora lì, fermo, che mi guarda da lontano. Mi sta aspettando davvero.
Oggi ci ritorno.

GRAZIE CANE

Ringraziare un cane randagio su Facebook è inutile come ringraziare Tommaso Paradiso per essere uscito dai The giornalisti.

Non gli arriveranno mai i tuoi ringraziamenti e se gli arriveranno li ignorerà, anche perché: uno, chittesencula, e due, sono cani, e i cani non capiscono la lingua umana, sopratutto se è scritta, peggio se è cantata.

(So già che adesso il solito fricchettone mi attaccherà na pippa sul fatto che non è vero che i cani non capiscono la nostra lingua e bla bla bla… Glie lo dico subito al fricchettone, No, i cani non capiscono, e manco tu che sostieni il contrario, ok? Poi ne riparliamo, però adesso evita la pippa, che non c’entra e non mi va. Grazie.)

Tuttavia, voglio ringraziare lo stesso il cane che oggi mi ha fatto fare uno scatto di cinquanta metri al massimo della mia velocità. E mentre ci sono vorrei a tal proposito consigliare ai colleghi runnerss, che desiderano migliorare la loro performance, di andare a correre con il cane, l’importante è che non sia il vostro, che non vi corra accanto, ma dietro, e che sia un minimo incazzato.

Allora perciò ringrazio lo stesso il cane di oggi, anche perché essere grati a qualcuno o qualcosa senza motivo fa bene alla salute, quasi quanto correre senza schiattare, e lo ringrazio innanzitutto perché mi ha fatto sentire un ventenne rampante, e mentre correvo e mi cacavo sotto, ridevo per quanto mi sentivo prestante, e poi perché dopo lo scatto e la messa in salvo dietro un muretto di un metro e mezzo, saltato come se mi fossi scolato un litro di olio cuore, ho scaricato talmente tanta adrenalina e tensione che m’è salita na botta di endorfina con la quale sto godendo ancora da circa due ore, in un pieno e gaudente rilassamento, felice, sereno, pronto.

E allora grazie cane per questa esperienza. La prossima volta spera di incontrare il fricchettone così parlerete e vi capirete. Io intanto corro, cha faccio bene. Allora Grazie cane. Grazie e Ciao.

IN GITA

Rino è andato in gita a Pietralcina, e va bene. Dice che “lì queste cose succedono”, e questo no, non va bene.

– Guarda, ho fatto due foto alla Croce, nella prima compare una macchia rossa, la vedi?
– si
– Nella seconda scompare
– eh
– Non lo so, io ci credo. 
– Ma a che cosa?
– Non lo so, ci credo. 
– Credi ai fenomeni di rifrazione della luce sul vetro dell’obiettivo? 
– No
– No?
– No
– Questa è fisica, compa’. Credi che Dio ti abbia parlato? 
– No
– Meno male
– Mi ha parlato Padre Pio

– E che ti ha detto?
– Che mi ha parlato
– Si ma cosa ti ha detto?
– Lasciami in pace.

NUOVE LINGUE

Sono seduto in treno e di fronte a me sta una ragazzina che con i pollici più veloci dell’universo digita qualcosa sul suo smart-phone. Mentre mi alzo per prendere il romanzo dalla valigia posta in alto sul porta pacchi, lo sguardo mi cade su quello schermo acceso che tiene tra le dita.

Mi metto sulle punte dei piedi per cercare di spingermi ancora più in cima verso il bagaglio e abbassando la testa vedo comparire su quel telefono decine di figure colorate che scorrono a blocchi di sequenza verticali.

I blocchi sono formati da lunghe serie di faccette stilizzate, fiori monocromatici, stelline, torte di compleanno, dinosauri, patatine, topini, coccinelle e balene.

Ravanando nel buio della valigia mi chiedo cosa mai fossero quei disegnini e penso ai giochi stupidi tipo Candy crash o che ne so io. Poi noto che tra lunghe strisce di puntini di sospensione posti tra decine di altri punti esclamativi allineati come codici a barre, compare una lettera o una sillaba e capisco, pieno di stupore, che la ragazzina sta chattando.

Virgolette e asterischi come se piovesse contengono al loro interno parentesi quadre e tonde, coppie di due punti in fila per quattro e cuoricini, occhiali da sole e maialini.

Turbato dal piano di comunicazione sul quale stanno interagendo quelle persone sulla chat, smetto di ravanare nella valigia e mi appendo al tubo del portapacchi a guardare ipnotizzato lo schermo.

È un codice talmente incomprensibile che in confronto i pizzini di zio Bernardo assumono la chiarezza inequivocabile di un telegramma.
Rinuncio a cercare il romanzo (che tanto non lo trovo più) e mi rimetto al mio posto per riflettere su quella strana forma di linguaggio in uso dalle nuove generazioni.

Sono sinceramente incuriosito da quell’incomprensibile mondo che mi sta crescendo davanti, ma a un certo punto una mosca si schianta sul finestrino e velocemente i giovani tornano ad essere noiosi come prima.

Mi sistemo la camicia, chiudo gli occhi e faccio finta di dormire.

ERA AUTUNNO

Vieni sull’Etna questo fine settimana?

– No

– Perché?

– Non mi va di sbattermi per scalare una montagna con il vento, la neve, le rocce instabili e il freddo. Magari in estate.

– Non sai cosa ti perdi

– Lo so cosa mi perdo.

– Cosa farai?

– Ci sono 20 gradi al mare. Credo che farò una passeggiata in spiaggia o starò a casa a leggere.

– Du palle

– Andate pure senza di me e divertitevi.

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Due giorni dopo

– Bhe, com’è andata?

– È stato bellissimo. Abbiamo scalato il vulcano fino ai 1800. poi a metà percorso è arrivata una tempesta di neve e ghiaccio che ci ha bruciato la faccia.

– E cosa ci sarebbe di bello in tutto ciò?

– a un certo punto è calata una specie di nebbia e ci siamo persi. Si è persa anche la guida ambientale, abbiamo allungato il percorso di due ore su un sentiero non tracciato.

– Fantastico, cosa mi sono perso, mannaggia!

– Non sai che paura. C’era un freddo cane, mi è venuto un mal di testa lancinante e non mi sentivo più le mani. Però molto intenso e divertente.

– Divertentissimo direi.

– Uno del gruppo è caduto dentro un piccolo cratere e si stava per spezzare una caviglia, fortuna che se la è solo slogata.

– Ma guarda te che fortuna!

– Ma sai che panorama da lassù però?!

– Eh immagino, ve lo siete goduto…

– Senti, non vedo Paola…

– Le è venuta una lieve ipotermia. Ha vomitato tutta la notte, ma adesso sta bene, è a casa con la febbre alta. Dai, la prossima volta però vieni pure tu che ci divertiamo.

– Certo, certo, non mancherò, consideratemi nel gruppo.

COSE BELLE

Voglio dimenticare soprattutto le cose belle. Perché dimenticare è sempre dimenticarsi di qualcosa che esiste o che è accaduto, perciò voler dimenticare solo le cose brutte può essere rischioso, perché ti fa credere che nella vita siano successe solo quelle. Per questo voglio dimenticare le cose belle, così potrò dire di aver vissuto bene e la vita può apparirmi un evento concreto almeno nella memoria, anche se l’avrò dimenticato”.

NO

Prima di cominciare a fare un altro lavoro che non mi riguarda dico no, stavolta no, stavolta anche se non mi pagano continuerò a impiegare il mio tempo a scrivere articoli, a organizzare il festival e la mostra, a preparare le interviste. Anche se il mio dottorato è senza borsa e l’università non sgancia una lira manco per le trasferte ai convegni, anche se è vero che al sito dell’associazione non ci lavoro tutti i giorni ma centocinquanta euro sono pochi per gli aggiornamenti dei contenuti, io continuerò a farli questi lavori perché sono i miei lavori e no, stavolta no, stavolta non ci torno a lavare i piatti al ristorante né a far il commerciale per le assicurazioni. No.

 Tuttavia quella chat che lampeggia esige una risposta entro breve, lo stomaco comincia a brontolare, la bolletta è ancora sigillata nella cassetta della posta già da due settimane, non parlo più con Cristian perché mi deve dieci euro, divento un animale, un egoista, un cinico. Rubo le sigarette agli amici, papà mi ha mollato cento euro l’altro ieri, c’ho pagato il condominio. La chat lampeggia, non ho più calze, i libri costano, le birre pure.

 Nel giro di quattordici secondi decido perciò di essere una persona assennata, adulta, capace di provvedere a sé stessa e quindi trasformo il mio “no” da atto di resistenza e autodeterminazione in uno stupido capriccio infantile. Mi dico che devo smetterla di impuntarmi sulla pappa che fa schifo. D’altronde sono un freelance, devo accettare con serenità anche lavori che non mi piacciono, devo essere flessibile, abituarmi a collaborazioni brevi e non pagate che tanto come dice Jovanotti fanno curriculum e perciò ciao mamma guarda come mi diverto a smontare aggratis i gazebo della fiera.

A dir la verità, io ci lavorerei pure gratis per qualche mese se imparassi davvero qualcosa e se avessi la certezza di essere successivamente assunto, ma il fatto è che non posso permettermi di dire NO a nessuna “offerta” del mercato perché come un vizio mortifero fa appello al mio stesso metabolismo minacciando la fame e qualsiasi contatto per me può diventare una preda, un cliente, un lavoro. Perciò quando mi va bene un giorno faccio l’insegnante, l’altro il copywriter, il correttore di bozze e l’art director con pagamenti a novanta giorni. Quando mi va male la chat comincia a lampeggiare, Nino mi scrive “oh! Allora? Guarda che m’aveva chiesto anche Leo, se non ti dai ‘na smossa chiamo lui”, e nonostante le mie riserve e le immagini eroiche di una povertà dignitosa che mi scorrono nella mente come vittoria della mia volontà sullo sfruttamento, la voce del buonsenso, braccio armato del capitale, riesce a sedare i bollori ribelli al destino e rassegnato rispondo alla chat lampeggiante con un “sì, ci sto” per questo nuovo lavoro full time in pizzeria; contratto di collaborazione occasionale, pagamento con i voucher.

 Di solito, poi, quando chiudo la chat, le mie gambe sono intorpidite e mi chiedo “Perché? perché la redazione continua a  non pagarmi? Perché il mio ultimo contratto con la casa editrice è durato solo tre mesi? Perché devo ancora continuare a svolgere lavori che non mi riguardano? Perché approfittano del fatto che potrei stare anche ore a scrivere e a studiare?” Poi mi sdraio, un velo nero cala dal soffitto spremendomi sul letto, mi lascio soffocare come a voler volontariamente annegare. In questi momenti però solitamente riesco a dire un “no” ancora più radicale del primo e perciò mi alzo, mi preparo, metto il cavatappi in tasca e corro in pizzeria ché il turno comincia da oggi, da stasera, da subito.

Non mi sembra giustoLa macchina l’avevo parcheggiata sulla salita di Santa Niria. Una via stretta, a senso unico, lastricata con due binari di timpe antiche ai lati e pece fresca nel mezzo.L’auto ci passa precisa precisa da questa via e in certi tratti devi chiudere gli specchietti perché altrimenti glie li lasci pari pari.Avevo parcheggiato in questa via angusta perché è l’unica zona libera da strisce blu nell’arco di centinaia di metri e io non sapevo esattamente per quanto tempo mi sarei fermato. A proposito delle strisce blu vorrei aprire solo una breve parentesi per dire che io non so quali siano gli accordi tra il comune e l’azienda che gestisce i parcheggi, ma sin dal principio non mi sembra giusto che qualcuno un giorno si alzi e compri chilometri di suolo pubblico per metterlo in affitto a sessanta centesimi l’ora. Solo questo volevo dire, che non mi sembra giusto. L’avevo messa lì perché metti che a un certo punto mi viene voglia di sdraiarmi su una panchina al sole fino a perdere i sensi, metti che la nostra discussione si faccia sempre più interessante e invece di stare attento a quello che dici devo pensare a spostare la macchina, metti che sabato mattina io voglia svegliarmi alle undici ma siccome la sera precedente, non trovando parcheggio gratuito, ho dovuto lasciare la macchina sulle strisce blu che cominciano alle otto e allora il sabato invece che alle undici mi devo alzare alle otto per andare a spostarla, metti che a un certo punto, incontrandoci, ci viene il desiderio di andare al mare e tu dirai, generosa come sempre, dai prendiamo la mia macchina e io dovrò dirti che prima devo spostare la mia per trovare un posto fuori dalle strisce blu così da lasciarla lì quanto mi pare, ma siccome sono tutti già occupati ritarderemo, perché non è che posso parcheggiare ovunque e allora sprecheremo benzina girando a vuoto mentre si farà tardi e alla fine non avrà più senso andare al mare. Adesso io non so quali siano gli accordi tra il comune e l’azienda che gestisce i parcheggi, ma sin dal principio non mi sembra giusto che qualcuno un giorno si alzi e compri chilometri di suolo pubblico per metterlo in affitto a sessanta centesimi l’ora. Solo questo volevo dire, che non mi sembra giusto.

POVERTÀ

Riccardo è un muratore specializzato nel montaggio delle tegole. È stato su ogni tetto della città e tutti i giorni, prima di cominciare a lavorare, fa una lunga pausa per osservare il panorama.

Iniziare con una pausa può sembrare un gesto di indolenza, ma a Riccardo serve per creare il vuoto prima dell’azione, come facevano gli antichi samurai.

Dice che così ripulisce l’agire da interessi personali e le sue creazioni rimangono ispirate da qualcosa di più alto del becero danaro. 
Inoltre questa pratica gli è utile per tenere ben distinti i momenti più importanti della sua giornata, quelli dedicati alla contemplazione della natura e quelli offerti alla vita attiva.

Riccardo dice che lavorando realizza il suo spirito e che i tetti della città sono così belli perché a farli non è lui, ma una forza impersonale che lo guida nella costruzione, dalla quale riceve una grande soddisfazione.

Gli occhi di Riccardo e i suoi modi sono sempre gentili e cortesi. Alcuni ricambiano i lavori che svolge con inviti a pranzo o scambio di merci e favori, raramente con i soldi.

Per questa ragione, molti in paese, forse i più, considerano Riccardo solo un povero coglione.

NON SI FA

Steso al sole la mia faccia è solenne, quando sono rilassato la mia faccia è solenne, con le guance basse, sono così quando sono rilassato, con le guance basse, solenne, e se qualcuno, mentre sono rilassato, mi chiede, che hai, e io dico la gioia immensa di stare al sole senza chiedermi che ho, non può essere, perché se hai qualcosa, deve essere qualcosa di male, altrimenti non hai nulla, e infatti, io non ho nulla, neanche la gioia adesso che me lo hai chiesto. Perché se mi chiedi che ho, comincio a pensare che ho qualcosa di male, e la cerco, che prima o poi, cercando, la trovo qualcosa di male che ho, eccome se la trovo. Per questo non si fa, se non hai nulla, a chiedere che hai, altrimenti, qualcosa di male, la trovo sempre.

GELSI E PANNA

Magari mentre mangi una granita gelsi e panna pensi, che ne so, alla tua ex, e dici minchia ma proprio adesso ci devo pensare? Perciò cominci a chiederti perché si è comportata così e colà e non trovando risposte inzuppi la brioches nella panna e dici a te stesso che devi cambiare perché se non cambi tu, qui, non cambia nessuno, dato che gli unici peccatori mangia granite che vogliono sempre godere senza pagare non sono loro, santi immacolati, ma tu: tu.

– E va bene, va bene, ma almeno posso mangiare la granita in santa pace?
– Si
– Grazie

Allora strappo un pezzo di brioches per prendere i gelsi insieme alla panna e me lo ficco in bocca il pezzo di brioches gelsi-e-panna di fronte al mare con tre sfumature di blu che mi allaga il cervello e annegano tutti.

SIMULACRI

«Ti avevo contattata per chiederti una cosa, ma è passato troppo tempo e adesso non ha più senso». 
«Cosa volevi chiedermi?» 
«Se il mare non torna almeno una volta nelle serrande»

«E che significa?» 
«Nulla, vedi? È passato troppo tempo, non ha più senso». 

Ci piegammo l’uno sull’altro, battendo le guance, incrociando le teste, stringendo le mani. Rimasero lontani i nostri stomaci, i cuori pure. Nelle chat veloci dovevamo incontrarci presto (Punto esclamativo). A Pasqua, sicuro, che chi non muore si rivede. Abbracci meccanici e gioie legnose, simulacri che surfano tra la folla, fu il nostro incontro. Un teatrino per dirsi addio come burattini vestiti a festa. 

SARABANDA IN MY MIND

Con te fu come vincere a Sarabanda. Premetti il pulsante al secondo appuntamento, quando con gli occhi gelati mi chiedesti chi fosse a farmi sorridere così tanto su wazzap.

Ti guardai, poggiai il telefono sul tavolo e dissi «mia mamma, era mia mamma».

Ero un bravo concorrente e mi bastarono due note per riconoscere la melodia che stavi cantando. Così, quando dicesti «non ci credo che fosse tua mamma», mi si riattivarono tutte le tracce mnestiche che composero il titolo della canzone: gelosa, possessiva, invidiosa, insicura, richiedente conferme, dipendente, passivo aggressiva. In una parola: rompicoglioni. Ecco, era quello il titolo.

Premetti velocemente il pulsante, il gioco si fermò, calò il silenzio in studio, mi avvicinai concentratissimo al microfono e risposi «Rompicoglioni, il titolo è Rompicoglioni» mentre Enrico Papi apriva la busta con la soluzione.

Ti mostrai il telefono, scrollando la discussione con mia madre su wazzap che raccontava delle rocambolesche avventure di mio fratello. Ti si scongelarono gli occhi, mi abbracciasti e mi baciasti, ma Enrico Papi era già esploso di entusiasmo e urlava «siii, il titolo è rompicoglioni!», proclamandomi vincitore.

Il pubblico si alzò applaudendo, la banda suonò, partì la sigla, le soubrette, i coriandoli. Avevo indovinato, “rompicoglioni” era il tuo titolo.

Rimanemmo ancora un po’ abbracciati ma la puntata ormai si era conclusa. Io avevo vinto e tu eri stata eliminata.

Giorni dopo tornai a Sarabanda, a sfidarmi c’era un’altra concorrente. Stavolta, speravo di perdere.

LA DITTATURA DEL VESPACLUB

Da dentro la macchina:

– Per favore, può spostare la vespa così parcheggio anche io? Grazie.
– No.
-… No?
– No.
– Sta prendendo il posto di due auto, la metta in orizzontale!
– Non prende il posto di due auto, ma di una soltanto.
– È messa proprio a cavallo tra due posti auto, ma anche se fosse solo uno il posto che prende, la sua è comunque una vespa e non un’auto. Si sbrighi a spostarla che c’ho la fila dietro.
– La mia vespa non si sposta e ha tutta la dignità per occupare un intero posto auto (ha detto veramente così)
– Ma sta dicendo sul serio o mi prende in giro? La vespa deve prendere il posto di una vespa, l’auto il posto di un’auto. Lei sta occupando il posto di un’auto (anzi due) con una vespa, e questo non è giusto né da un punto di vista logico né da un punto di vista, come dire, etico, perché se lei occupa due posti auto con una vespa, in un quartiere dove è già difficile parcheggiare, e questo è il mio quarto giro dell’isolato, è un egoista e un incivile. Adesso sposti la sua (cazzo) di vespa e mi faccia parcheggiare.
– La mia vespa è messa bene e non si permetta di darmi dell’egoista e dell’incivile.
– È lei che se lo fa dare comportandosi così!
– La mia vespa non si toglie.
– Non le sto dicendo di toglierla, ma di spostarla, di metterla in orizzontale, porcaputtana!
…si è creata una lunga fila e l’onda d’urto di un coro di clacson spingeva la mia macchina in avanti. Ho ceduto alla dittatura del vespaclub, al suo fiero feldmaresciallo che mostrava orgoglioso il giubbino dell’associazione e sono partito per il quinto giro dell’isolato, bestemmiando. Non trovando ancora posto, sono passato di nuovo da lì. Lui non c’era più e finalmente abbiamo parcheggiato, in due.

E’ successo tutto.

” È successo tutto in un baleno, poi il baleno si è spiaggiato e quando gli hanno aperto lo stomaco per vedere cosa era successo si sono accorti che in un baleno non era successo nulla ma che c’era voluto del tempo”.

 

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NON SI FA

Steso al sole la mia faccia è solenne, quando sono rilassato la mia faccia è solenne, con le guance basse, sono così quando sono rilassato, con le guance basse, solenne, e se qualcuno, mentre sono rilassato, mi chiede, che hai, e io dico la gioia immensa di stare al sole senza chiedermi che ho, non può essere, perché se hai qualcosa, deve essere qualcosa di male, altrimenti non hai nulla, e infatti, io non ho nulla, neanche la gioia adesso che me lo hai chiesto. Perché se mi chiedi che ho, comincio a pensare che ho qualcosa di male, e la cerco, che prima o poi, cercando, la trovo qualcosa di male che ho, eccome se la trovo. Per questo non si fa, se non hai nulla, a chiedere che hai, altrimenti, qualcosa di male, la trovo sempre.

FENOMENOLOGICA

Oggi, riflettendo su alcuni fatti della percezione, ho compreso che illumina di più una candela accesa in una stanza buia che un faro a mezzogiorno. Questa ovvietà ha cercato di dirmi qualcosa per tutto il pomeriggio, poi mi è scattato il naso a sangue e non ci ho più pensato.

DI TUTTO NIENTE

Mi chiama Frie al telefono. Mi chiama per far Qualcosa. Ma io ho già da fare. Ho da fare Niente.

– “Si fa Qualcosa?”

– “No, ho già da fare”.

– “Ma che stai facendo?”

– “Niente.”

– “Quindi non ti va di far Qualcosa?”

– “No guarda, ho fatto Qualcosa tutto il giorno, sento che sto perdendo tempo facendo sempre Qualcosa. Vorrei finalmente dedicarmi a Niente.

– “Finalmente? Sono tre gioni che non esci, che stai a casa a far Niente!”

– “Si, ok, scusa. E’ solo che sono sulla giusta strada per far Niente. E’ un buon periodo per dare una svolta alla mia esistenza! Riuscirò a far Niente tutta la vita!”

– “Ho capito. Sei in una delle solite fasi nelle quali credi di aver trovato lo scopo della tua vita. I tuoi occhi adesso splenderanno di senso camminerai fiero per le strade ogni cosa e persona appariranno utili a servire la tua causa diventerai cinico di un pragmatismo spietato travolgerai gli altri col fuoco delle tue intenzioni coinvolgerai gli altri con la passione delle tue intenzioni che rimarranno solo intenzioni che presto si spegneranno che presto cederanno. Non mi piaci quando hai uno scopo.”

– ” Non ti piaccio perchè sei invidiosa. Voi che fate sempre Qualcosa non riuscirete mai a fare Tutto. Il vostro Parlare è solo un mormorare, il vostro Fare è sempre parziale. Ma continuate pure a far Qualcosa! Io invece farò Niente perchè del Niente posso far tutto, basta far Niente.”

– “Sei il solito coglionazzo sei. Non porterai mai a termine Niente.”

-”No Frie. Stavolta non sarà così. Ho capito che non porto mai a termine i miei progetti proprio perchè non faccio Niente, quindi ho deciso di cominciare a far Niente seriamente, con impegno”.

– “Il Niente è l’assolutamente altro rispetto al Tutto, come pensi di riuscire in un’impresa del genere? E poi non ti senti mai all’altezza e poi ti deprimi e ti senti inadeguato in ogni situazione e poi vuoi ammazzarti e poi il tuo sè ideale non coincide col tuo sè reale e poi vuoi ammazzarti vuoi. Datti una ridimensionata e rassegnati a fare Qualcosa.”

– “No Frie. Ho smesso di mentire a me stesso. Mi sono visto dentro con sincerità e c’ho visto il Niente. E’ la mia strada Frie. C’ho messo troppo tempo per capirlo e adesso non voglio distrarmi.”

– ” Mi preoccupi. Ti voglio bene . Voglio vederti soddisfatto voglio vederti.”

– ” Frie, cara Frie. Come ti dicevo prima, fare Qualcosa non mi soddisfa perchè c’è sempre Qualcos’altro da fare. Il campo del Qualcosa è poi inflazionato, tutti fanno Qualcosa. Il campo del Niente invece è inesplorato (anche se adesso molti cominciano a dedicarvisi proprio perchè c’è questa insoddisfazione di fondo che fa capire alla gente che far Qualcosa comincia ad essere inutile).

Pensaci, è raro che se tu faccia Qualcosa ci sia qualcuno che riconosca quello che hai fatto, l’impegno che ci hai messo, etc… spesso la gente è più attenta alle cose che non fai anzichè a quelle che fai. ” non hai fatto questo, non hai fatto quell’altro, non fai niente per me, non fai mai niente..”

Ecco, io invece lo faccio, faccio Niente. E poi sono bravo a far Niente, qualcuno prima o poi me lo riconoscerà.

Farò un bel Niente Frie, me lo sento.

Adesso ti saluto che ho da fare”.

– ” Annientati”.


Questo dialogo è uscito sulla rivista inutile

NIENTE

All’uscita del palazzo incontro uno per strada e mi fa «ou, dove vai?» e io gli faccio «dove vai tu», e lui mi fa «all’oratorio dei salesiani a vedere il cinema all’aperto», e io gli faccio «no, allora no, allora non vado dove vai tu», e lui mi fa «niente, allora niente» e io gli faccio «niente».

«Niente», lui mi fa.

NESSUNO

Che poi quando uno ti incontra per strada e ti chiede come stai e tu gli dici male allora lui ti chiede perché e tu rispondi bhe, sai, le cose, e parte una lunga conversazione sulle cose che fanno male.

Quando invece uno ti incontra per strada e ti chiede come stai e tu gli dici bene, allora basta, la storia finisce lì. Lui dirà benissimo e tu dirai eccezionale, poi si passa ad altro.

Nessuno ti chiede come mai stai bene, se ti è successo qualcosa, nessuno.

NON MI SEMBRA GIUSTO

La macchina l’avevo parcheggiata sulla salita di Santa Niria. Una via stretta, a senso unico, lastricata con due binari di timpe antiche ai lati e pece fresca nel mezzo. L’auto ci passa precisa precisa da questa via e in certi tratti devi chiudere gli specchietti perché altrimenti glie li lasci pari pari. Avevo parcheggiato in questa via angusta perché è l’unica zona libera da strisce blu nell’arco di centinaia di metri e io non sapevo esattamente per quanto tempo mi sarei fermato. A proposito delle strisce blu vorrei aprire solo una breve parentesi per dire che io non so quali siano gli accordi tra il comune e l’azienda che gestisce i parcheggi, ma sin dal principio non mi sembra giusto che qualcuno un giorno si alzi e compri chilometri di suolo pubblico per metterlo in affitto a sessanta centesimi l’ora. Solo questo volevo dire, che non mi sembra giusto. L’avevo messa lì perché metti che a un certo punto mi viene voglia di sdraiarmi su una panchina al sole fino a perdere i sensi, metti che la nostra discussione si faccia sempre più interessante e invece di stare attento a quello che dici devo pensare a spostare la macchina, metti che sabato mattina io voglia svegliarmi alle undici ma siccome la sera precedente, non trovando parcheggio gratuito, ho dovuto lasciare la macchina sulle strisce blu che cominciano alle otto e allora il sabato invece che alle undici mi devo alzare alle otto per andare a spostarla, metti che a un certo punto, incontrandoci, ci viene il desiderio di andare al mare e tu dirai, generosa come sempre, dai prendiamo la mia macchina e io dovrò dirti che prima devo spostare la mia per trovare un posto fuori dalle strisce blu così da lasciarla lì quanto mi pare, ma siccome sono tutti già occupati ritarderemo, perché non è che posso parcheggiare ovunque e allora sprecheremo benzina girando a vuoto mentre si farà tardi e alla fine non avrà più senso andare al mare. Adesso io non so quali siano gli accordi tra il comune e l’azienda che gestisce i parcheggi, ma sin dal principio non mi sembra giusto che qualcuno un giorno si alzi e compri chilometri di suolo pubblico per metterlo in affitto a sessanta centesimi l’ora. Solo questo volevo dire, che non mi sembra giusto.