MONTABBANO

Sono andato a rifare la carta d’identità perché la mia si è squagliata in lavatrice.

Oh ma si è sbriciolata come l’ostia del gelato si è sbriciolata.

La signora delle carte di identità mi ha detto di lavarla con l’acqua fredda la prossima volta, senza ammorbidente però, e mi ha detto pure che stava scherzando ma non è che ci avevo creduto.

Comunque, prima di arrivare allo sportello, all’ingresso principale del palazzo della cultura, dove ci sono gli uffici del comune, c’era tutta sta gente ammassata nell’androne e uno sugli scalini che la governava col megafono come un mandriano fa con le vacche.


«Ma che c’è na sommossa al comune?» ho pensato. «Li volete pagare a sti poveri cristi?», come se sapessi già che fosse questo il problema.


Quando però mi sono accorto che stavano tutti con la carta di identità in mano la mia indignazione, anche se, devo ammetterlo, superficiale, si è trasformata

prima in stupore, poi in frustrazione e per ultimo in noia.

«Minchia ma talía ca chista è a fila per l’ufficio anagrafe», ho pensato.


Mentre stavo già preparando un piano d’azione alternativo che consisteva in cannolo con la crema, caffè in piazza monumento con relativa sigaretta al sole e lettura di numero due righe in libreria, mi è venuto in mente di chiedere cosa stesse succedendo qui nell’androne.


«Montabbano», mi ha detto uno che stava lì sulle punte a cercare di farsi spazio.
«Montabbano… montabbano che cosa?» ho continuato io.
«Montabbano»
«Vabbè, Montabbano… come dice lei».
Non mi stava considerando, tutto preso com’era a scavalcare le persone. «Cosa sta succedendo qui? Perché hanno tutti la carta d’identità in mano?», ho chiesto a un altro.

Questo, con una voce dall’oltretomba, consumata dal fumo di sigaretta, mi fa con calma: «ci sono. I provini. per. Montabbaaaaaaano», pausa respiro, «ci vuole. la catta. d’itentità», punto.
«Aaaaaaa, i provini per Montabbano! Mi paria la fila per l’ufficio anagrafe! E perciò ho pensato “tutti oggi se la devono fare la carta d’identità?”», ho detto ridendo al signore, ma lui in silenzio mi ha guardato giudicante negli occhi e con una specie di trasmissione telepatica l’ho sentito pronunciare nella mia mente due parole: «sei. Cretino».
Poi ha ripreso la voce dicendo che «per. Il. Provino. Ci vuole. La. Carta. Di…»
«Sì, sì, ho capito», interrompendolo, «la carta d’identità ci vuole, ho capito. Allora guardi, se mi fa passare vado all’ufficio anagrafe e me la faccio subito che la mia si è squagliata».


Lui è tornato a guardarmi come prima ma stavolta ho interrotto subito la trasmissione telepatica e mi sono diretto finalmente all’ufficio anagrafe attraverso uno «stretto percorso che abbiamo lasciato libero per consentire il transito agli utenti interessati al normale svolgimento dell’attività lavorativa negli uffici comunali». Così recitava il personale posto all’ingresso che mi invitava a intraprendere il «corridoio laterale alla folla». Una interpretazione del testo perfetta. «A lui devono prendere per Montabbano!», ho pensato.


Rinnovata la carta di identità, sono uscito bello fresco dal palazzo della cultura come fossi stato dal barbiere. D’altronde avevo una carta d’identità nuova. Ho attraversato il muro di future star della tv per dirigermi verso la pasticceria.

Erano già fatte le dodici e mezza avrei dovuto rinunciare al cannolo con la crema, ma no. Dalla libreria ci sono passato. La sigaretta, quella pure, l’ho fumata.

«Si può fare tutto. Tutto si può fare», sospiravo soddisfatto, mentre il fumo colava nei polmoni e la pelle si schiudeva al sole.


Questo testo è uscito sulla rivista il primo amore, fondata da Antonio Moresco e Tiziano Scarpa

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Il mio nuovo vicino di casa

Il mio nuovo vicino di casa mi chiama Damiano.

Non ho ancora trovato il momento giusto per dirgli che non mi chiamo Damiano, ma Gabriele.

È sempre così contento di vedermi, di salutarmi (“Ciao Damiano! Come va oggi?”, “buongiorno Damiano”, “Damiano, ho un problema con la macchina, mi aiuti?”), che non me la sento di essere causa del suo imbarazzo, di vedere nei suoi occhi lo sgomento per un errore accumulato nei mesi.

Si perché è da mesi che mi chiama Damiano. Dal canto mio, non so nemmeno quale sia il suo nome, ma per adesso credo sia meglio chiamarlo “Hey” anziché “Umberto”.

Tuttavia, penso anche che quel momento per farglielo notare sia arrivato e so che dovrò essere duro con lui.

Lo aspetterò sull’uscio di casa, poi lo prenderò per il sottobraccio e gli sussurrerò all’orecchio così: “Senti piccolo bastardo di un vicino, io mi chiamo Gabriele, non Damiano. Ok? Mi chiamo Ga-brie-le, intesi? Ora vattene dove cazzo stavi andando” e lo spingerò via.

Non è per rabbia, ma solo perché in questi momenti bisogna essere decisi per tutelare dall’imbarazzo noi stessi e gli altri.

Non credete? “Hey”, capirà.


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Fidarsi è bene

Oggi sono andato dal benzinaio. Gli ho chiesto di mettermi venti euro di benzina. Ha eseguito l’operazione senza volere i soldi in anticipo.

Sembra una cosa normale, ma in verità è un patto tacito che il benzinaio fa con noi. Un patto garantito dall’abitudine con cui abbiamo costruito questo rapporto tra noi e i benzinai.

Un’abitudine che a sua volta ha generato fiducia in un futuro prossimo che certamente si realizzerà:

il benzinaio ci mette la benzina, noi gli diamo i soldi. É sempre stato così e lo sarà fino a quando ci saranno i benzinai.

La fiducia è talmente solida e reciproca tra noi e i benzinai che andiamo via dalla stazione di servizio senza neppure guardare se hanno messo nel serbatoio tutti gli euro che gli abbiamo dato; l’abitudine ha creato questa Verità:

prima la benzina, poi i soldi.

Non ci piove. Non c’è bisogno di dirlo, non c’è bisogno di scritture, firme e notai, basta la solo parola e a volte neppure quella. Su questo genere di patti silenziosi si è basata la sopravvivenza della società, sulla parola data e sulla sicurezza che verrà mantenuta.

Senza questa fiducia spontanea e reciproca ci saremmo già estinti.

Ma credo che la dimensione simbolica del patto muto che ci ha legato gli uni agli altri nei millenni si stia sgretolando sotto i colpi di uno scetticismo radicale protratto in ogni ambito della vita.

Non ci fidiamo dell’altro in amore, nel lavoro, non ci fidiamo delle informazioni ufficiali, degli scienziati, dei politici.

Dietro ogni cosa vediamo una convenienza che non è la nostra. E non ci si fida non solo per principio, ma perché qualcuno ha creato un’altra abitudine, quella cioè di non mantenerli più i patti, e questa abitudine è diventata la nuova verità, la nuova realtà.

Ogni patto è un vincolo, un limite, e qui pare che nessuno voglia rinunciare a qualcosa. Si sgretolano i caratteri, le personalità, le identità.

Una decisione dura solo il tempo di averla enunciata e i patti non riusciamo a mantenerli nemmeno con noi stessi. Mi pare di essere circondato da pappemomlli, non solo nella vita quotidiana e privata, ma anche in quella pubblica e politica.

Credo allora che se vogliamo ricostruire una nuova comunità di esseri umani, se vogliamo tornare ad avere un futuro, perché il patto è una garanzia del futuro nel presente, dovremmo ricominciare a fare delle scelte, a mantenere i patti anche nella nostra vita quotidiana, a onorare le promesse, per ricostruire nuove virtuose abitudini e fare in modo che ognuno possa ancora fidarsi dell’altro come il benzinaio si fida del mio portafogli.

O no?

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La mascherina. Dialoghi difficili nella fase due

La mascherina.
Mi dice uno che mi sfiora il braccio sorpassandomi con la bici.
Mi giro.
Si gira.
Mette il piede a terra.
La mascherina. Mi dice.
Ma chi è. Cosa vuole. Penso. La mascherina cosa. Gli dico.
Dov’è la sua mascherina, perché non la indossa.
Stavo correndo, non c’è bisogno della mascherina.
Sta passeggiando, non sta correndo.
Stavo correndo fino a due minuti fa, non vede che sono sudato. Mi sono fermato ora per recuperare.
Si ma la mascherina deve metterla lo stesso.
Quando si corre la mascherina non è obbligatoria, sopratutto se si corre all’aria aperta e non c’è nessuno intorno.
Ci siamo io e lei adesso. Metta la mascherina, più avanti ci sono pure altre persone.
Non ce l’ho la mascherina. Siamo su un sentiero ciclabile, al mare. A sinistra, una spiaggia sterminata dove proprio oggi ci saranno in tutto dieci persone. A destra, una pineta deserta. Le prossime due anime sul sentiero saranno distanti da noi almeno cinquanta metri. Io stavo correndo. Non c’è bisogno della mascherina.
Si ma adesso è fermo e sta parlando con me. Deve indossare la mascherina.
Siamo a più di cinque metri di distanza.
Non importa. La mascherina è obbligatoria.
La mascherina non è obbligatoria a queste condizioni.
La mascherina. Deve metterla sempre.
Ci guardiamo in silenzio per un lungo momento. Penso che mi sto giustificando con questo sconosciuto e mi chiedo perché. Mi chiedo chi è. Mi chiedo ma tu: tu, chi cazzo sei? Che cazzo vuoi? Mavaffanculo.
Lo guardo.
Lui aspetta che io adesso sfili la mascherina dalla tasca. Ma non ce l’ho la mascherina. E comunque non l’avrei indossata.
Continua a guardarmi.
Ho capito. Mi giro. Me ne vado.
La mascherina. Grida.
Addirittura grida.
Comincia a salirmi il nervoso, monta tutta la chiarezza dell’ira che ti fa discernere nettamente le cose giuste da quelle sbagliate. Ma respiro. Respiro ancora. Profondamente.
Mi giro. Sto andando a prenderla, lei aspetti lì, che adesso vengo con la mascherina. Gli dico.
Torno a camminare dandogli le spalle.
Faccio un centinaio di metri borbottando cose come coglionedimerdamicrofascistadelcazzorepresso, e così via.
Mi rigiro e non ci posso credere. È ancora lì, fermo, che mi guarda da lontano. Mi sta aspettando davvero.
Oggi ci ritorno.


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Una rotonda sul mare

Una rotonda sul mare celebrava l’abuso edilizio degli anni ’70. L’immagine romantica di una piazzola circolare in cemento armato, che sporgeva dalle onde in una notte d’estate, fu il canone della poetica palazzinara che fece innamorare l’Italia.

Grazie cane

Ringraziare un cane randagio su Facebook è inutile come ringraziare Tommaso Paradiso per essere uscito dai The giornalisti.

Non gli arriveranno mai i tuoi ringraziamenti e se gli arriveranno li ignorerà, anche perché: uno, chittesencula, e due, sono cani, e i cani non capiscono la lingua umana, sopratutto se è scritta, peggio se è cantata.

(So già che adesso il solito fricchettone mi attaccherà na pippa sul fatto che non è vero che i cani non capiscono la nostra lingua e bla bla bla… Glie lo dico subito al fricchettone, No, i cani non capiscono, e manco tu che sostieni il contrario, ok? Poi ne riparliamo, però adesso evita la pippa, che non c’entra e non mi va. Grazie.)

Tuttavia, voglio ringraziare lo stesso il cane che oggi mi ha fatto fare uno scatto di cinquanta metri al massimo della mia velocità. E mentre ci sono vorrei a tal proposito consigliare ai colleghi runnerss, che desiderano migliorare la loro performance, di andare a correre con il cane, l’importante è che non sia il vostro, che non vi corra accanto, ma dietro, e che sia un minimo incazzato.

Allora perciò ringrazio lo stesso il cane di oggi, anche perché essere grati a qualcuno o qualcosa senza motivo fa bene alla salute, quasi quanto correre senza schiattare, e lo ringrazio innanzitutto perché mi ha fatto sentire un ventenne rampante, e mentre correvo e mi cacavo sotto, ridevo per quanto mi sentivo prestante, e poi perché dopo lo scatto e la messa in salvo dietro un muretto di un metro e mezzo, saltato come se mi fossi scolato un litro di olio cuore, ho scaricato talmente tanta adrenalina e tensione che m’è salita na botta di endorfina con la quale sto godendo ancora da circa due ore, in un pieno e gaudente rilassamento, felice, sereno, pronto.

E allora grazie cane per questa esperienza. La prossima volta spera di incontrare il fricchettone così parlerete e vi capirete. Io intanto corro, cha faccio bene. Allora Grazie cane. Grazie e Ciao.

Gattonormale

Mentre guardo alcune foto d’epoca dall’album di una famiglia di sconosciuti, mi rendo conto che un gatto di duecento anni fa, tenuto in braccio da una signora con un corpetto di seta ricamato sui bordi e le maniche di un vestito che ormai nessuno indosserebbe più, è uguale in tutto e per tutto a un gatto di adesso. Stessa posa, stessa pelliccia. Un gatto normale, di quelli che puoi vedere tutti i giorni per strada. catb

Non è la prima volta che vedo un gatto in una foto antica, però solo ora mi rendo conto della loro esistenza sincronica tra presente e passato. Sono esseri senza tempo e questo per me fa dei gatti, e di tutti gli animali in generale, entità ancora più misteriose, anime eterne e incomprensibili, assolutamente diversi da me. Sarà che i gatti non indossano vestiti, sarà che non hanno moda e neppure cultura, né linguaggi e né influenze di altre società di gatti che portano nuovi stili di vita e scoperte culinarie o musicali, dato che non hanno né cucina né musica, sarà in fine che i gatti non sono uomini, ma questa è una cosa, come dire, risaputa, invece non so ancora come definire l’impressione che ho avuto rispetto alla consapevolezza di questi esseri privi di storia che ci girano intorno e per i quali non cambia nulla da secoli.

Grazie

Io è un altro

Sono entrato in un negozio per comprare il cappello bordò esposto in vetrina. Un cappello bordò, chissà quale tono avrei voluto darmi con un cappello bordò? (Lo so che bordò non si scrive bordò, ma mi scoccia scrivere bourdeaux perché è troppo lungo, perciò, per essere brevi, scrivo bordò, dato che ho già ripetuto tre volte il nome di questo colore e non vorrei ancora dilungarmi sul perché scrivo bordò anziché bourdeaux) comunque, a quel tempo avevo questa voglia di cappello bordò perché pensavo di
abbinarlo alle scarpe scamosciate beish viste esposte in un altro negozio.

Le scarpe scamosciate beish, chissà cosa mi passava per la testa, che tono avrei voluto darmi con le scarpe scamosciate beish? (Lo so che beish non si scrive beish, ma mi scoccia scrivere beige perché ha la stessa lunghezza di beish, quindi nell’ottica di una economia della comunicazione non cambia nulla, perciò lo scrivo come mi pare: beish. E poi questa è la mia pagina e se voglio inventare parole le invento senza ma, ok?)

Chissà che tono, perciò, avrei voluto darmi. Ma perché adesso mi piacciono le scarpe beish e il cappello bordò? Ho pensato. Forse la gente di queste zone influenza il mio gusto? Qui ci tengono al colore delle scarpe e non vorrei turbare il loro ordine estetico sbagliando abbinamento, perciò è probabile che il mio inconscio ritene che il beish e il bordò possono andare bene insieme, e infatti, appena ho visto il cappello bordò, ho detto subito me lo compro, anche se mi fa cacare, così i miei vicini saranno tranquilli.

Mi sacrifico, mortifico me stesso per loro, non c’è problema, che essere me stesso solo guai mi ha causato da queste parti. Quindi, state tranquilli, vicini, tranquilli che diventerò come voi. Sono entrato perciò in negozio, ho provato il cappello bordò, e mi stava malissimo, era perfetto per i miei vicini, proprio una merda. Mi guarderanno con altri occhi, ho pensato, i loro occhi, che stanno diventando i miei occhi, finalmente, che non voglio più sentirmi diverso da queste parti. Ma quando ho girato l’etichetta per vederne il prezzo, un calendario di emozioni, dall’uno dell’imbarazzo al ventinove della colpa, mi ha sovrastato, risolvendosi però in un trenta di orgoglio per il fatto che io io, proprio io, allora, sono un altro.

vespa

La dittatura del vespaclub

Da dentro la macchina:

– Per favore, può spostare la vespa così parcheggio anche io? Grazie.
– No.
-… No?
– No.
– Sta prendendo il posto di due auto, la metta in orizzontale!
– Non prende il posto di due auto, ma di una soltanto.
– È messa proprio a cavallo tra due posti auto, ma anche se fosse solo uno il posto che prende, la sua è comunque una vespa e non un’auto. Si sbrighi a spostarla che c’ho la fila dietro.
– La mia vespa non si sposta e ha tutta la dignità per occupare un intero posto auto (ha detto veramente così)
– Ma sta dicendo sul serio o mi prende in giro? La vespa deve prendere il posto di una vespa, l’auto il posto di un’auto. Lei sta occupando il posto di un’auto (anzi due) con una vespa, e questo non è giusto né da un punto di vista logico né da un punto di vista, come dire, etico, perché se lei occupa due posti auto con una vespa, in un quartiere dove è già difficile parcheggiare, e questo è il mio quarto giro dell’isolato, è un egoista e un incivile. Adesso sposti la sua (cazzo) di vespa e mi faccia parcheggiare.
– La mia vespa è messa bene e non si permetta di darmi dell’egoista e dell’incivile.
– È lei che se lo fa dare comportandosi così!
– La mia vespa non si toglie.
– Non le sto dicendo di toglierla, ma di spostarla, di metterla in orizzontale, porcaputtana!
…si è creata una lunga fila e l’onda d’urto di un coro di clacson spingeva la mia macchina in avanti. Ho ceduto alla dittatura del vespaclub, al suo fiero feldmaresciallo che mostrava orgoglioso il giubino dell’associazione e sono partito per il quinto giro dell’isolato, bestemmiando. Non trovando ancora posto, sono passato di nuovo da lì. Lui non c’era più e finalmente abbiamo parcheggiato, in due.

bha!

brioches gelsi-e-panna

Magari mentre mangi una granita gelsi e panna pensi, che ne so, alla tua ex, e dici minchia ma proprio adesso ci devo pensare? Perciò cominci a chiederti perché si è comportata così e colà e non trovando risposte inzuppi la brioches nella panna e dici a te stesso che devi cambiare perché se non cambi tu, qui, non cambia nessuno, dato che gli unici peccatori mangia granite che vogliono sempre godere senza pagare non sono loro, santi immacolati, ma tu: tu.

– E va bene, va bene, ma almeno posso mangiare la granita in santa pace?
– Si
– Grazie

Allora strappo un pezzo di brioches per prendere i gelsi insieme alla panna e me lo ficco in bocca il pezzo di brioches gelsi-e-panna di fronte al mare con tre sfumature di blu che mi allaga il cervello e annegano tutti.