Il mio nuovo vicino di casa

Il mio nuovo vicino di casa mi chiama Damiano.

Non ho ancora trovato il momento giusto per dirgli che non mi chiamo Damiano, ma Gabriele.

È sempre così contento di vedermi, di salutarmi (“Ciao Damiano! Come va oggi?”, “buongiorno Damiano”, “Damiano, ho un problema con la macchina, mi aiuti?”), che non me la sento di essere causa del suo imbarazzo, di vedere nei suoi occhi lo sgomento per un errore accumulato nei mesi.

Si perché è da mesi che mi chiama Damiano. Dal canto mio, non so nemmeno quale sia il suo nome, ma per adesso credo sia meglio chiamarlo “Hey” anziché “Umberto”.

Tuttavia, penso anche che quel momento per farglielo notare sia arrivato e so che dovrò essere duro con lui.

Lo aspetterò sull’uscio di casa, poi lo prenderò per il sottobraccio e gli sussurrerò all’orecchio così: “Senti piccolo bastardo di un vicino, io mi chiamo Gabriele, non Damiano. Ok? Mi chiamo Ga-brie-le, intesi? Ora vattene dove cazzo stavi andando” e lo spingerò via.

Non è per rabbia, ma solo perché in questi momenti bisogna essere decisi per tutelare dall’imbarazzo noi stessi e gli altri.

Non credete? “Hey”, capirà.


A due a l’ora

Oggi un vecchio,

– E chi poteva essere se non un vecchio?

– Una donna forse?

– Forse. Ma oggi era un vecchio.

– Un vecchio.

– Si, un vecchio.

Pare che oggi un vecchio non sapesse che il codice della strada prevede multe non solo se vai troppo veloce, ma anche se vai troppo piano, ma lui camminava piano, in macchina, davanti a me,

(camminare è il termine giusto, perché proprio camminava come se fosse a piedi, tanto era lento con quella macchina)

a due a l’ora

– Non potevi superarlo?

No. Non potevo superarlo perché a Modica alta, il quartiere dove abito io, la strade sono strette. Nonostante ciò, a doppio senso: strette.

Strette sopratutto quando la gente parcheggia sui dieci centimetri di marciapiede, occupando con il resto della macchina metà della carreggiata e per far passare le auto che vengono dal senso opposto bisogna fermarsi, proprio dietro le auto parcheggiate sul marciapiede: strettissime insomma.

Certo non le biasimo queste persone, perché il problema dei parcheggi a Modica è davvero un problema. Sopratutto se vuoi parcheggiare proprio davanti casa è necessario mettere la macchina sul marciapiede occupando metà della corsia, e tutto il marciapiede.

– E la viabilità?

E sticazzi della viabilità quando hai la comodità di entrare a casa tua direttamente dal finestrino della macchina, invece di andare a trovare un parcheggio che non esiste a pochi metri dall’abitazione.

– E se esistesse?

Qui la comodità supererebbe comunque la civiltà.

Quindi me lo sono portato davanti per circa cinque chilometri sto vecchio, da Modica alta a Modica bassa, fino allo stop, dove la strada incrocia il corso principale.

– Senza poterlo superare.

Senza poterlo superare.

Dopo sta processione alle nove del mattino, durata almeno venti minuti per fare 5km, cosa fa sto vecchio proprio allo stop?

– Non si ferma.

Non si ferma. Anzi accelera, proprio allo stop, scattante, come se non vedesse l’ora di provocare un incidente, come se d’un tratto si fosse annoiato di se stesso a camminare così piano.

– Non passava nessuno?

Fortuna che non passava nessuno. Ma subito dopo l’incrocio me lo sono ritrovato di nuovo davanti. Praticamente a camminare fermo. Sempre a due a l’ora. Sto vecchio.

– Incredibile.

Ma poi l’ho superato, che la strada si era allargata, e mi sono messo a guardarlo dallo specchietto retrovisore, a dirgli quanto era stronzo, a dirgli che dovrebbero togliere la patente arrivati a una certa età, a stovecchio.

– Concordo.

E mentre lo guardavo dallo specchietto retrovisore per fargli capire con il labiale che era stronzo, cosa è successo?

– Cosa è successo?

Mi sono schiantato sul muretto.

– Mannaggia.

– È lui si ferma?

Diciamo che era già fermo, tanto camminava piano. Ma mi supera. E l’ho sentito cosa mi diceva mentre mi superava.

– Cosa ti diceva?

Mi diceva stronzo. Dovrebbero toglierti la patente, dovrebbero toglierti. Stronzo mi diceva. La patente: la patente.

– E tu?

Io allora sono rimasto fermo, stordito, fallito, in silenzio con la macchina sul muretto, a guardarlo mentre a due all’ora raggiungeva il centro della prospettiva, scomparendo piano, verso il Teatro Garibaldi, nel sole del mattino.

Sto vecchio.

Vieni sull’Etna?

Vieni sull’Etna questo fine settimana?

– No

– Perché?

– Non mi va di sbattermi per scalare una montagna con il vento, la neve, le rocce instabili e il freddo. Magari in estate.

– Non sai cosa ti perdi

– Lo so cosa mi perdo.

– Cosa farai?

– Ci sono 20 gradi al mare. Credo che farò una passeggiata in spiaggia o starò a casa a leggere.

– Du palle

– Andate pure senza di me e divertitevi.

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Due giorni dopo

– Bhe, com’è andata?

– È stato bellissimo. Abbiamo scalato il vulcano fino ai 1800. poi a metà percorso è arrivata una tempesta di neve e ghiaccio che ci ha bruciato la faccia.

– E cosa ci sarebbe di bello in tutto ciò?

– a un certo punto è calata una specie di nebbia e ci siamo persi. Si è persa anche la guida ambientale, abbiamo allungato il percorso di due ore su un sentiero non tracciato.

– Fantastico, cosa mi sono perso, mannaggia!

– Non sai che paura. C’era un freddo cane, mi è venuto un mal di testa lancinante e non mi sentivo più le mani. Però molto intenso e divertente.

– Divertentissimo direi.

– Uno del gruppo è caduto dentro un piccolo cratere e si stava per spezzare una caviglia, fortuna che se la è solo slogata.

– Ma guarda te che fortuna!

– Ma sai che panorama da lassù però?!

– Eh immagino, ve lo siete goduto…

– Senti, non vedo Paola…

– Le è venuta una lieve ipotermia. Ha vomitato tutta la notte, ma adesso sta bene, è a casa con la febbre alta. Dai, la prossima volta però vieni pure tu che ci divertiamo.

– Certo, certo, non mancherò, consideratemi nel gruppo.

L’uomo della Storia

Mi era di fronte. Io con uno starter-pack da spiaggia fornito di asciugamano, libro, telefono.

Lui, così. Con le mani aperte ad abbracciare il sole, e i piedi nella sabbia.

Si vedeva, era rilassato, cedeva la sua carne sull’elastico della mutanda, che regge panza e sostanza.

E godeva, del massaggio della sabbia, delle piccole dune che aderivano perfette alla sua curva plantare.

Non potevano essere degli infradito a ostacolare il piacere del contatto. Non potevano essere ciabatte a evitare che il vento gli passasse tra le dita e le dita tra i capelli. Non poteva certo tenerle in mano le ciabatte, non poteva certo indossarle ai piedi.

Doveva portarle con sé, senza abbandonarle in attesa su un frantume di pietra o in un covo d’arenaria. Sarebbero state preda facile del gioco di ignoti o ladri di scarpe.

Doveva tenerle le ciabatte. Lo avrebbero salvato al ritorno dalle punture di scoglio rotto, dai residui di roccia erosa dall’onda che sbatte e trasforma. Punge anche i calli a camminarci sopra, la roccia. Oppure proteggerlo dalla risalita scivolosa sulla banchina dopo il tuffo più alto, al tramonto, prima di tornare a casa.

Camminava così sulla riva, in mutande, con le ciabatte nelle mutande. L’uomo pratico che non rinuncia a nulla. L’uomo della conservazione e dell’accrescimento, l’uomo della Storia, l’uomo libero, l’uomo con le ciabatte nel culo.

Io è un altro

Sono entrato in un negozio per comprare il cappello bordò esposto in vetrina.

Un cappello bordò, chissà quale tono avrei voluto darmi con un cappello bordò?

(Lo so che bordò non si scrive bordò, ma mi scoccia scrivere bourdeaux perché è troppo lungo, perciò, per essere brevi, scrivo bordò, dato che ho già ripetuto tre volte il nome di questo colore e non vorrei ancora dilungarmi sul perché scrivo bordò anziché bourdeaux)

comunque, a quel tempo avevo questa voglia di cappello bordò perché pensavo di abbinarlo alle scarpe scamosciate beish viste esposte in un altro negozio.

Le scarpe scamosciate beish, chissà cosa mi passava per la testa, che tono avrei voluto darmi con le scarpe scamosciate beish?

(Lo so che beish non si scrive beish, ma mi scoccia scrivere beige perché ha la stessa lunghezza di beish, quindi nell’ottica di una economia della comunicazione non cambia nulla, perciò lo scrivo come mi pare: beish. E poi questa è la mia pagina e se voglio inventare parole le invento senza ma, ok?)

Chissà che tono, perciò, avrei voluto darmi.

Ma perché adesso mi piacciono le scarpe beish e il cappello bordò? Ho pensato.

Forse la gente di queste zone influenza il mio gusto?

Qui ci tengono al colore delle scarpe e non vorrei turbare il loro ordine estetico sbagliando abbinamento, perciò è probabile che il mio inconscio ritene che il beish e il bordò possono andare bene insieme, e infatti, appena ho visto il cappello bordò, ho detto subito me lo compro, anche se mi fa cacare, così i miei vicini saranno tranquilli.

Mi sacrifico, mortifico me stesso per loro, non c’è problema, che essere me stesso solo guai mi ha causato da queste parti. Quindi, state tranquilli, vicini, tranquilli che diventerò come voi.

Sono entrato perciò in negozio, ho provato il cappello bordò, e mi stava malissimo, era perfetto per i miei vicini, proprio una merda. Mi guarderanno con altri occhi, ho pensato, i loro occhi, che stanno diventando i miei occhi, finalmente, che non voglio più sentirmi diverso da queste parti.

Ma quando ho girato l’etichetta per vederne il prezzo, un calendario di emozioni, dall’uno dell’imbarazzo al ventinove della colpa, mi ha sovrastato, risolvendosi però in un trenta di orgoglio per il fatto che io io, proprio io, allora, sono un altro.

* “io è un altro” è un aforisma di Jaques Lacan.

E’ successo tutto.

” È successo tutto in un baleno, poi il baleno si è spiaggiato e quando gli hanno aperto lo stomaco per vedere cosa era successo si sono accorti che in un baleno non era successo nulla ma che c’era voluto del tempo”.

 

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NON SI FA

Steso al sole la mia faccia è solenne, quando sono rilassato la mia faccia è solenne, con le guance basse, sono così quando sono rilassato, con le guance basse, solenne, e se qualcuno, mentre sono rilassato, mi chiede, che hai, e io dico la gioia immensa di stare al sole senza chiedermi che ho, non può essere, perché se hai qualcosa, deve essere qualcosa di male, altrimenti non hai nulla, e infatti, io non ho nulla, neanche la gioia adesso che me lo hai chiesto. Perché se mi chiedi che ho, comincio a pensare che ho qualcosa di male, e la cerco, che prima o poi, cercando, la trovo qualcosa di male che ho, eccome se la trovo. Per questo non si fa, se non hai nulla, a chiedere che hai, altrimenti, qualcosa di male, la trovo sempre.

FENOMENOLOGICA

Oggi, riflettendo su alcuni fatti della percezione, ho compreso che illumina di più una candela accesa in una stanza buia che un faro a mezzogiorno. Questa ovvietà ha cercato di dirmi qualcosa per tutto il pomeriggio, poi mi è scattato il naso a sangue e non ci ho più pensato.

DI TUTTO NIENTE

Mi chiama Frie al telefono. Mi chiama per far Qualcosa. Ma io ho già da fare. Ho da fare Niente.

– “Si fa Qualcosa?”

– “No, ho già da fare”.

– “Ma che stai facendo?”

– “Niente.”

– “Quindi non ti va di far Qualcosa?”

– “No guarda, ho fatto Qualcosa tutto il giorno, sento che sto perdendo tempo facendo sempre Qualcosa. Vorrei finalmente dedicarmi a Niente.

– “Finalmente? Sono tre gioni che non esci, che stai a casa a far Niente!”

– “Si, ok, scusa. E’ solo che sono sulla giusta strada per far Niente. E’ un buon periodo per dare una svolta alla mia esistenza! Riuscirò a far Niente tutta la vita!”

– “Ho capito. Sei in una delle solite fasi nelle quali credi di aver trovato lo scopo della tua vita. I tuoi occhi adesso splenderanno di senso camminerai fiero per le strade ogni cosa e persona appariranno utili a servire la tua causa diventerai cinico di un pragmatismo spietato travolgerai gli altri col fuoco delle tue intenzioni coinvolgerai gli altri con la passione delle tue intenzioni che rimarranno solo intenzioni che presto si spegneranno che presto cederanno. Non mi piaci quando hai uno scopo.”

– ” Non ti piaccio perchè sei invidiosa. Voi che fate sempre Qualcosa non riuscirete mai a fare Tutto. Il vostro Parlare è solo un mormorare, il vostro Fare è sempre parziale. Ma continuate pure a far Qualcosa! Io invece farò Niente perchè del Niente posso far tutto, basta far Niente.”

– “Sei il solito coglionazzo sei. Non porterai mai a termine Niente.”

-”No Frie. Stavolta non sarà così. Ho capito che non porto mai a termine i miei progetti proprio perchè non faccio Niente, quindi ho deciso di cominciare a far Niente seriamente, con impegno”.

– “Il Niente è l’assolutamente altro rispetto al Tutto, come pensi di riuscire in un’impresa del genere? E poi non ti senti mai all’altezza e poi ti deprimi e ti senti inadeguato in ogni situazione e poi vuoi ammazzarti e poi il tuo sè ideale non coincide col tuo sè reale e poi vuoi ammazzarti vuoi. Datti una ridimensionata e rassegnati a fare Qualcosa.”

– “No Frie. Ho smesso di mentire a me stesso. Mi sono visto dentro con sincerità e c’ho visto il Niente. E’ la mia strada Frie. C’ho messo troppo tempo per capirlo e adesso non voglio distrarmi.”

– ” Mi preoccupi. Ti voglio bene . Voglio vederti soddisfatto voglio vederti.”

– ” Frie, cara Frie. Come ti dicevo prima, fare Qualcosa non mi soddisfa perchè c’è sempre Qualcos’altro da fare. Il campo del Qualcosa è poi inflazionato, tutti fanno Qualcosa. Il campo del Niente invece è inesplorato (anche se adesso molti cominciano a dedicarvisi proprio perchè c’è questa insoddisfazione di fondo che fa capire alla gente che far Qualcosa comincia ad essere inutile).

Pensaci, è raro che se tu faccia Qualcosa ci sia qualcuno che riconosca quello che hai fatto, l’impegno che ci hai messo, etc… spesso la gente è più attenta alle cose che non fai anzichè a quelle che fai. ” non hai fatto questo, non hai fatto quell’altro, non fai niente per me, non fai mai niente..”

Ecco, io invece lo faccio, faccio Niente. E poi sono bravo a far Niente, qualcuno prima o poi me lo riconoscerà.

Farò un bel Niente Frie, me lo sento.

Adesso ti saluto che ho da fare”.

– ” Annientati”.


Questo dialogo è uscito sulla rivista inutile

NIENTE

All’uscita del palazzo incontro uno per strada e mi fa «ou, dove vai?» e io gli faccio «dove vai tu», e lui mi fa «all’oratorio dei salesiani a vedere il cinema all’aperto», e io gli faccio «no, allora no, allora non vado dove vai tu», e lui mi fa «niente, allora niente» e io gli faccio «niente».

«Niente», lui mi fa.