Clima Curdo

Non sono personalmente responsabile dei disastri del mondo. Faccio la differenziata, evito di sporcare, ma solo per educazione civica e decoro. Non ho mai pensato che queste piccole azioni bastino per cambiare le sorti del pianeta.
Mentre ogni giorno cerco di mettere la carta con la carta, la plastica con la plastica, l’umido con l’umido, qualcuno spruzza quintali di Co2 nell’atmosfera, altri disboscano ettari di Amazzonia. Sarei stupido se mi sentissi responsabile o capace di fare qualcosa di importante solo togliendo l’immondizia dalla strada.
Io metto la carta con la carta, la plastica con la plastica, l’umido con l’umido, ma sono lontano dal sentirmi un attivista. C’è gente che ogni giorno muore per difendere la terra e il clima e non sono così presuntuoso da credere che le mie abitudini quotidiane abbiano la stessa dignità di chi ci lascia la pelle.
E non sono neppure un piccolo borghese che deve pulirsi la coscienza facendo appello all’ambientalismo solo perché raccoglie tre cicche dalla spiaggia. La mia coscienza, almeno da questo punto di vista, è già pulita.
Nessuno nelle proprie vite individuali può fare molto per l’ambiente. È una illusione che serve a farci sentire migliori o apposto con noi stessi, che forse è l’unica cosa che ci interessa.

Quindi, se per l’ambiente abbiamo questa via d’uscita, per i curdi, cosa facciamo? Un post su Facebook va bene?

Conosci te stesso

Sulla soglia dell’oracolo di Delfi l’esortazione a conoscere se stessi è seguita da un monito che molti ignorano. “Conosci te stesso” detta l’oracolo “e nulla di troppo”, continua la chiosa.
Perché a voler conoscere i misteri dell’anima si rischia la hybris, la tracotanza. Le profondità dello spirito sono materia degli dei. Conoscete voi stessi perciò, e nulla di troppo.

L’istinto si è estinto

Per sopravvivere l’uomo deve ricorrere a una serie di operazioni non necessarie da un punto di vista biologico.

Se ha fame, invece di estirpare le prime radici commestibili che trova, deve procurarsi dei soldi, poi andare al supermercato, poi trasformare la materia prima, cuocerla, condirla, e solo alla fine di questi processi potrà finalmente nutrirsi.

Questa serie di operazioni non rispondono a un vincolo di necessità immediata, ma pongono una grande distanza tra l’impulso e la sua soddisfazione, un spazio talmente ampio che in millenni d’evoluzione ha fatto sì che l’uomo dimenticasse il suo istinto, fino a smarrirlo completamente. 

Anche quando banalmente diciamo di aver agito sotto la sua spinta, sono invece certi condizionamenti culturali inconsci e incarnati che ci inducono a fare quello che facciamo, come l’educazione, la morale, l’abitudine, etc…

Pure la riproduzione, che sembra essere il nostro scopo primordiale, la nostra parte più animale, è mediata da relazioni culturali estetiche o pratiche come un trucco, una posa, il patrimonio economico, la posizione sociale. E il sesso, possiamo per giunta sceglierlo, perché negli umani prescinde dalla dote anatomica degli organi genitali, e chi ha un pene può sentirsi donna quanto chi possiede una vagina, o viceversa.

L’uomo reagisce a una serie di significati linguistici e sociali che con la biologia hanno poco a che fare. Perciò possiamo dire con evidenza che nell’uomo, l’istinto, si è estinto. E se avessimo dovuto vivere sulla base delle sue pretese ci saremmo estinti anche noi.

Grazie cane

Ringraziare un cane randagio su Facebook è inutile come ringraziare Tommaso Paradiso per essere uscito dai The giornalisti.

Non gli arriveranno mai i tuoi ringraziamenti e se gli arriveranno li ignorerà, anche perché: uno, chittesencula, e due, sono cani, e i cani non capiscono la lingua umana, sopratutto se è scritta, peggio se è cantata.

(So già che adesso il solito fricchettone mi attaccherà na pippa sul fatto che non è vero che i cani non capiscono la nostra lingua e bla bla bla… Glie lo dico subito al fricchettone, No, i cani non capiscono, e manco tu che sostieni il contrario, ok? Poi ne riparliamo, però adesso evita la pippa, che non c’entra e non mi va. Grazie.)

Tuttavia, voglio ringraziare lo stesso il cane che oggi mi ha fatto fare uno scatto di cinquanta metri al massimo della mia velocità. E mentre ci sono vorrei a tal proposito consigliare ai colleghi runnerss, che desiderano migliorare la loro performance, di andare a correre con il cane, l’importante è che non sia il vostro, che non vi corra accanto, ma dietro, e che sia un minimo incazzato.

Allora perciò ringrazio lo stesso il cane di oggi, anche perché essere grati a qualcuno o qualcosa senza motivo fa bene alla salute, quasi quanto correre senza schiattare, e lo ringrazio innanzitutto perché mi ha fatto sentire un ventenne rampante, e mentre correvo e mi cacavo sotto, ridevo per quanto mi sentivo prestante, e poi perché dopo lo scatto e la messa in salvo dietro un muretto di un metro e mezzo, saltato come se mi fossi scolato un litro di olio cuore, ho scaricato talmente tanta adrenalina e tensione che m’è salita na botta di endorfina con la quale sto godendo ancora da circa due ore, in un pieno e gaudente rilassamento, felice, sereno, pronto.

E allora grazie cane per questa esperienza. La prossima volta spera di incontrare il fricchettone così parlerete e vi capirete. Io intanto corro, cha faccio bene. Allora Grazie cane. Grazie e Ciao.

Ore 3pm – Sicilia

In questo periodo della giornata, la gente, come per mettersi a riparo da una premonizione catastrofica, non uscirebbe mai di casa.
Si serra dietro le persiane e hai l’impressione che osservino dalle fessure la tua imminente scomparsa.

Ghostwriter Mentalcoach

Sto aiutando un cliente a scrivere un libro su di sé e sulla sua professione, in qualità di editor e ghostwriter. Questa persona fa un lavoro molto particolare: è un mentalcoach, una specie di allenatore della mente per manager e professionisti.
Al di là delle considerazioni politiche che si possono fare su un discorso che prende in esame i sentimenti del capitale umano per metterli a produzione, ci sono tre principi fondamentali su cui vale la pena soffermarsi: la self Awareness, cioè la consapevolezza del proprio stato attuale, la self Direction, ovvero la direzione che si vuole intraprendere una volta consapevoli e la self Management, la capacità di gestirsi sulla via dell’obiettivo.
Il manuale non si riferisce solo ai top manager che vogliono costruirsi una leadership basata su principi etici, ma anche a gente come noi che a volte non sa dove andare.
Ho sempre diffidato delle tecniche di ottimizzazione del sè, ma devo dire che sto imparando delle cose molto utili, almeno fino a quando il capitalismo continuerà ad appropriarsi della dimensione psichica e spirituale degli uomini per metterla a valore.
Il libro uscirà prima dell’estate, si spera. Nell’attesa di una nuova era socialista che ci libererà dall’imperativo della performance, potreste leggerlo.

Sanremo critica e Mahmood

Per quanto possano sembrare alla mercé di tutti, i giudizi sulle questioni culturali, come la musica o l’arte in generale, non sono opinabili se il nostro parere non segue un metodo scientifico altrettanto serio quanto quello che ha seguito la persona preparata a formularli.
Il critico musicale è consapevole di ciò che sceglie e delle conseguenze che le sue opinioni hanno sulle persone, sulla qualità dei loro ascolti. Nel suo campo ha la stessa dignità di un medico che vi prescrive una pillola.
Il critico comprende la qualità, i mezzi, il lavoro che sta dietro a ciò che elegge come buono e giusto. Il critico sa quello che fa. Ha studiato, ha ascoltato, non è arrivato di fronte alla tv per una consuetudine popolare. Non torna a guidare il tram dopo Sanremo. Torna a studiare, a scrivere, a ascoltare per il resto dei suoi giorni. Dedica la sua vita alla materia, per discernere e capire sempre più a fondo i motivi, le inclinazioni, i contesti. Per questo lo specialista in fatti culturali ha anche una responsabilità sociale, politica, ha il compito di dirigere il gusto, di mostrare una via perseguibile per il bene dell’orecchio comune.
Ha la stessa rispettabilità di un ingegnere quando progetta un ponte. Nel suo campo sa cosa è bene e cosa è male, e lo sa più di noi. Non c’è motivo perciò di vergognarsi, né tanto meno di indignarsi, ma si può solo accettare con umiltà la sua posizione e provare a capire. Uno nei fatti culturali può permettersi di dire che qualcosa non piace, basandosi su una sensazione superficiale che nulla ha in comune con l’ascolto profondo, regolato da un rigoroso metodo di indagine. Certo, il critico può sbagliare, ma la nostra sensazione e la nostra opinione senza struttura hanno la stessa consistenza del fiato sprecato. Inoltre, se sbaglia lo specialista, figuriamoci noi, che non ne sappiamo nulla.

Qui sotto la canzone di uno che sa cantare. Mahmood

 

Vino – Percezione, linguaggio e assaggio. Analisi sensoriale al limite

Gli ospiti sconosciuti seduti al mio tavolo ordinarono un vino di non so quale pregiata cantina. Mi consigliarono di smettere con quello che stavo bevendo e di cambiare bicchiere, per assaggiare la bottiglia appena stappata.
Io non ho mai capito nulla di vini. Comprendo solo se uno mi piace oppure no, ma a questo ci arrivano tutti. Per il resto potrei bere cose che si fermano a un attimo prima dell’aceto, e non farebbe alcuna differenza per il mio palato. Gli ospiti mi suggerirono di stare attento stavolta a ciò che avrei provato e di ricollegare le sensazioni suscitate dal vino ad antiche memorie, per vedere cosa ne veniva fuori, quale interpretazione, quale sinestesia, ma sopratutto quale mia abilità nel leggere il senso di ciò che stavo gustando, dato che mi stavano mettendo alla prova sin dal pomeriggio.
È così che si decifra la qualità e l’intensità del vino, a partire dalle proprie esperienze, mi disse quello che versava, è in questo modo che dentro puoi trovare il sapore acido del becco della molfetta e l’asprezza del muschio sulla corteccia dell’arancio. Provai, ero già al terzo bicchiere del mio buon Syrah scelto a caso dalla carta, se risalivo alle vecchie memorie mi veniva solo l’angoscia e forse anche per noia non seguii il metodo suggerito. Ho detto loro che in quel momento preferivo affidarmi ad altre sensazioni procurate dal vino, all’incoscienza, forse; che di meditare e ricordare, proprio quella sera, non ne avevo voglia. Passai per sciatto, inabile a processare i sensi con l’intelletto; io, guardato dall’alto in basso da quei quattro intenditori in posa, da quei quattro burini vestiti bene. Mezz’ora dopo, quando eravamo già tutti belli alticci, rimediai con una dissertazione sul rapporto tra percezione e linguaggio in Brodovskij e Neillsam. Quello era il tema, ma non dissi nulla di sensato a riguardo. Inventai teorie di sana pianta, così come i dati e i nomi di filosofi mai esistiti tipo Brodovskij e Neillsam, appunto. Probabilmente il vino mi dava una certa sicurezza nell’esporre tali falsità e supercazzole che i miei commensali ci credettero, confermando tutte le ipotesi e le conclusioni avanzate con cenni di assenso e compiacimento, e fu subito chiaro che si intendevano anche di quello.
Provai tenerezza per loro e mi sentii un po’ in colpa per averli presi in giro. Dichiarai a me stesso che era una rivincita di basso livello e che ero molto lontano dall’idea di saggezza che cercavo di perseguire nei rapporti con gli altri. Tuttavia diventammo amici per quella sera. Non li rividi mai più.
Roma, ottobre 2018

Oki, mal di testa e trascendenza

Mi sono appena svegliato e sto aspettando che salga il caffè. Nel frattempo potete prendere un Oki se avete mal di testa, a stomaco pieno però. Io ne prenderò uno dopo pranzo, infatti. Cerco sempre di posticipare l’assunzione di medicinali, almeno fino a quando il dolore non si placa da sé. A volte me lo tengo per un giorno intero, non perché mi piaccia soffrire o perché io sia contro i rimedi farmaceutici, ma perché resistere è giusto. Resistenza è il dominio della trascendenza, la grande possibilità dell’uomo di rendersi libero, di andare oltre la sua fisiologia e di dire “no”, non ci sto. È un’ottima disciplina, è libertà. Differite l’oki se potete, per vincere su voi stessi e sulla natura.

Gattonormale

Mentre guardo alcune foto d’epoca dall’album di una famiglia di sconosciuti, mi rendo conto che un gatto di duecento anni fa, tenuto in braccio da una signora con un corpetto di seta ricamato sui bordi e le maniche di un vestito che ormai nessuno indosserebbe più, è uguale in tutto e per tutto a un gatto di adesso. Stessa posa, stessa pelliccia. Un gatto normale, di quelli che puoi vedere tutti i giorni per strada. catb

Non è la prima volta che vedo un gatto in una foto antica, però solo ora mi rendo conto della loro esistenza sincronica tra presente e passato. Sono esseri senza tempo e questo per me fa dei gatti, e di tutti gli animali in generale, entità ancora più misteriose, anime eterne e incomprensibili, assolutamente diversi da me. Sarà che i gatti non indossano vestiti, sarà che non hanno moda e neppure cultura, né linguaggi e né influenze di altre società di gatti che portano nuovi stili di vita e scoperte culinarie o musicali, dato che non hanno né cucina né musica, sarà in fine che i gatti non sono uomini, ma questa è una cosa, come dire, risaputa, invece non so ancora come definire l’impressione che ho avuto rispetto alla consapevolezza di questi esseri privi di storia che ci girano intorno e per i quali non cambia nulla da secoli.