Non c’è follia più grande che credersi un io – spunti per darsi una regolata

Nessuno dice nulla di nuovo, sopratutto se quello di cui blatera riguarda fenomeni culturali che vanno oltre la propria sfera personale.
Come ebbe a dire Heidegger, “noi non parliamo un linguaggio, ma siamo parlati dal linguaggio”. I pensieri e le parole sono nell’aria, li raccogliamo come fossero mele dagli alberi e poi diciamo che sono nostri, quando in realtà non appartengono a nessuno. Le povere individualità che pensiamo di essere, i nostri fragili io, sono solo canali attraversati dal grande flusso della cultura in cui viviamo, dispositivi di orientamento che danno l’impressione di essere qualcuno o qualcosa, di avere una identità, ma in realtà non siamo nessuno, non possediamo nulla, nemmeno i nostri pensieri, nemmeno noi stessi.
L’io è solo una rappresentazione immaginifica di Sé, perciò non credeteci troppo quando cominciate una frase con “io penso” o “io sono”. Come suggerì Lacan, e adesso la smetto con le citazioni, ma le uso giusto per confermare il fatto che non diciamo nulla di nuovo: “non c’è follia più grande che credersi un io”.

 

Deserti

In molte tradizioni religiose le figure messianiche si ritirano in luoghi isolati o scompaiono per mesi. Maometto va a vivere in una grotta sul monte Hira, Buddha trascorrerà anni di ascesi in lande desolate, Gesù vagherà per quaranta giorni nel deserto in preda alle tentazioni del Male e alla miseria della solitudine.

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L’immagine del deserto ritorna sempre come un luogo da attraversare per mettersi alla prova e discernere la propria voce tra quelle che assediano lo spirito.


È un’esperienza di perdita, di smarrimento, ma anche di riconquista di sé


 

vasi

Scissione e abbandono delle forme inautentiche dell’essere, riscoprerta di una solidità centrale nella quale si annientano le forze disgreganti prodotte dalle attività caotico/pulsionali della società.
 

Versione 2

Essere nel deserto significa fare deserto di sé, svuotarsi dalle forme rigide dell’io per assumere la dimensione impersonale che abbiamo in comune con la pianta e l’animale.
Nel Deserto non c’è forma ideologica da raggiungere.
È un luogo senza lotta, superficie liscia nella quale i fenomeni si equivalgono in un territorio immobile ed eterno.
È nel Deserto che si comprende come il concetto di infinito non è solo una produzione metafisica dell’intelletto, ma una dimensione reale che si può sperimentare materialmente. 
 

Diciamo “no” alla natura (una constatazione)

A noi, della natura, ce ne frega poco o nulla. Ha sempre occupato un posto trascurabile nei nostri affari, e se dobbiamo metterla da parte, lo facciamo senza troppi problemi.
Per essere semplici: dobbiamo espletare i nostri bisogni? Potremmo farli nell’aiuola del ristorante, ma diciamo un severo no all’istinto, ci tratteniamo, andiamo in bagno, e se non possiamo andare in bagno ce la teniamo. Semplice. Naturale, non lo è per nulla.
Preferiremmo farcela addosso piuttosto che passare per qualcuno che non sa trattenere gli stimoli. Preferiamo essere accettati socialmente anzichè soddisfare bisogni immediati e “naturali” che ci farebbero capitolare nel regime degli animali. Anche se la perdiamo di continuo, la cosa alla quale teniamo di più è probabilmente la dignità, altro che la natura.
La cosa più naturale che facciamo è dirgli di “no”, e questo energico “no” ci lancia subito in una dimensione morale. Poter scegliere di non reagire agli impulsi, di non essere sottoposti alla dittatura dello stimolo, di trascendere il corpo con la mente, è la grande libertà dell’uomo.
A partire da questo “no” abbiamo costruito la società con tutti i suoi limiti e le sue regole. Abbiamo innalzato palazzi per “non” stare nelle grotte, macchine per “non” camminare, bottiglie per “non” andare al fiume (e anticipare in questo modo il bisogno di bere). Con il “no” alla natura prevediamo il futuro. Con il “no” abbiamo fondato non solo tutto quello che c’è ma anche tutto quello che non c’è. Oltre che morale, la questione è pure onotologica.
Dicendo no all’ambiente circostante, cosa che facciamo continuamente, apriamo un mondo infinito di possibilità immaginarie ma reali, e tutto il nostro lavoro, la nostra angoscia, che è anche la nostra libertà, sta nel cercare di far diventare questa potenzialità attuale. Negare la natura è il primo atto con il quale l’uomo si fa uomo.

DICIAMO “NO” ALLA NATURA, ODE AL SUPERFLUO (Parte prima)

Esistono persone grasse, ma avete mai visto un cavallo obeso correre libero per i campi? L’obesità può essere una cosa normale negli umani, ma non è una cosa “naturale”. La gente non mangia perché ha fame, la gente mangia perché desidera di più rispetto a ciò che la natura offre. È questa la nostra malattia endogena. Siamo vuoti e non sappiamo come riempirci. Ma cosa crea questo vuoto? Di certo non la natura, essa non ha mancanze da colmare. Un cavallo non vuole nulla al di là di ciò che la natura gli dà.
La mancanza è la nostra essenza. Da quando abbiamo perso la pelliccia, abbiamo dovuto inventare i vestiti per coprirci e il fuoco per scaldarci. Nessun altro animale fa cose del genere, nessuna altra specie ha il fuoco.
Ribellandoci, dicendo “no” al freddo naturale dell’inverno, abbiamo immaginato il caldo e elaborato una strategia per ottenerlo.
Noi siamo esseri desideranti perché siamo profondamente mancanti e adesso, a colmare questa mancanza, ci pensa il capitalismo, producendo cose da consumare per la nostra fame bulimica di essere qualcuno possedendo qualcosa.