I morti di Covid

Credo che una delle cose più crudeli di questo periodo sia l’impossibilità di seppellire i propri morti. Dover sospendere la forza simbolica del passaggio con cui la psiche cerca di proteggersi dalla devastazione della perdita, mancare il rito più antico e importante della vita umana, come ci ricordavano già i greci con l’Antigone disperata per non poter seppellire suo fratello Polinice.
Perché senza l’esposizione all’oggetto della scomparsa, senza il culto del corpo nella sede del suo riposo eterno, non si può cominciare il processo di elaborazione del lutto, che è necessario per assimilare il dolore, per trasformarlo e accettarlo. Si rimane sospesi. Questa è la tragedia, il trauma più difficile da superare per chi purtroppo ha dovuto viverlo. E mi dispiace. Un pensiero oggi va a loro.

Non c’è follia più grande che credersi un io – spunti per darsi una regolata

Nessuno dice nulla di nuovo, sopratutto se quello di cui blatera riguarda fenomeni culturali che vanno oltre la propria sfera personale. 

Come ebbe a dire Heidegger

“noi non parliamo un linguaggio, ma siamo parlati dal linguaggio.”

I pensieri e le parole sono nell’aria, li raccogliamo come fossero mele dagli alberi e poi diciamo che sono nostri, quando in realtà non appartengono a nessuno.

Le povere individualità che pensiamo di essere, i nostri fragili io, sono solo canali attraversati dal grande flusso della cultura in cui viviamo, dispositivi di orientamento che danno l’impressione di essere qualcuno o qualcosa, di avere una identità, ma in realtà non siamo nessuno, non possediamo nulla, nemmeno i nostri pensieri, nemmeno noi stessi. 

L’io è solo una rappresentazione immaginifica di Sé.

Perciò non credeteci troppo quando cominciate una frase con “io penso” o “io sono”.

Perché come suggerì Lacan

“non c’è follia più grande che credersi un io”.


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Deserti

In molte tradizioni religiose le figure messianiche si ritirano in luoghi isolati o scompaiono per mesi. Maometto va a vivere in una grotta sul monte Hira, Buddha trascorrerà anni di ascesi in lande desolate, Gesù vagherà per quaranta giorni nel deserto in preda alle tentazioni del Male e alla miseria della solitudine.

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L’immagine del deserto ritorna sempre come un luogo da attraversare per mettersi alla prova e discernere la propria voce tra quelle che assediano lo spirito.


È un’esperienza di perdita, di smarrimento, ma anche di riconquista di sé


 

vasi

Scissione e abbandono delle forme inautentiche dell’essere, riscoprerta di una solidità centrale nella quale si annientano le forze disgreganti prodotte dalle attività caotico/pulsionali della società.
 

Versione 2

Essere nel deserto significa fare deserto di sé, svuotarsi dalle forme rigide dell’io per assumere la dimensione impersonale che abbiamo in comune con la pianta e l’animale.
Nel Deserto non c’è forma ideologica da raggiungere.
È un luogo senza lotta, superficie liscia nella quale i fenomeni si equivalgono in un territorio immobile ed eterno.
È nel Deserto che si comprende come il concetto di infinito non è solo una produzione metafisica dell’intelletto, ma una dimensione reale che si può sperimentare materialmente. 
 

Pratiche di ascolto attivo

Se vogliamo davvero comprendere qualcuno dovremmo fare uno sforzo creativo e immaginare cosa pensa mentre ci parla. Ascoltare attivamente significa ricreare nella nostra mente l’ambiente emotivo dell’altro e riuscire a leggerlo tra le righe.

Dovremmo provare a indovinare, a reinterpretare le parole che sentiamo, perché è in questa capacità creativa che si sviluppa la fiducia, la comprensione, l’empatia e una comunità solida tra esseri umani.

Per ascoltare attivamente non basta disporre l’orecchio alla vocalità dall’altro.

Questa è una forma passiva di ascolto che riguarda solo aspetti logici e superficiali della comprensione.

Per ascoltare attivamente è necessario sforzarsi a estrarre immagini mentali vicine ai contesti dove l’altro agisce e ricostruirne i modelli d’azione.

Se uno vi dice “sono stanco di andare a lavoro”, invece di rispondere con frasi del tipo: “sai? se non lavori non mangi”, che banalizzano l’esperienza altrui e lo ricacciano velocemente in sé stesso, proviamo a immaginare la sua frustrazione, a pensare che forse vorrebbe fare altro nella vita o che non ha un buon rapporto con i colleghi.

Se riusciamo a spiegare le immagini che stanno dietro le sue parole, si sentirà compreso e magari la prossima volta avrà più voglia di andare a lavoro, sopporterà meglio la frustrazione, quantomeno non si sentirà solo.

È un modo per offrire all’altro un sostegno, per perdersene cura, per dargli una boccata d’aria psicologica.

Questo genere di comprensione fa crollare le forme oppositive che ci atomizzano e ci allontanano, creando invece un luogo aperto nel quale si respira insieme.

Chi ci comprende a questo livello aumenta le riserve di fiducia che noi gli riponiamo, perché fa si che quanto è importante per noi lo è anche per lui.

Nella pratica dell’ascolto attivo la logica è utile per capire il discorso, l’immaginazione per comprendere lo spirito. È lo stesso principio che sta alla base della letteratura. Leggere non è mai un’attività passiva. L’autore delinea il carattere del personaggio con poche parole, il resto lo facciamo noi con la nostra immaginazione. È così che si viene a creare una speciale alleanza tra lo scrittore e il lettore, una vera e propria amicizia, una comunità.

Come diceva Salinger attraverso le parole del giovane Holden, “quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”. Non è un caso infatti che leggere sviluppi l’empatia, la comprensione e la solidarietà tra chi il lettore e l’autore.

Capita che la gente parli per ore senza capirsi.

Nel migliore dei casi ognuno aspetta che l’altro finisca per intervenire e rispondere. Si pensa a quello che si deve dire invece di ascoltare ciò che viene detto. Ci si autoesclude dalla relazione facendo all’altro il nostro dettato autobiografico. Così ognuno rimane per sé, dentro la propria bolla autistica.

Non c’è rapporto anche se si sta insieme, non c’è comunità, ma c’è sempre l’uno-senza-l’altro, due individualità che cercano di avere ragione, anziché venirsi incontro e trovare un luogo comune di accoglienza e comprensione.

Questo succede perché mentre si parla siamo ancora nel gioco dell’io, al quale interessa solo imporsi, avere un’acquisizione sull’altro, differenziarsi, non subirlo, provando anzi continuamente a escluderlo per affermare se stesso.

Laddove c’è la presenza dell’io, infatti, non c’è mai spazio per l’altro. In questo senso è pratico evitare l’autobiografia se si vuole entrare davvero nell’universo di un’altra persona.

Pensiamo che mettersi nei panni dell’altro significhi ricondurre tutto alla propria esperienza, fare un salto nella memoria per rivivere una situazione simile a quella che ci viene raccontata e poter dire “so come ti senti perché è successo anche a me”. Pensieri del genere non sono funzionali ai fini di una comprensione reciproca, perché l’attenzione è ancora diretta verso i nostri contenuti interni.

La parola dell’altro non riuscirà a penetrarci perché siamo chiusi in noi stessi, nel nostro mondo, nei nostri modelli d’azione. Lo stesso succede quando facciamo qualcosa per qualcuno a cui vogliamo molto bene, ma le nostre azioni non producono alcun effetto desiderato. L’altro rimane triste se volevamo sollevarlo oppure indifferente ai nostri sforzi.

Qui siamo ancora dentro ai nostri schemi, facciamo ancora quello che piacerebbe esser fatto a noi, non all’altro. Per mettersi nei panni di un’altra persona è necessario spogliarsi prima dei propri, svuotarsi di sé, uscire dai paradigmi personali per entrare in quelli di chi abbiamo di fronte, far cadere le sovrastrutture pregiudiziali con le quali interpretiamo il mondo, noi stessi e gli altri.

Fare il vuoto di sé significa creare uno spazio propedeutico all’accoglienza dell’altro in modo che ci riempia dalla sua alterità.

Questo processo di denudazione de-interiorizza l’esperienza di chi ascolta, producendo una larga zona ospitale dove l’altro si sente a casa.

Se ci si mette attivamente da parte invece di valutare con punti di vista soggettivi la storia di chi parla e si prova invece a descrivere ciò che vediamo attraverso le sue parole, egli troverà nelle nostre immagini elementi familiari al suo vissuto.

Più alto sarà il nostro desiderio di capire e di produrre i contorni della sua storia, più egli si sentirà compreso e si fiderà di noi. In questo modo aprirà le mura di cinta attorno a quell’area sensibile che cerca di difendere, senza avere il timore di fallire nel suo desiderio di essere accolto e riconosciuto. A questo punto si arriverà a un grado di scambio in cui le parole faranno a meno del loro significato informativo, perché porteranno un repertorio di immagini con il quale ci ritroveremo a vivere lo stesso scenario drammaturgico.

Nessuno dei due potrà più sentirsi escluso, incompreso o isolato in questo nuovo mondo mentale, immaginario e reale che condividiamo. Nella comunicazione attiva io e non-io si mescolano senza confondersi. Ognuno rimane ben saldo in sé proprio perché la relazione stabilizza la coscienza degli interlocutori in un gioco di riconoscimento reciproco. È lo sguardo attento dell’altro che ci fa esistere dandoci consistenza e dignità.

Nello spazio creato dell’immaginazione, i soggetti riescono a combinarsi in una terzietà che li comprende e li dissolve. L’opposizione binaria io-io viene così contenuta nell’unità della relazione.

Il due si fa uno nel tre del rapporto.

Allora si crea una comunità empirica e trascendentale nella quale nessuno lavora più per sé, ma lo sforzo è diretto verso l’altro, in una nuova unità sinergica protratta nell’immaginazione. Per questo dal momento in cui costruiamo immagini per altri le viviamo anche noi. La comprensione che scaturisce da un ascolto attivo è sempre reciproca.

Quando si capisce si è anche capiti. Così sarà possibile parlare con la stessa voce, vivere la stessa condizione esistenziale in una mimesi dinamica che si sviluppa reciprocamente nelle nostre menti. Nell’ascolto attivo il dialogo non assume la forma di una notifica da schedulare, ma diviene comunicazione di una profondità diretta da anima a anima. L’ascolto attivo è un modo per creare in ogni momento una reazione intima alla solitudine.

È terapeutico non solo per chi parla ma anche per chi ascolta.

Sbilanciare l’attenzione sull’altro ci alleggerisce dalle tensioni che provengono dal nostro interno perché ci obbliga a uscire fuori di noi e trovare nell’altro un’area comune di riconoscimento. Spesso gli stati depressivi consistono proprio nell’introiezione delle energie psichiche con le quali avremmo dovuto investire gli oggetti esterni per farli centri del nostro interesse.

Più si alimenta questa interiorità con energie che sarebbero dovute fluire fuori, più viviamo il senso di separazione dal resto delle cose. Spostare l’attenzione sugli altri significa creare nuovi stimoli, riattivare l’interesse per il mondo. L’ascolto attivo, come capacità di rispecchiamento dell’uno nell’altro, è anche una forma di resistenza a un genere di esclusione forzata che comporta il vivere contemporaneo.

Esiste una volontà di individualizzazione messa in atto da un potere che ci allontana continuamente e che riduce l’esistenza e ogni forma di sofferenza a un fatto privato. Immaginare cosa l’altro pensa mentre ci parla, avere la più sincera volontà di capirlo, è un modo per aprire una prossimità all’interno della quale si scopre una vicinanza emotiva e un immaginario comune che non riuscivamo a vedere.

Con il dissolversi delle grandi opposizioni politiche, sia il potere sia la resistenza diventano localizzati. Laddove si esprime un potere è possibile perciò opporre una resistenza. In questo senso l’ascolto attivo porta con sé una dimensione politica, si fa azione, creando in ogni momento nuclei di comunità solide, spontanee e di resistenza basate su relazioni profonde, nelle quali annientare le forze disgreganti prodotte da una società che teme sempre di più i legami umani.

Ascoltare attivamente significa infatti partecipare all’esistenza altrui dandogli in dote doni preziosi, ma allo stesso tempo più che reperibili, come l’attenzione, la creatività e l’immaginazione.

Possiamo praticare l’ascolto attivo in ogni circostanza, con amici o sconosciuti, e creare, appena ne abbiamo l’occasione, delle comunità agili e resistenti, non sulla base di un accordo ideologico, ma sulla capacità creativa che ogni essere umano possiede di immedesimarsi nell’esperienza dell’altro attraverso l’immaginazione e l’ascolto.

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