Emoticons – alfabetizzazione emotiva

Quando leggiamo frasi con elementi figurativi del tipo “sei la gioia del mio ❤️”, si può notare come il fattore immagine interrompa per un attimo il pensiero discorsivo, introducendo un sistema simbolico diverso da quello linguistico, che rallenta il processo di comprensione logico-razionale di ciò che si sta leggendo.

Provate infatti a leggere la frase “sei la gioia del mio ❤️”, vi accorgerete che per un momento il sistema di elaborazione del pensiero rimane in silenzio perché si è costretti cambiare registro e a prendere tempo per interpretare la figura.

Solo dopo questo periodo di sospensione del significato si riesce a pronunciare nella mente la parola “cuore”. Diverso è se leggete la frase “sei la gioia del mio cuore”, scritta per intero con le parole. In questo caso la comprensione è fluida e senza intoppi.

Paradossalmente, per quanto la comunicazione visiva sia più veloce di quella linguistica, l’emoticon rallenta la comprensione logica e immediata di ciò che si legge. Il rischio, se così si può chiamare, ma che comunque può essere annunciato dato l’uso e la comparsa sempre più pervasiva delle emoticons nei discorsi digitali (se discorsi si possono chiamare) è quello della mancata comprensione logico-razionale delle emozioni.

L’irrigidimento dell’emozione nell’icona standard dell’emoji, impedisce l’alfabetizzazione di ciò che sentiamo e perciò anche la capacità di conoscere gli stati emotivi che stiamo vivendo.

Comunicare verbalmente le emozioni ci permette di comprendere, di organizzare, di prendere atto, di capire razionalmente cosa ci succede, di sapere perché stiamo vivendo questa emozione e quindi di essere in grado di comportarci di conseguenza, secondo i principi logico – razionali con i quali è costituita la lingua e il nostro sistema di valori.

Se lasciamo che la lingua si impoverisca o che assuma forme ancora più rigide, rischiamo di perdere il controllo sulle esperienze emotive che viviamo e di adeguare ogni sfumatura delle emozioni in un 🙂

Differenze animali

A proposito dello scimpanzé che citate sempre come esempio di intelligenza, nell’esperimento dello psicologo gestaltista Wolfgang Köhler del 1917, lo scimpanzé, dopo vari tentativi andati a vuoto, ispeziona lo spazio circostante fino a trovare un bastone abbastanza lungo da arrivare alla tanto desiderata banana. In un certo senso, perciò, riorganizza la sua esperienza dell’ambiente per raggiungere uno scopo, proprio come fanno gli umani a un certo livello della loro intelligenza.
È un guizzo, una intuizione, che ci fa dire: Hey! è intelligente il tipo! tuttavia, quando gli si mettevano vicini due bastoni più piccoli che, se uniti, avrebbero coperto la stessa distanza tra la sua mano e la banana, lo scimpanzé non riusciva a compiere il passaggio, cioè non era in grado di usare utensili per costruirne degli altri. Come è facilmente osservabile, lo scimpanzé non batte il ferro per creare un cacciavite e non usa il cacciavite per comporre un trapano. La sua esperienza e il suo apprendimento sono limitati all’ambiente circostante e la sua attività sempre è contingente e localizzata. Il bastone lo trova lì e lì lo lascia quando finisce di prendere la banana, non lo conserva nel ripostiglio degli attrezzi, perché per lo scimpanzé non esiste mondo al di là di quello che esperisce nel qui e ora e se ha una piccola intuizione sul futuro, questa è circoscritta in un breve tempo o è addirittura assente. Se questo vale per lo scimpanzé che è un primato, figuriamoci per altre specie meno “evolute”. L’animale non si trascende, non ha futuro, non immagina scenari nei quali l’indomani gli servirà il bastone, non progetta, l’animale reagisce al presente di ciò che gli succede, per queste ragioni non può neppure essere consapevole né conoscere o sapere quello che sta facendo, proprio perché per un certo grado di apprendimento è necessaria memoria episodica e procedurale, quindi anche capacità di andare indietro e in avanti nel tempo a partire dalla consapevolezza dello stato attuale, la quale, per ottenerla è necessario scomporre la coscienza in oggetto e soggetto della percezione, cosa che l’animale non può fare poiché vive in un continuum percettivo che fa perdere i confini della sua apparizione nel mondo confondendo i limiti tra ciò che è suo e ciò che non lo è. (Su questo entra in gioco la facoltà del linguaggio, della quale gli animali sono sprovvisti, ma ciò non è argomento di questo post) So che con un commento o un post su Facebook non possono esaurire il discorso. Probabilmente dovrei scrivere un saggio per convincervi, nel frattempo vorrei però precisare che non riconosco alcuna qualità umana né agli animali né tanto meno alle piante ed proprio per questo che mi stupiscono, che li amo e li rispetto, perché sono assolutamente diversi da me. Costringerli ad assumere caratteristiche umane, anche solo nel pensiero, quali per esempio la capacità di conoscere o di essere autoconsapevoli, sarebbe una violenza, un plagio, mi metterebbe in una posizione di superiorità, innalzandomi a modello di riferimento, come se tutto avesse dignità solo perché mi somiglia. Lasciamo che gli animali esistano per quello che sono, cioè: animali.

Differenze di Genere

Allora ragazzi/e (Scusate se interrompo subito il discorso ma questa cosa va detta adesso sperando di non doverla ripetere più. Mi dà molto fastidio leggere o dover mettere ogni volta la stanghetta “/ ” o l’asterisco ” * ” davanti a un sostantivo maschile per citare anche il genere femminile in modo da rivolgermi a tutti come ho appena fatto cominciando la frase con “ragazzi/e”. Si sfasa la scrittura, la mente inciampa, alla fine leggo sempre “ragazzie”, e mi dà noia, perciò, fino a quando un filologo, la Crusca, o un non so chi non escogita un modo per chiamare in causa entrambi i sessi con una sola parola, io userò “ragazzi” o “signori” per rivolgermi agli esseri umani di entrambi i sessi, mentre scriverò “ragazze” o “signore”, e così via, se voglio rivolgermi solo alle “ragazze” o alle “signore”, senza aggiungere ulteriori desinenze.
Non me ne vogliate, è solo una questione di stile. Poi va bene, potete dirmi che lo stile e la lingua veicolano sempre significati politici, che sono delle scelte precise e tutto quanto, ma ciò non è argomento di questo post.
Inoltre, non è che uno per essere politicamente corretto deve essere grammaticalmente scorretto. L’italiano non ha il genere neutro, fatevene una ragione, oppure fatevi eleggere e cambiate le regole…
Ma al di là delle regole, qui ci va di mezzo proprio il campo della cognizione, della percezione delle parole e dei significati. Potrei chiamarvi “persone” e dire “Allora p-e-r-s-o-n-e, facciamo questa cosa…” Potrei chiamarvi “esseri viventi” e cominciare il discorso dicendo “Allora esseri viventi, come va oggi?”, ma mi pare che il senso debordi.
“Ragazzi” in effetti può fare un po’ troppo anni novanta, ma io ancora uso questa espressione e quindi se qualcuno ha altri metodi per aggirare o risolvere il problema linguistico me li comunichi. Intanto continuerò a scrivere al maschile per rivolgermi a TUTTI e al femminile per rivolgermi SOLO alle donne. Vorrei inoltre che lo faceste pure voi, ma so di chiedere troppo. Sono anni che mi porto dietro sta pena. Mi si intorta il cervello a leggere sempre “ragazzie”), dicono che se vogliamo fare qualcosa, la mente preferisce i verbi del tipo “io voglio”, “io posso”, anziché io “devo”. Si sa che i doveri non piacciono a nessuno e questo la mente lo sente. I doveri rallentano, le volontà scorrono dritte al punto e si può agire con più fluidità.

Ghostwriter Mentalcoach

Sto aiutando un cliente a scrivere un libro su di sé e sulla sua professione, in qualità di editor e ghostwriter. Questa persona fa un lavoro molto particolare: è un mentalcoach, una specie di allenatore della mente per manager e professionisti.
Al di là delle considerazioni politiche che si possono fare su un discorso che prende in esame i sentimenti del capitale umano per metterli a produzione, ci sono tre principi fondamentali su cui vale la pena soffermarsi: la self Awareness, cioè la consapevolezza del proprio stato attuale, la self Direction, ovvero la direzione che si vuole intraprendere una volta consapevoli e la self Management, la capacità di gestirsi sulla via dell’obiettivo.
Il manuale non si riferisce solo ai top manager che vogliono costruirsi una leadership basata su principi etici, ma anche a gente come noi che a volte non sa dove andare.
Ho sempre diffidato delle tecniche di ottimizzazione del sè, ma devo dire che sto imparando delle cose molto utili, almeno fino a quando il capitalismo continuerà ad appropriarsi della dimensione psichica e spirituale degli uomini per metterla a valore.
Il libro uscirà prima dell’estate, si spera. Nell’attesa di una nuova era socialista che ci libererà dall’imperativo della performance, potreste leggerlo.

Sanremo critica e Mahmood

Per quanto possano sembrare alla mercé di tutti, i giudizi sulle questioni culturali, come la musica o l’arte in generale, non sono opinabili se il nostro parere non segue un metodo scientifico altrettanto serio quanto quello che ha seguito la persona preparata a formularli.
Il critico musicale è consapevole di ciò che sceglie e delle conseguenze che le sue opinioni hanno sulle persone, sulla qualità dei loro ascolti. Nel suo campo ha la stessa dignità di un medico che vi prescrive una pillola.
Il critico comprende la qualità, i mezzi, il lavoro che sta dietro a ciò che elegge come buono e giusto. Il critico sa quello che fa. Ha studiato, ha ascoltato, non è arrivato di fronte alla tv per una consuetudine popolare. Non torna a guidare il tram dopo Sanremo. Torna a studiare, a scrivere, a ascoltare per il resto dei suoi giorni. Dedica la sua vita alla materia, per discernere e capire sempre più a fondo i motivi, le inclinazioni, i contesti. Per questo lo specialista in fatti culturali ha anche una responsabilità sociale, politica, ha il compito di dirigere il gusto, di mostrare una via perseguibile per il bene dell’orecchio comune.
Ha la stessa rispettabilità di un ingegnere quando progetta un ponte. Nel suo campo sa cosa è bene e cosa è male, e lo sa più di noi. Non c’è motivo perciò di vergognarsi, né tanto meno di indignarsi, ma si può solo accettare con umiltà la sua posizione e provare a capire. Uno nei fatti culturali può permettersi di dire che qualcosa non piace, basandosi su una sensazione superficiale che nulla ha in comune con l’ascolto profondo, regolato da un rigoroso metodo di indagine. Certo, il critico può sbagliare, ma la nostra sensazione e la nostra opinione senza struttura hanno la stessa consistenza del fiato sprecato. Inoltre, se sbaglia lo specialista, figuriamoci noi, che non ne sappiamo nulla.

Qui sotto la canzone di uno che sa cantare. Mahmood

 

Non c’è follia più grande che credersi un io – spunti per darsi una regolata

Nessuno dice nulla di nuovo, sopratutto se quello di cui blatera riguarda fenomeni culturali che vanno oltre la propria sfera personale. 

Come ebbe a dire Heidegger

“noi non parliamo un linguaggio, ma siamo parlati dal linguaggio.”

I pensieri e le parole sono nell’aria, li raccogliamo come fossero mele dagli alberi e poi diciamo che sono nostri, quando in realtà non appartengono a nessuno.

Le povere individualità che pensiamo di essere, i nostri fragili io, sono solo canali attraversati dal grande flusso della cultura in cui viviamo, dispositivi di orientamento che danno l’impressione di essere qualcuno o qualcosa, di avere una identità, ma in realtà non siamo nessuno, non possediamo nulla, nemmeno i nostri pensieri, nemmeno noi stessi. 

L’io è solo una rappresentazione immaginifica di Sé.

Perciò non credeteci troppo quando cominciate una frase con “io penso” o “io sono”.

Perché come suggerì Lacan

“non c’è follia più grande che credersi un io”.

Vino – Percezione, linguaggio e assaggio. Analisi sensoriale al limite

Gli ospiti sconosciuti seduti al mio tavolo ordinarono un vino di non so quale pregiata cantina. Mi consigliarono di smettere con quello che stavo bevendo e di cambiare bicchiere, per assaggiare la bottiglia appena stappata.
Io non ho mai capito nulla di vini. Comprendo solo se uno mi piace oppure no, ma a questo ci arrivano tutti. Per il resto potrei bere cose che si fermano a un attimo prima dell’aceto, e non farebbe alcuna differenza per il mio palato. Gli ospiti mi suggerirono di stare attento stavolta a ciò che avrei provato e di ricollegare le sensazioni suscitate dal vino ad antiche memorie, per vedere cosa ne veniva fuori, quale interpretazione, quale sinestesia, ma sopratutto quale mia abilità nel leggere il senso di ciò che stavo gustando, dato che mi stavano mettendo alla prova sin dal pomeriggio.
È così che si decifra la qualità e l’intensità del vino, a partire dalle proprie esperienze, mi disse quello che versava, è in questo modo che dentro puoi trovare il sapore acido del becco della molfetta e l’asprezza del muschio sulla corteccia dell’arancio. Provai, ero già al terzo bicchiere del mio buon Syrah scelto a caso dalla carta, se risalivo alle vecchie memorie mi veniva solo l’angoscia e forse anche per noia non seguii il metodo suggerito. Ho detto loro che in quel momento preferivo affidarmi ad altre sensazioni procurate dal vino, all’incoscienza, forse; che di meditare e ricordare, proprio quella sera, non ne avevo voglia. Passai per sciatto, inabile a processare i sensi con l’intelletto; io, guardato dall’alto in basso da quei quattro intenditori in posa, da quei quattro burini vestiti bene. Mezz’ora dopo, quando eravamo già tutti belli alticci, rimediai con una dissertazione sul rapporto tra percezione e linguaggio in Brodovskij e Neillsam. Quello era il tema, ma non dissi nulla di sensato a riguardo. Inventai teorie di sana pianta, così come i dati e i nomi di filosofi mai esistiti tipo Brodovskij e Neillsam, appunto. Probabilmente il vino mi dava una certa sicurezza nell’esporre tali falsità e supercazzole che i miei commensali ci credettero, confermando tutte le ipotesi e le conclusioni avanzate con cenni di assenso e compiacimento, e fu subito chiaro che si intendevano anche di quello.
Provai tenerezza per loro e mi sentii un po’ in colpa per averli presi in giro. Dichiarai a me stesso che era una rivincita di basso livello e che ero molto lontano dall’idea di saggezza che cercavo di perseguire nei rapporti con gli altri. Tuttavia diventammo amici per quella sera. Non li rividi mai più.
Roma, ottobre 2018

Oki, mal di testa e trascendenza

Mi sono appena svegliato e sto aspettando che salga il caffè. Nel frattempo potete prendere un Oki se avete mal di testa, a stomaco pieno però. Io ne prenderò uno dopo pranzo, infatti. Cerco sempre di posticipare l’assunzione di medicinali, almeno fino a quando il dolore non si placa da sé. A volte me lo tengo per un giorno intero, non perché mi piaccia soffrire o perché io sia contro i rimedi farmaceutici, ma perché resistere è giusto. Resistenza è il dominio della trascendenza, la grande possibilità dell’uomo di rendersi libero, di andare oltre la sua fisiologia e di dire “no”, non ci sto. È un’ottima disciplina, è libertà. Differite l’oki se potete, per vincere su voi stessi e sulla natura.

Deserti

In molte tradizioni religiose le figure messianiche si ritirano in luoghi isolati o scompaiono per mesi. Maometto va a vivere in una grotta sul monte Hira, Buddha trascorrerà anni di ascesi in lande desolate, Gesù vagherà per quaranta giorni nel deserto in preda alle tentazioni del Male e alla miseria della solitudine.

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L’immagine del deserto ritorna sempre come un luogo da attraversare per mettersi alla prova e discernere la propria voce tra quelle che assediano lo spirito.


È un’esperienza di perdita, di smarrimento, ma anche di riconquista di sé


 

vasi

Scissione e abbandono delle forme inautentiche dell’essere, riscoprerta di una solidità centrale nella quale si annientano le forze disgreganti prodotte dalle attività caotico/pulsionali della società.
 

Versione 2

Essere nel deserto significa fare deserto di sé, svuotarsi dalle forme rigide dell’io per assumere la dimensione impersonale che abbiamo in comune con la pianta e l’animale.
Nel Deserto non c’è forma ideologica da raggiungere.
È un luogo senza lotta, superficie liscia nella quale i fenomeni si equivalgono in un territorio immobile ed eterno.
È nel Deserto che si comprende come il concetto di infinito non è solo una produzione metafisica dell’intelletto, ma una dimensione reale che si può sperimentare materialmente. 
 

Gattonormale

Mentre guardo alcune foto d’epoca dall’album di una famiglia di sconosciuti, mi rendo conto che un gatto di duecento anni fa, tenuto in braccio da una signora con un corpetto di seta ricamato sui bordi e le maniche di un vestito che ormai nessuno indosserebbe più, è uguale in tutto e per tutto a un gatto di adesso. Stessa posa, stessa pelliccia. Un gatto normale, di quelli che puoi vedere tutti i giorni per strada. catb

Non è la prima volta che vedo un gatto in una foto antica, però solo ora mi rendo conto della loro esistenza sincronica tra presente e passato. Sono esseri senza tempo e questo per me fa dei gatti, e di tutti gli animali in generale, entità ancora più misteriose, anime eterne e incomprensibili, assolutamente diversi da me. Sarà che i gatti non indossano vestiti, sarà che non hanno moda e neppure cultura, né linguaggi e né influenze di altre società di gatti che portano nuovi stili di vita e scoperte culinarie o musicali, dato che non hanno né cucina né musica, sarà in fine che i gatti non sono uomini, ma questa è una cosa, come dire, risaputa, invece non so ancora come definire l’impressione che ho avuto rispetto alla consapevolezza di questi esseri privi di storia che ci girano intorno e per i quali non cambia nulla da secoli.