Vino – Percezione, linguaggio e assaggio. Analisi sensoriale al limite

Gli ospiti sconosciuti seduti al mio tavolo ordinarono un vino di non so quale pregiata cantina. Mi consigliarono di smettere con quello che stavo bevendo e di cambiare bicchiere, per assaggiare la bottiglia appena stappata.
Io non ho mai capito nulla di vini. Comprendo solo se uno mi piace oppure no, ma a questo ci arrivano tutti. Per il resto potrei bere cose che si fermano a un attimo prima dell’aceto, e non farebbe alcuna differenza per il mio palato. Gli ospiti mi suggerirono di stare attento stavolta a ciò che avrei provato e di ricollegare le sensazioni suscitate dal vino ad antiche memorie, per vedere cosa ne veniva fuori, quale interpretazione, quale sinestesia, ma sopratutto quale mia abilità nel leggere il senso di ciò che stavo gustando, dato che mi stavano mettendo alla prova sin dal pomeriggio.
È così che si decifra la qualità e l’intensità del vino, a partire dalle proprie esperienze, mi disse quello che versava, è in questo modo che dentro puoi trovare il sapore acido del becco della molfetta e l’asprezza del muschio sulla corteccia dell’arancio. Provai, ero già al terzo bicchiere del mio buon Syrah scelto a caso dalla carta, se risalivo alle vecchie memorie mi veniva solo l’angoscia e forse anche per noia non seguii il metodo suggerito. Ho detto loro che in quel momento preferivo affidarmi ad altre sensazioni procurate dal vino, all’incoscienza, forse; che di meditare e ricordare, proprio quella sera, non ne avevo voglia. Passai per sciatto, inabile a processare i sensi con l’intelletto; io, guardato dall’alto in basso da quei quattro intenditori in posa, da quei quattro burini vestiti bene. Mezz’ora dopo, quando eravamo già tutti belli alticci, rimediai con una dissertazione sul rapporto tra percezione e linguaggio in Brodovskij e Neillsam. Quello era il tema, ma non dissi nulla di sensato a riguardo. Inventai teorie di sana pianta, così come i dati e i nomi di filosofi mai esistiti tipo Brodovskij e Neillsam, appunto. Probabilmente il vino mi dava una certa sicurezza nell’esporre tali falsità e supercazzole che i miei commensali ci credettero, confermando tutte le ipotesi e le conclusioni avanzate con cenni di assenso e compiacimento, e fu subito chiaro che si intendevano anche di quello.
Provai tenerezza per loro e mi sentii un po’ in colpa per averli presi in giro. Dichiarai a me stesso che era una rivincita di basso livello e che ero molto lontano dall’idea di saggezza che cercavo di perseguire nei rapporti con gli altri. Tuttavia diventammo amici per quella sera. Non li rividi mai più.
Roma, ottobre 2018

Oki, mal di testa e trascendenza

Mi sono appena svegliato e sto aspettando che salga il caffè. Nel frattempo potete prendere un Oki se avete mal di testa, a stomaco pieno però. Io ne prenderò uno dopo pranzo, infatti. Cerco sempre di posticipare l’assunzione di medicinali, almeno fino a quando il dolore non si placa da sé. A volte me lo tengo per un giorno intero, non perché mi piaccia soffrire o perché io sia contro i rimedi farmaceutici, ma perché resistere è giusto. Resistenza è il dominio della trascendenza, la grande possibilità dell’uomo di rendersi libero, di andare oltre la sua fisiologia e di dire “no”, non ci sto. È un’ottima disciplina, è libertà. Differite l’oki se potete, per vincere su voi stessi e sulla natura.

Deserti

In molte tradizioni religiose le figure messianiche si ritirano in luoghi isolati o scompaiono per mesi. Maometto va a vivere in una grotta sul monte Hira, Buddha trascorrerà anni di ascesi in lande desolate, Gesù vagherà per quaranta giorni nel deserto in preda alle tentazioni del Male e alla miseria della solitudine.

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L’immagine del deserto ritorna sempre come un luogo da attraversare per mettersi alla prova e discernere la propria voce tra quelle che assediano lo spirito.


È un’esperienza di perdita, di smarrimento, ma anche di riconquista di sé


 

vasi

Scissione e abbandono delle forme inautentiche dell’essere, riscoprerta di una solidità centrale nella quale si annientano le forze disgreganti prodotte dalle attività caotico/pulsionali della società.
 

Versione 2

Essere nel deserto significa fare deserto di sé, svuotarsi dalle forme rigide dell’io per assumere la dimensione impersonale che abbiamo in comune con la pianta e l’animale.
Nel Deserto non c’è forma ideologica da raggiungere.
È un luogo senza lotta, superficie liscia nella quale i fenomeni si equivalgono in un territorio immobile ed eterno.
È nel Deserto che si comprende come il concetto di infinito non è solo una produzione metafisica dell’intelletto, ma una dimensione reale che si può sperimentare materialmente. 
 

Gattonormale

Mentre guardo alcune foto d’epoca dall’album di una famiglia di sconosciuti, mi rendo conto che un gatto di duecento anni fa, tenuto in braccio da una signora con un corpetto di seta ricamato sui bordi e le maniche di un vestito che ormai nessuno indosserebbe più, è uguale in tutto e per tutto a un gatto di adesso. Stessa posa, stessa pelliccia. Un gatto normale, di quelli che puoi vedere tutti i giorni per strada. catb

Non è la prima volta che vedo un gatto in una foto antica, però solo ora mi rendo conto della loro esistenza sincronica tra presente e passato. Sono esseri senza tempo e questo per me fa dei gatti, e di tutti gli animali in generale, entità ancora più misteriose, anime eterne e incomprensibili, assolutamente diversi da me. Sarà che i gatti non indossano vestiti, sarà che non hanno moda e neppure cultura, né linguaggi e né influenze di altre società di gatti che portano nuovi stili di vita e scoperte culinarie o musicali, dato che non hanno né cucina né musica, sarà in fine che i gatti non sono uomini, ma questa è una cosa, come dire, risaputa, invece non so ancora come definire l’impressione che ho avuto rispetto alla consapevolezza di questi esseri privi di storia che ci girano intorno e per i quali non cambia nulla da secoli.

Io è un altro

Grazie

Sono entrato in un negozio per comprare il cappello bordò esposto in vetrina. Un cappello bordò, chissà quale tono avrei voluto darmi con un cappello bordò? (Lo so che bordò non si scrive bordò, ma mi scoccia scrivere bourdeaux perché è troppo lungo, perciò, per essere brevi, scrivo bordò, dato che ho già ripetuto tre volte il nome di questo colore e non vorrei ancora dilungarmi sul perché scrivo bordò anziché bourdeaux) comunque, a quel tempo avevo questa voglia di cappello bordò perché pensavo di
abbinarlo alle scarpe scamosciate beish viste esposte in un altro negozio.

Le scarpe scamosciate beish, chissà cosa mi passava per la testa, che tono avrei voluto darmi con le scarpe scamosciate beish? (Lo so che beish non si scrive beish, ma mi scoccia scrivere beige perché ha la stessa lunghezza di beish, quindi nell’ottica di una economia della comunicazione non cambia nulla, perciò lo scrivo come mi pare: beish. E poi questa è la mia pagina e se voglio inventare parole le invento senza ma, ok?)

Chissà che tono, perciò, avrei voluto darmi. Ma perché adesso mi piacciono le scarpe beish e il cappello bordò? Ho pensato. Forse la gente di queste zone influenza il mio gusto? Qui ci tengono al colore delle scarpe e non vorrei turbare il loro ordine estetico sbagliando abbinamento, perciò è probabile che il mio inconscio ritene che il beish e il bordò possono andare bene insieme, e infatti, appena ho visto il cappello bordò, ho detto subito me lo compro, anche se mi fa cacare, così i miei vicini saranno tranquilli.

Mi sacrifico, mortifico me stesso per loro, non c’è problema, che essere me stesso solo guai mi ha causato da queste parti. Quindi, state tranquilli, vicini, tranquilli che diventerò come voi. Sono entrato perciò in negozio, ho provato il cappello bordò, e mi stava malissimo, era perfetto per i miei vicini, proprio una merda. Mi guarderanno con altri occhi, ho pensato, i loro occhi, che stanno diventando i miei occhi, finalmente, che non voglio più sentirmi diverso da queste parti. Ma quando ho girato l’etichetta per vederne il prezzo, un calendario di emozioni, dall’uno dell’imbarazzo al ventinove della colpa, mi ha sovrastato, risolvendosi però in un trenta di orgoglio per il fatto che io io, proprio io, allora, sono un altro.

etica pratica

ciab
Mi era di fronte. Io con uno starter-pack da spiaggia fornito di tamburelli, asciugamano, libro, telefono. Lui, così. Con le mani aperte ad abbracciare il sole, e i piedi nella sabbia.
Si vedeva, era rilassato, cedeva il suo muscolo come la carne che aveva addosso: sporgenze lipidiche srotolate sulla intima fascia d’elastico a mutanda, che regge panza e sostanza. Godeva, del massaggio di sabbia, delle dunette asciutte che aderivano perfette alla sua curva plantare. Non potevano certo essere degli infradito a ostacolare il piacere al contatto. Non potevano certo essere ciabatte a evitare che il vento gli passasse tra le dita e le dita tra i capelli. Non poteva certo tenerle in mano, non poteva certo indossarle ai piedi.
Doveva portarle con sé, le ciabatte, senza abbandonarle in attesa su un frantume di pietra o in un covo d’arenaria. Altrimenti sarebbero state preda facile del gioco di ignoti o ladri di scarpe. Doveva tenerle perciò, lo avrebbero salvato poi al ritorno dalle punture di scoglio rotto, dai residui di roccia erosa dall’onda che sbatte e trasforma. Punge anche i calli a camminarci sopra, la roccia. Oppure dalla risalita scivolosa sulla banchina dopo il tuffo più alto, al tramonto, prima di tornare a casa. Camminava perciò così sulla riva, in mutande, con le ciabatte nelle mutande. L’uomo pratico che non rinuncia a nulla. L’uomo della conservazione e dell’accrescimento, l’uomo egheliano, l’uomo della Storia, l’uomo politico, l’uomo libero, l’uomo con le ciabatte nel culo.

Suca – breve analisi semiotico/geografica dell’espressione

L’espressione “suca” mette immediatamente l’altro in una condizione di subalternità. Se dico a qualcuno “Tu me la puoi s****e” significa che l’altro, in un determinato campo o a determinate condizioni, è talmente inferiore a me che può solo praticarmi del sesso orale, ovvero può solo s****e. Se continuiamo a usare correntemente questa espressione, rischiamo che qualcuno consideri la fellatio una pratica di sottomissione, prima ancora che un modo per dare piacere all’altro. Il verbo sucare può essere coniugato solo al maschile e quindi è legittimo che qualcuno guardi all’atto con sospetto.

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Img. di Alphachannelling

Nessuno sucherà più con disinvoltura se di volta in volta dovrà riconsiderare il suo ruolo all’interno della dinamica di potere espressa nell’oralità. La lingua è sempre stato il mezzo attraverso il quale il maschio ha esercitato la sua prepotenza nei secoli. Basta pensare al fatto che per indicare l’intera umanità si usa la parola “uomo” o che i nomi di molte professioni sono declinati solo al maschile. Forse potremmo dire “lecca” al posto di “suca” per dare parità di genere all’insulto, ma sarebbe ridicolo quanto dire “magistrata” o “presidenta”, e non c’è proprio paragone tra un bel “suuuucaaa!” e un soave “leccamela”.
Il dilemma non è solo linguistico o di genere, ma proviene anche dalla posizione geografico/anatomica nella quale sono collocati i genitali. Nel linguaggio metaforico che usiamo tutti i giorni, le dimensioni spaziali “alto e basso” assumono una connotazione morale, o di stato, positiva o negativa. Se dico “mi sento giù” significa che sto male, se invece dico “mi sento su” allora voglio dire che sto bene; una cosa “alta” è lodevole, una cosa “bassa” è spregevole. I genitali sono posti in basso e anche per questo, probabilmente, sono stati considerati talmente miserabili da doverli coprire.
(Sul motivo della copertura dei genitali esistono molte teorie, quella più accreditata sostiene che abbiamo cominciato a coprirli quando gli ominidi hanno iniziato a camminare in posizione eretta. La copertura dei genitali era diventata un modo per proteggerli da eventuali urti o ferite provocati dalla loro totale esposizione. Nei millenni, questa esigenza protettiva si è sedimentata fino a tramutarsi nel tabù della nudità). Il sucare costringe ad “abbassarsi”, a mettersi in ginocchio, e questo può essere considerato un chiaro invito alla sottomissione. Ciò che può dare equilibrio all’esercizio del potere tra generi nello spazio sarebbe la dimensione ordinata del 69. Questa posizione favorisce l’orizzontalità, provoca un piacere dato e ricevuto alla stessa altezza e evita un indirizzo polarizzante del tipo alto/basso. Il 69 conferisce quindi una condizione di parità non solo sincronica, ma anche geografica e morale. Rimane però il fatto che al grido “sessantanove!”, al posto di “suca”, il nostro “nemico” potrebbe rispondere con un sarcastico “tombola!” e far ricadere su di noi il difetto di subalternità con un effetto boomerang.

La dittatura del vespaclub

vespa

Da dentro la macchina:

– Per favore, può spostare la vespa così parcheggio anche io? Grazie.
– No.
-… No?
– No.
– Sta prendendo il posto di due auto, la metta in orizzontale!
– Non prende il posto di due auto, ma di una soltanto.
– È messa proprio a cavallo tra due posti auto, ma anche se fosse solo uno il posto che prende, la sua è comunque una vespa e non un’auto. Si sbrighi a spostarla che c’ho la fila dietro.
– La mia vespa non si sposta e ha tutta la dignità per occupare un intero posto auto (ha detto veramente così)
– Ma sta dicendo sul serio o mi prende in giro? La vespa deve prendere il posto di una vespa, l’auto il posto di un’auto. Lei sta occupando il posto di un’auto (anzi due) con una vespa, e questo non è giusto né da un punto di vista logico né da un punto di vista, come dire, etico, perché se lei occupa due posti auto con una vespa, in un quartiere dove è già difficile parcheggiare, e questo è il mio quarto giro dell’isolato, è un egoista e un incivile. Adesso sposti la sua (cazzo) di vespa e mi faccia parcheggiare.
– La mia vespa è messa bene e non si permetta di darmi dell’egoista e dell’incivile.
– È lei che se lo fa dare comportandosi così!
– La mia vespa non si toglie.
– Non le sto dicendo di toglierla, ma di spostarla, di metterla in orizzontale, porcaputtana!
…si è creata una lunga fila e l’onda d’urto di un coro di clacson spingeva la mia macchina in avanti. Ho ceduto alla dittatura del vespaclub, al suo fiero feldmaresciallo che mostrava orgoglioso il giubino dell’associazione e sono partito per il quinto giro dell’isolato, bestemmiando. Non trovando ancora posto, sono passato di nuovo da lì. Lui non c’era più e finalmente abbiamo parcheggiato, in due.

bha!

brioches gelsi-e-panna

Magari mentre mangi una granita gelsi e panna pensi, che ne so, alla tua ex, e dici minchia ma proprio adesso ci devo pensare? Perciò cominci a chiederti perché si è comportata così e colà e non trovando risposte inzuppi la brioches nella panna e dici a te stesso che devi cambiare perché se non cambi tu, qui, non cambia nessuno, dato che gli unici peccatori mangia granite che vogliono sempre godere senza pagare non sono loro, santi immacolati, ma tu: tu.

– E va bene, va bene, ma almeno posso mangiare la granita in santa pace?
– Si
– Grazie

Allora strappo un pezzo di brioches per prendere i gelsi insieme alla panna e me lo ficco in bocca il pezzo di brioches gelsi-e-panna di fronte al mare con tre sfumature di blu che mi allaga il cervello e annegano tutti.

Nuove lingue – le emoticons

panSono seduto in treno e di fronte a me sta una ragazzina che con i pollici più veloci dell’universo digita qualcosa sul suo smart-phone.
Mentre mi alzo per prendere il romanzo dalla valigia posta in alto sul porta pacchi, lo sguardo mi cade su quello schermo acceso che tiene tra le dita.
Mi metto sulle punte dei piedi per cercare di spingermi ancora più in cima verso il bagaglio e abbassando la testa vedo comparire su quel telefono decine di figure colorate che scorrono a blocchi di sequenza verticali.
I blocchi sono formati da lunghe serie di faccette stilizzate, fiori monocromatici, stelline, torte di compleanno, dinosauri, patatine, topini, coccinelle e balene.
Ravanando nel buio della valigia mi chiedo cosa mai fossero quei disegnini e penso ai giochi stupidi tipo Candy Cash o che ne so io. Poi noto che tra lunghe strisce di puntini di sospensione posti tra decine di altri punti esclamativi allineati come codici a barre, compare una lettera o una sillaba e capisco, pieno di stupore, che la ragazzina sta chattando.
Virgolette e asterischi come se piovesse contengono al loro interno parentesi quadre e tonde, coppie di due punti in fila per quattro e cuoricini, occhiali da sole e maialini.
Turbato dal piano di comunicazione sul quale stanno interagendo quelle persone sulla chat, smetto di ravanare nella valigia e mi appendo al tubo del portapacchi a guardare ipnotizzato lo schermo.
È un codice talmente incomprensibile che in confronto i pizzini di zio Bernardo assumono la chiarezza inequivocabile di un telegramma.
Rinuncio a cercare il romanzo (che tanto non lo trovo più) e mi rimetto al mio posto per riflettere su quella strana forma di linguaggio in uso dalle nuove generazioni.
Sono sinceramente incuriosito da quell’incomprensibile mondo che mi sta crescendo davanti, ma a un certo punto una mosca si schianta sul finestrino e velocemente i giovani tornano ad essere noiosi come prima.
Mi sistemo la camicia, chiudo gli occhi e faccio finta di dormire.
la foto è di Dean Davies https://www.instagram.com/deansdavies/?hl=it

Qui un pillola teorica sui rischi dell’emoticon