Grazie cane

Ringraziare un cane randagio su Facebook è inutile come ringraziare Tommaso Paradiso per essere uscito dai The giornalisti.

Non gli arriveranno mai i tuoi ringraziamenti e se gli arriveranno li ignorerà, anche perché: uno, chittesencula, e due, sono cani, e i cani non capiscono la lingua umana, sopratutto se è scritta, peggio se è cantata.

(So già che adesso il solito fricchettone mi attaccherà na pippa sul fatto che non è vero che i cani non capiscono la nostra lingua e bla bla bla… Glie lo dico subito al fricchettone, No, i cani non capiscono, e manco tu che sostieni il contrario, ok? Poi ne riparliamo, però adesso evita la pippa, che non c’entra e non mi va. Grazie.)

Tuttavia, voglio ringraziare lo stesso il cane che oggi mi ha fatto fare uno scatto di cinquanta metri al massimo della mia velocità. E mentre ci sono vorrei a tal proposito consigliare ai colleghi runnerss, che desiderano migliorare la loro performance, di andare a correre con il cane, l’importante è che non sia il vostro, che non vi corra accanto, ma dietro, e che sia un minimo incazzato.

Allora perciò ringrazio lo stesso il cane di oggi, anche perché essere grati a qualcuno o qualcosa senza motivo fa bene alla salute, quasi quanto correre senza schiattare, e lo ringrazio innanzitutto perché mi ha fatto sentire un ventenne rampante, e mentre correvo e mi cacavo sotto, ridevo per quanto mi sentivo prestante, e poi perché dopo lo scatto e la messa in salvo dietro un muretto di un metro e mezzo, saltato come se mi fossi scolato un litro di olio cuore, ho scaricato talmente tanta adrenalina e tensione che m’è salita na botta di endorfina con la quale sto godendo ancora da circa due ore, in un pieno e gaudente rilassamento, felice, sereno, pronto.

E allora grazie cane per questa esperienza. La prossima volta spera di incontrare il fricchettone così parlerete e vi capirete. Io intanto corro, cha faccio bene. Allora Grazie cane. Grazie e Ciao.

Una cosa su lavoro e passioni

 

La vecchia storia di chi, lavorando con le passioni, non avrebbe fatto nemmeno un’ora di lavoro è un criterio che andava bene quando il lavoro era circoscritto all’interno di fabbriche organizzate con ruoli e orari ben definiti, dalle quali si cercava di evadere appena possibile, per andare a rifugiarsi in quello che era veramente “tempo libero”, cioè un tempo svincolato dall’obbligo della produzione e del profitto.
Adesso che le fabbriche non esistono quasi più, perché il lavoro si è spostato su ambienti cognitivi e digitali e l’automazione rende superflua la presenza umana anche nei più grandi magazzini e uffici pubblici, gli spazi e i tempi di lavoro si sciolgono e si diffondono nell’intera vita, confondendo i limiti tra ciò che è lavoro e ciò che non lo è. Io posso lavorare da casa a qualsiasi ora del giorno e delle notte, e lo faccio con passione, per fare un esempio.
In questo modo viene difficile anche quantificare in termini monetari le ore dedicate alla produzione, poiché la vecchia corrispondenza tra tempo e salario, salta, non coincide più, perché come si fa a dare un prezzo a una relazione, a un pensiero, quando per elaboralo ci è voluta probabilmente una vita, delle esperienze, degli studi, delle qualità che non sono tipicamente tecniche, ma squisitamente umane?

Identità e narrazione

Ogni identità è narrazione. Quando parliamo di noi non facciamo altro che raccontare una storia.

Decidere cosa dire in base a chi abbiamo di fronte, capire quale tono di voce usare a partire dagli obiettivi che vogliamo raggiungere, trasmettere i nostri valori reali, deve far parte di una strategia di comunicazione ben precisa, sia nei contenuti sia nella forma, altrimenti si rischia di essere inefficaci, di passare per qualcuno o qualcosa che non siamo o che non vogliamo essere.

Lo stesso vale per le aziende. Ogni marchio ha la sua identità da raccontare per rendersi riconoscibile, affidabile, per accrescere la sua reputazione, per coinvolgere Scegliete con cura cosa dire e come.

GGO

 

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Ore 3pm – Sicilia

In questo periodo della giornata, la gente, come per mettersi a riparo da una premonizione catastrofica, non uscirebbe mai di casa.
Si serra dietro le persiane e hai l’impressione che osservino dalle fessure la tua imminente scomparsa.

Emoticons – alfabetizzazione emotiva

Quando leggiamo frasi con elementi figurativi del tipo “sei la gioia del mio ❤️”, si può notare come il fattore immagine interrompa per un attimo il pensiero discorsivo, introducendo un sistema simbolico diverso da quello linguistico, che rallenta il processo di comprensione logico-razionale di ciò che si sta leggendo.

Provate infatti a leggere la frase “sei la gioia del mio ❤️”, vi accorgerete che per un momento il sistema di elaborazione del pensiero rimane in silenzio perché si è costretti cambiare registro e a prendere tempo per interpretare la figura.

Solo dopo questo periodo di sospensione del significato si riesce a pronunciare nella mente la parola “cuore”. Diverso è se leggete la frase “sei la gioia del mio cuore”, scritta per intero con le parole. In questo caso la comprensione è fluida e senza intoppi.

Paradossalmente, per quanto la comunicazione visiva sia più veloce di quella linguistica, l’emoticon rallenta la comprensione logica e immediata di ciò che si legge. Il rischio, se così si può chiamare, ma che comunque può essere annunciato dato l’uso e la comparsa sempre più pervasiva delle emoticons nei discorsi digitali (se discorsi si possono chiamare) è quello della mancata comprensione logico-razionale delle emozioni.

L’irrigidimento dell’emozione nell’icona standard dell’emoji, impedisce l’alfabetizzazione di ciò che sentiamo e perciò anche la capacità di conoscere gli stati emotivi che stiamo vivendo.

Comunicare verbalmente le emozioni ci permette di comprendere, di organizzare, di prendere atto, di capire razionalmente cosa ci succede, di sapere perché stiamo vivendo questa emozione e quindi di essere in grado di comportarci di conseguenza, secondo i principi logico – razionali con i quali è costituita la lingua e il nostro sistema di valori.

Se lasciamo che la lingua si impoverisca o che assuma forme ancora più rigide, rischiamo di perdere il controllo sulle esperienze emotive che viviamo e di adeguare ogni sfumatura delle emozioni in un 🙂

Differenze animali

A proposito dello scimpanzé che citate sempre come esempio di intelligenza, nell’esperimento dello psicologo gestaltista Wolfgang Köhler del 1917, lo scimpanzé, dopo vari tentativi andati a vuoto, ispeziona lo spazio circostante fino a trovare un bastone abbastanza lungo da arrivare alla tanto desiderata banana. In un certo senso, perciò, riorganizza la sua esperienza dell’ambiente per raggiungere uno scopo, proprio come fanno gli umani a un certo livello della loro intelligenza.
È un guizzo, una intuizione, che ci fa dire: Hey! è intelligente il tipo! tuttavia, quando gli si mettevano vicini due bastoni più piccoli che, se uniti, avrebbero coperto la stessa distanza tra la sua mano e la banana, lo scimpanzé non riusciva a compiere il passaggio, cioè non era in grado di usare utensili per costruirne degli altri. Come è facilmente osservabile, lo scimpanzé non batte il ferro per creare un cacciavite e non usa il cacciavite per comporre un trapano. La sua esperienza e il suo apprendimento sono limitati all’ambiente circostante e la sua attività sempre è contingente e localizzata. Il bastone lo trova lì e lì lo lascia quando finisce di prendere la banana, non lo conserva nel ripostiglio degli attrezzi, perché per lo scimpanzé non esiste mondo al di là di quello che esperisce nel qui e ora e se ha una piccola intuizione sul futuro, questa è circoscritta in un breve tempo o è addirittura assente. Se questo vale per lo scimpanzé che è un primato, figuriamoci per altre specie meno “evolute”. L’animale non si trascende, non ha futuro, non immagina scenari nei quali l’indomani gli servirà il bastone, non progetta, l’animale reagisce al presente di ciò che gli succede, per queste ragioni non può neppure essere consapevole né conoscere o sapere quello che sta facendo, proprio perché per un certo grado di apprendimento è necessaria memoria episodica e procedurale, quindi anche capacità di andare indietro e in avanti nel tempo a partire dalla consapevolezza dello stato attuale, la quale, per ottenerla è necessario scomporre la coscienza in oggetto e soggetto della percezione, cosa che l’animale non può fare poiché vive in un continuum percettivo che fa perdere i confini della sua apparizione nel mondo confondendo i limiti tra ciò che è suo e ciò che non lo è. (Su questo entra in gioco la facoltà del linguaggio, della quale gli animali sono sprovvisti, ma ciò non è argomento di questo post) So che con un commento o un post su Facebook non possono esaurire il discorso. Probabilmente dovrei scrivere un saggio per convincervi, nel frattempo vorrei però precisare che non riconosco alcuna qualità umana né agli animali né tanto meno alle piante ed proprio per questo che mi stupiscono, che li amo e li rispetto, perché sono assolutamente diversi da me. Costringerli ad assumere caratteristiche umane, anche solo nel pensiero, quali per esempio la capacità di conoscere o di essere autoconsapevoli, sarebbe una violenza, un plagio, mi metterebbe in una posizione di superiorità, innalzandomi a modello di riferimento, come se tutto avesse dignità solo perché mi somiglia. Lasciamo che gli animali esistano per quello che sono, cioè: animali.

Differenze di Genere

Allora ragazzi/e (Scusate se interrompo subito il discorso ma questa cosa va detta adesso sperando di non doverla ripetere più. Mi dà molto fastidio leggere o dover mettere ogni volta la stanghetta “/ ” o l’asterisco ” * ” davanti a un sostantivo maschile per citare anche il genere femminile in modo da rivolgermi a tutti come ho appena fatto cominciando la frase con “ragazzi/e”. Si sfasa la scrittura, la mente inciampa, alla fine leggo sempre “ragazzie”, e mi dà noia, perciò, fino a quando un filologo, la Crusca, o un non so chi non escogita un modo per chiamare in causa entrambi i sessi con una sola parola, io userò “ragazzi” o “signori” per rivolgermi agli esseri umani di entrambi i sessi, mentre scriverò “ragazze” o “signore”, e così via, se voglio rivolgermi solo alle “ragazze” o alle “signore”, senza aggiungere ulteriori desinenze.
Non me ne vogliate, è solo una questione di stile. Poi va bene, potete dirmi che lo stile e la lingua veicolano sempre significati politici, che sono delle scelte precise e tutto quanto, ma ciò non è argomento di questo post.
Inoltre, non è che uno per essere politicamente corretto deve essere grammaticalmente scorretto. L’italiano non ha il genere neutro, fatevene una ragione, oppure fatevi eleggere e cambiate le regole…
Ma al di là delle regole, qui ci va di mezzo proprio il campo della cognizione, della percezione delle parole e dei significati. Potrei chiamarvi “persone” e dire “Allora p-e-r-s-o-n-e, facciamo questa cosa…” Potrei chiamarvi “esseri viventi” e cominciare il discorso dicendo “Allora esseri viventi, come va oggi?”, ma mi pare che il senso debordi.
“Ragazzi” in effetti può fare un po’ troppo anni novanta, ma io ancora uso questa espressione e quindi se qualcuno ha altri metodi per aggirare o risolvere il problema linguistico me li comunichi. Intanto continuerò a scrivere al maschile per rivolgermi a TUTTI e al femminile per rivolgermi SOLO alle donne. Vorrei inoltre che lo faceste pure voi, ma so di chiedere troppo. Sono anni che mi porto dietro sta pena. Mi si intorta il cervello a leggere sempre “ragazzie”), dicono che se vogliamo fare qualcosa, la mente preferisce i verbi del tipo “io voglio”, “io posso”, anziché io “devo”. Si sa che i doveri non piacciono a nessuno e questo la mente lo sente. I doveri rallentano, le volontà scorrono dritte al punto e si può agire con più fluidità.

Ghostwriter Mentalcoach

Sto aiutando un cliente a scrivere un libro su di sé e sulla sua professione, in qualità di editor e ghostwriter. Questa persona fa un lavoro molto particolare: è un mentalcoach, una specie di allenatore della mente per manager e professionisti.
Al di là delle considerazioni politiche che si possono fare su un discorso che prende in esame i sentimenti del capitale umano per metterli a produzione, ci sono tre principi fondamentali su cui vale la pena soffermarsi: la self Awareness, cioè la consapevolezza del proprio stato attuale, la self Direction, ovvero la direzione che si vuole intraprendere una volta consapevoli e la self Management, la capacità di gestirsi sulla via dell’obiettivo.
Il manuale non si riferisce solo ai top manager che vogliono costruirsi una leadership basata su principi etici, ma anche a gente come noi che a volte non sa dove andare.
Ho sempre diffidato delle tecniche di ottimizzazione del sè, ma devo dire che sto imparando delle cose molto utili, almeno fino a quando il capitalismo continuerà ad appropriarsi della dimensione psichica e spirituale degli uomini per metterla a valore.
Il libro uscirà prima dell’estate, si spera. Nell’attesa di una nuova era socialista che ci libererà dall’imperativo della performance, potreste leggerlo.

Sanremo critica e Mahmood

Per quanto possano sembrare alla mercé di tutti, i giudizi sulle questioni culturali, come la musica o l’arte in generale, non sono opinabili se il nostro parere non segue un metodo scientifico altrettanto serio quanto quello che ha seguito la persona preparata a formularli.
Il critico musicale è consapevole di ciò che sceglie e delle conseguenze che le sue opinioni hanno sulle persone, sulla qualità dei loro ascolti. Nel suo campo ha la stessa dignità di un medico che vi prescrive una pillola.
Il critico comprende la qualità, i mezzi, il lavoro che sta dietro a ciò che elegge come buono e giusto. Il critico sa quello che fa. Ha studiato, ha ascoltato, non è arrivato di fronte alla tv per una consuetudine popolare. Non torna a guidare il tram dopo Sanremo. Torna a studiare, a scrivere, a ascoltare per il resto dei suoi giorni. Dedica la sua vita alla materia, per discernere e capire sempre più a fondo i motivi, le inclinazioni, i contesti. Per questo lo specialista in fatti culturali ha anche una responsabilità sociale, politica, ha il compito di dirigere il gusto, di mostrare una via perseguibile per il bene dell’orecchio comune.
Ha la stessa rispettabilità di un ingegnere quando progetta un ponte. Nel suo campo sa cosa è bene e cosa è male, e lo sa più di noi. Non c’è motivo perciò di vergognarsi, né tanto meno di indignarsi, ma si può solo accettare con umiltà la sua posizione e provare a capire. Uno nei fatti culturali può permettersi di dire che qualcosa non piace, basandosi su una sensazione superficiale che nulla ha in comune con l’ascolto profondo, regolato da un rigoroso metodo di indagine. Certo, il critico può sbagliare, ma la nostra sensazione e la nostra opinione senza struttura hanno la stessa consistenza del fiato sprecato. Inoltre, se sbaglia lo specialista, figuriamoci noi, che non ne sappiamo nulla.

Qui sotto la canzone di uno che sa cantare. Mahmood