Una cosa su lavoro e passioni

 

La vecchia storia di chi, lavorando con le passioni, non avrebbe fatto nemmeno un’ora di lavoro è un criterio che andava bene quando il lavoro era circoscritto all’interno di fabbriche organizzate con ruoli e orari ben definiti, dalle quali si cercava di evadere appena possibile, per andare a rifugiarsi in quello che era veramente “tempo libero”, cioè un tempo svincolato dall’obbligo della produzione e del profitto.
Adesso che le fabbriche non esistono quasi più, perché il lavoro si è spostato su ambienti cognitivi e digitali e l’automazione rende superflua la presenza umana anche nei più grandi magazzini e uffici pubblici, gli spazi e i tempi di lavoro si sciolgono e si diffondono nell’intera vita, confondendo i limiti tra ciò che è lavoro e ciò che non lo è. Io posso lavorare da casa a qualsiasi ora del giorno e delle notte, e lo faccio con passione, per fare un esempio.
In questo modo viene difficile anche quantificare in termini monetari le ore dedicate alla produzione, poiché la vecchia corrispondenza tra tempo e salario, salta, non coincide più, perché come si fa a dare un prezzo a una relazione, a un pensiero, quando per elaboralo ci è voluta probabilmente una vita, delle esperienze, degli studi, delle qualità che non sono tipicamente tecniche, ma squisitamente umane?

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