etica pratica

ciab
Mi era di fronte. Io con uno starter-pack da spiaggia fornito di tamburelli, asciugamano, libro, telefono. Lui, così. Con le mani aperte ad abbracciare il sole, e i piedi nella sabbia.
Si vedeva, era rilassato, cedeva il suo muscolo come la carne che aveva addosso: sporgenze lipidiche srotolate sulla intima fascia d’elastico a mutanda, che regge panza e sostanza. Godeva, del massaggio di sabbia, delle dunette asciutte che aderivano perfette alla sua curva plantare. Non potevano certo essere degli infradito a ostacolare il piacere al contatto. Non potevano certo essere ciabatte a evitare che il vento gli passasse tra le dita e le dita tra i capelli. Non poteva certo tenerle in mano, non poteva certo indossarle ai piedi.
Doveva portarle con sé, le ciabatte, senza abbandonarle in attesa su un frantume di pietra o in un covo d’arenaria. Altrimenti sarebbero state preda facile del gioco di ignoti o ladri di scarpe. Doveva tenerle perciò, lo avrebbero salvato poi al ritorno dalle punture di scoglio rotto, dai residui di roccia erosa dall’onda che sbatte e trasforma. Punge anche i calli a camminarci sopra, la roccia. Oppure dalla risalita scivolosa sulla banchina dopo il tuffo più alto, al tramonto, prima di tornare a casa. Camminava perciò così sulla riva, in mutande, con le ciabatte nelle mutande. L’uomo pratico che non rinuncia a nulla. L’uomo della conservazione e dell’accrescimento, l’uomo egheliano, l’uomo della Storia, l’uomo politico, l’uomo libero, l’uomo con le ciabatte nel culo.

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