Nonna li turchi!

Quando chiedevo a mia nonna chi avesse bruciato la Fornace, lei abbandonava qualsiasi attività, mi prendeva in braccio e correva urlando “li turchi!”. Poi mi poggiava per terra e ridevamo esausti della breve corsa al riparo dal nemico invasore. Era un gioco, la nonna tornava a stendere i panni o a girare il pomodoro al sole e io diventavo serio, pronto a difenderla dai turchi coriacei. Rimasi convinto fino ai quattordici anni che fossero stati li turchi a incendiare la fornace. Avevo tutti gli elementi per sospettare della loro vile aggressione, uno dei quali era la statua della madonna delle milizie, madonna guerriera patrona di Scicli, che con il suo cavallo bianco schiaccia per terra la testa di un moro reggendo in alto la spada. Mi sono sempre chiesto come ci rimangono gli amici musulmani alla vista di questo simulacro che pesta in trionfo la testa degli islamici mori. Se ne saranno fatti una ragione storica, immagino.

Poco più avanti negli anni, quando ero già al liceo, appresi che a bruciare la Fornace del barone Penna non erano stati li turchi, ma i socialisti in rappresaglia, o i fascisti in rappresaglia. Questo ancora non è chiaro. Tuttavia adesso la Fornace poggia solenne come una anziana signora malata e diroccata sulla punta di contrada Pisciotto da dove sembra dare avvio alla linea dell’orizzonte.

La sua presenza si amalgama bene al contesto sia per colori sia per materiali, non deturpa il panorama e appare concepita in un dialogo spontaneo con il paesaggio e le risorse della terra. È posizionata in un luogo strategico con fondale alto per l’attracco delle navi, riserve di argilla per fabbricare i mattoni e una sorgente di acqua dolce a pochi metri dal mare. In attività fino al 1924, produceva e esportava laterizi in tutto il mediterraneo, Tripoli intera fu ricostruita con i suoi mattoni. Recentemente è stata anche set per un episodio del commissario Montalbano, Sgarbi l’ha definita “una basilica sul mare”, ma tutto ciò non è servito per attirare interesse e rimetterla in piedi.  Non è che mi affidi a queste fonti di autorevolezza popolare per garantirne valore, bellezza e cura, ma sapete come farebbe il padre con la figlia, carte false pur di vederla sistemata. Adesso della fornace ne è rimasto un rudere accroccato, la punta del camino l’anno scorso era più alta, oggi è crollata. Sappiamo tutti che presto non ne rimarrà nulla, ma nessuno se ne prende cura e i discorsi sulla sua rivalutazione sono caduti nell’insignificanza a causa di una eccessiva ripetizione di belle parole andate a vuoto. Ogni volta che giro lo sguardo verso est, mentre sguazzo nell’acqua a pochi metri da lei, mi viene da credere che l’unica cosa sia contemplarne la disfatta con rassegnazione terminale, pensando in silenzio che forse, li turchi, siamo noi.

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