Il Reale è 1

quel pomeriggio ero concentrato a restaurare la mia vecchia bici in cantina, ma appena sentii il cane abbaiare abbandonai le pinze sul tavolo e mi precipitai in cucina per prepararmi un bicchiere di vino e gassosa. matt stava arrivando in giardino.

percorsi il corridoio con in mano il bicchiere e uscii fuori sulla veranda. l’umidità appesantiva i cespugli e le foglie inzuppate maceravano nell’aiuola. una breve riga di arcobaleno sorgeva da sotto la tettoia perdendosi subito nell’aria. poggiai i gomiti sulla ringhiera, sorseggiavo vino e gassosa in silenzio mentre piccole scosse di euforia mi salivano su per la schiena. ero eccitato, era il primo mandato che l’osservatorio mi assegnava. matt intanto si avvicinava al giardino, i suoi piedi quasi non toccavano l’asfalto. leggero, saltellava invece di camminare. era contento, come sempre. dalla veranda seguivo i suoi passi come uno scienziato segue il percorso dei fluidi nelle ampolle del laboratorio. controllavo che tutto stesse andando per il verso giusto. da un momento all’altro matt si sarebbe trovato a galleggiare in una pozzanghera di fango con i nervi amputati, mezzo lato del corpo paralizzato e il cane che in silenzio gli frugava le carni.

all’ “osservatorio per la tutela del reale fuor di metafora” , era stato deciso che matt dovesse essere ricondotto ai fatti mediante sbranamento. l’osservatorio si batte quotidianamente per dimostrare l’aderenza delle parole alle cose e il giorno prima, i giudici, entrati solennemente nell’aula con le loro lance, si sedettero immobili sugli scranni per ascoltare cosa avessi da dire su matt.
dopo aver esposto il caso, il giudice sentenziò con una specie di cantilena annoiata l’elenco dei principi che reggono l’osservatorio e fece alcune considerazioni sui fatti:
– non c’è nessuna verità al di là del testo. la metafora è un significato trascendente che toglie autonomia e verità ai fatti narrati. si deve essere fedeli alla lettera perché il testo esprime la realtà. l’interpretazione è univoca e il reale è uno. se il detto dice che “il can che abbaia non morde” allora il can che abbaia non morde non vuol dire altro. per fare un esempio, la terra promessa non è una dimensione salvifica dello spirito che sta chissà dove tra le nostre anime e i nostri cuori raggiunta la quale otterremo la pace eterna, la terra promessa è terra vera e propria con un luogo geografico preciso, perché “terra” c’è scritto sul grande libro e terra deve essere. perciò si è in diritto di espropriare e bombardare chi ci vive indebitamente. la guerra santa non è una guerra interiore protratta nel privato del nostro spirito contro le insidie del peccato e i baratri del dubbio. nel libro c’è scritto che “porteremo la verità con la spada e con il fuoco” e noi perciò sgozzeremo e incendieremo. anni di interpretazioni hanno portato alle debolezze delle democrazie e fiaccato gli spiriti nell’incertezza dell’esegesi. noi dell’osservatorio abbiamo il compito di prendere alla lettera i testi della tradizione orale e scritta e il dovere di tutelare la verità da chiunque volesse frantumarla nell’arbitrio dell’opinione. chi va contro il detto va contro la verità e prima o poi ne pagherà le conseguenze. la logica del reale è una e le parole con le quali lo enunciamo non sono altro che l’articolazione di tutta la sua intrinseca razionalità. il can che abbaia non morde perché abbaia, non perché di per sé non morda. ragion per la quale il signor matteo commedia verrà ricondotto ai fatti mediante effettivo sbranamento.

dopo il discorso non ci fu nessuno scricchiolio, nessun rumore. insomma nessuna lancia venne spezzata in favore di matt. matt fu perciò costretto a essere messo di fronte alla realtà dei fatti espressi dal detto e io fui incaricato a mostrarglieli.
quando all’ingresso del giardino il cane si accorse di matt cominciò ad abbaiare. più matt si avvicinava più il cane abbaiava. arrivato tra i due pali del cancelletto che segnano l’accesso, matt si mise a dondolare sulle punte dei piedi con una mano in tasca e l’altra in alto per salutarmi. io non ricambiai il saluto, bastava un mio piccolo intervento e avrei compromesso l’esperimento, il cane avrebbe smesso di abbaiare e sarebbe tornato alla sua cuccia scodinzolando. c’era la rabbia di rosso e l’idiozia di matt, bisognava solo che i due elementi si incontrassero per confermare la regola. non volevo distrarmi.  intanto matt dall’ingresso del giardino sventolava la mano.
– hey lou! allora? a che punto stai con la bici?- sorrideva avvicinandosi al cane come ci si avvicina a un neonato nella culla. il cane abbaiava ringhiando di rabbia, la sua catena era tesa come l’ipotenusa di un triangolo. appeso per il collo si sforzava di raggiungere matt reggendosi solo sulle zampe posteriori. i fili di bava legati alla carne pendula delle mascelle gli si attorcigliavano sul muso quando sbatteva le fauci per abbaiare.
– cagnone, bel musone! – gli diceva matt – guarda come abbaia il cucciolone bello, che bravo, che buono!
avvicinandosi per fagli smorfie e carezzine. io sorseggiavo vino e gassosa, non volevo reagire all’eccitazione, aspettavo. l’abbaiare del cane era continuo e assordante nel silenzio del pomeriggio. con la bocca ancora libera e spalancata prendeva grandi boccate d’aria per dare più forza al suo verso costante e instancabile.
il giorno prima avevo allentato un occhiello alla catena così che gli venisse più semplice romperla per saltare addosso a matt, ma non ce ne fu bisogno. quando matt gli fu definitivamente vicino il cane lanciò un balzo e gli azzannò il braccio sinistro. matt venne trascinato per terra, la manica del suo giubbotto si inzuppò velocemente di sangue e le fauci del cane cominciarono a staccargli brandelli di stoffa e carne. da quel momento in poi il cane non abbaiò più, impegnato com’era a masticare matt.
io glielo avevo detto che l’osservatorio l’avrebbe fatto sbranare se avesse ancora ripetuto a sproposito quelle parole. gli avevo spiegato, forse per la terza volta, che è logico che “il can che abbaia non morde” perché un cane non può mordere e abbaiare allo stesso tempo.
– prova a dire qualcosa con una mano in bocca, matt – gli avevo detto – non dirai nulla perché non c’è spazio per emettere sillaba. forse potrai emettere dei versi, dei mugolii, ma di parlare non se ne parla con un braccio tra i denti, matt. lo stesso vale per il cane. come fa un cane ad abbaiare se ha la bocca chiusa nel morso? il can che abbaia non morde perché sta abbaiando non perché di per sé non morda. un cane o morde o abbaia, matt. non farmi ripetere più questo concetto altrimenti mi toccherà farti sbranare da rosso. l’osservatorio è intransigente su queste cose e mi obbligherà a mostrarti il reale fuor di metafora.
ma matt probabilmente non aveva capito quel discorso. non prendeva mai sul serio le volontà dell’osservatorio. bonario e compassionevole come sempre mi disse: – dai gigino, fai sempre un sacco di schiuma, quelli del comitato sono sempre così noiosi, credono di possedere la realtà solo enunciandola, ma poi lo sappiamo che non esiste mondo fuor di metafora, smettetela di minacciare la gente, tanto si sa che “can che abbaia non morde, gigino! can che abbaia non morde!
così il giorno dopo dovetti invitarlo a casa mia.

aveva appena piovuto. il giardino era bagnato e ad ogni strattone che il cane dava al braccio di matt volavano le piume d’oca dell’imbottitura che si poggiavano come fiocchi di neve sulle conchette di terra e sangue createsi in giardino.
strisciando per terra con la schiena per cercare di sfuggire ai morsi, matt stava disegnando un largo cerchio nel fango che divenne subito una piscina di melma all’interno della quale annaspava e si dimenava in preda agli spasmi. con il braccio libero cercava di assestare dei colpi alla nuca del cane ma rosso non lo mollava. matt aveva il collo rigido e le vene ingrossate gli si arrampicarono sulla fronte, diramandosi sulle tempie e negli occhi. i tendini di matt saltarono come elastici e le zanne del cane si conficcarono nei muscoli tagliandogli i nervi.
quel pomeriggio pioveva a intermittenza. intorno nell’isolato non c’era nessuno. ogni tanto passava qualche macchina lasciando nell’aria il rumore dell’acquaplaning. piccolissime molecole d’acqua frizzavano formando una nebbiolina impalpabile che rendeva tutto ovattato e grigio. matt urlava e si dimenava nella pozzanghera. il cane ringhiava con toni bassi e gutturali, faceva versi muti, succhiava sangue mormorando silenziosamente mentre trapassava coi denti i muscoli di matt.
quando a un certo punto matt urlò di aver capito mi comparve un lieve sorriso sulle sue labbra.
– ho capito! – urlava matt – ho capito perché il can che abbaia non morde! ti prego, toglimi di dosso questo demonio, ti prego!
la saliva gli si depositava sugli angoli della bocca formando due piccole membrane bianche che gli univano labbra. la sua faccia era diventata una smorfia irriconoscibile. conati di vomito gli salivano dallo stomaco e si storceva come un verme quando il cane stringeva le mandibole sulle sue costole. decisi di avvicinarmi, prendendomi ancora qualche minuto. poggiai il bicchiere sul davanzale vicino al vaso con i gerani, finsi interesse per la vegetazione rampicante, fotografai col cellulare le bacche, i petali del gelsomino, osservai le foglie del mio povero limone ammalato e solo molto lentamente spostavo i piedi verso le scale per scendere in giardino, là dove matt sguazzava come un maiale in agonia. a qualche metro da lui, con tutte e quattro le zampe piantate sul busto, si poteva sentire il cane sbuffare aria dalle narici, masticare pelle e cartilagine.
era evidente che non c’era spazio disponibile nella sua bocca per far passare un filo d’aria che potesse smuovergli le corde vocali e farlo abbaiare. forse si può dire che il suono emesso dal quel muso imbrattato di sangue era più simile a un grugnito che ad altro. di certo il cane non stava abbaiando. rosso masticava e quando si mastica si sta zitti. sono questi i fatti. matt boccheggiava. i colpi che cercava di assestare a rosso si facevano sempre più deboli e sporadici fino a fermarsi definitivamente. rimase supino, immobile, dentro quella conca che si era scavato, mentre il cane continuava a scuoterlo come un burattino di pezza. matt sembrava morto anche se piccole bollicine di saliva scoppiettavano ancora sulle sue labbra.
– allora matt? – ero quasi vicino al suo corpo. il cane appena sentì la mia voce si girò e venne scodinzolando verso di me. mi si strusciò addosso macchiandomi la tuta di sangue e con la bocca libera finalmente abbaiava.
– si rosso bello, adesso puoi abbaiare – dissi stringendogli le guance.
chiesi a matt se avesse sentito il cane abbaiare mentre lo mordeva ma matt non rispose. era rigido e teneva lungo i fianchi le braccia scorticate.
– matt? il cane abbaiava o no? – urlai quando stavo con i piedi a due centimetri dal suo orecchio. – matt! si o no? rosso abbaiava mentre ti mordeva?
d’un tratto matt innescò un respiro accelerato e il suo petto cominciò ad alzarsi e abbassarsi velocemente. gli arti facevano scatti involontari, tremava.
– rispondimi matt altrimenti rifacciamo l’esperimento – matt si placò di botto.
mi abbassai sul suo viso – matt – gli dissi con calma all’orecchio – non perdiamo tempo matt, smettila di respirare e rispondi
matt sembrò calmarsi. teneva ancora gli occhi chiusi, le lacrime avevano disegnato due linee bianche che scorrevano sulle sue guance sporche di fango.
le narici di matt si aprirono grosse come tubi di un aspirapolvere per cercare di prendere un lungo respiro.
– matt, che cosa stai facendo?
dissi sforzandomi di mantenere la calma. matt non rispose, continuava a inspirare
– matt! il cane abbaiava o no mentre ti mordeva? hai capito perché il can che abbaia non morde?
ricominciai con le domande, stavo perdendo la pazienza. matt continuava a inspirare, si stava riempendo di aria e la pelle del ventre si era fatta sottile e lucida come le guance di un rospo
– matt, che cosa cavolo stai facendo? smettila di inspirare! rispondi!
matt inspirava e inspirava, poi si fermò. gonfio come un pallone disse
– si

il suo fu un “si” netto, chiaro, fermo, parlato, semplice.
– si – ripetei io – si, cosa? – gli chiesi.
matt teneva gli occhi aperti, fissi sul cielo, fermo come una maschera neutra. rimanemmo in silenzio, aspettavo che facesse qualcosa, che continuasse il discorso, che almeno si lamentasse, ma lui stava immobile, steso nella pozzanghera a guardare il cielo. questa sua posa mi spiazzava, non sapevo cosa fare. rosso mi si sedette accanto guardandomi in attesa di un segnale. finsi una voce severa e autoritaria.
– matt! – urlai – hai capito perciò cosa significa can che abbaia non morde?
– si, ho capito – disse matt.
mi sedetti a gambe incrociate vicino al suo corpo, gli presi la mano fredda e bagnata e la tenni tra le mie. il cane si accucciò vicino alla sua testa e gli leccò la guancia.
– matt, perché il can che abbaia non morde? – gli chiesi carezzandogli la mano. matt girò il volto verso me e sebbene i suoi occhi mi puntassero non ero io il referente del messaggio perché il suo sguardo scorreva di là dal mio corpo verso un punto indefinito.
– il can che abbaia non morde perché sta abbaiando – rispose esprimendosi con l’aria risoluta di chi ragiona tra sé e sé ad alta voce.
concentrato sulle sue labbra, rimasi a guardarlo in silenzio, sorpreso dalla calma analitica che veniva fuori dal suo corpo smembrato.
continuò
– se avesse la bocca impegnata nel morso non ci sarebbe spazio per far passare l’aria quindi non potrebbe abbaiare, è chiaro
il discorso era pulito e la conclusione definitiva.
– il cane non può mordere e abbaiare allo steso tempo, no, certo che non può, come fa a mordere e abbaiare, non può mica – sosteneva matt come se dicesse un’ovvietà, spiegando il tutto con una calma sicura.
gli alzai la testa per la nuca e la poggiai sul mio ginocchio. matt tornò a vedermi e stavolta era me che guardava. le palpebre dei suoi occhi spalancati contenevano le lacrime come fossero dei recipienti colmi d’acqua che si riversavano a ondate intermittenti sulle sue guance fredde e lisce.
non pioveva più, la breve linea di arcobaleno che partiva dalla veranda divenne una grande curva colorata sopra di noi. rimanemmo così, seduti in giardino, io, matt e rosso, mentre nel basso ventre si apriva una ferita. un’appendice di dieci centimetri che balzò fuori dall’inguine di matt come un’ernia rigonfiata, una vescica grigio-viola ricoperta di vasi sanguigni contenuta tra due spesse labbra di carne viva.
l’indomani l’osservatorio venne a sapere del mio impegno e mi promosse inserendomi nella cerchia dei giudici. mi assegnò le prime tre lance che avrei dovuto spezzare a favore del prossimo imputato qualora lo reputassi innocente. matt, dopo un mese si era già rimesso e, sebbene il lato sinistro del suo corpo fosse rimasto paralizzato, venne alla riunione del ventitré nello scantinato del circolo per anziani poggiandosi sulle stampelle. anche lui adesso era membro effettivo, convertito al reale grazie al mio lavoro e alla volontà dell’osservatorio.

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