La mascherina. Dialoghi difficili nella fase due

La mascherina.
Mi dice uno che mi sfiora il braccio sorpassandomi con la bici.
Mi giro.
Si gira.
Mette il piede a terra.
La mascherina. Mi dice.
Ma chi è. Cosa vuole. Penso. La mascherina cosa. Gli dico.
Dov’è la sua mascherina, perché non la indossa.
Stavo correndo, non c’è bisogno della mascherina.
Sta passeggiando, non sta correndo.
Stavo correndo fino a due minuti fa, non vede che sono sudato. Mi sono fermato ora per recuperare.
Si ma la mascherina deve metterla lo stesso.
Quando si corre la mascherina non è obbligatoria, sopratutto se si corre all’aria aperta e non c’è nessuno intorno.
Ci siamo io e lei adesso. Metta la mascherina, più avanti ci sono pure altre persone.
Non ce l’ho la mascherina. Siamo su un sentiero ciclabile, al mare. A sinistra, una spiaggia sterminata dove proprio oggi ci saranno in tutto dieci persone. A destra, una pineta deserta. Le prossime due anime sul sentiero saranno distanti da noi almeno cinquanta metri. Io stavo correndo. Non c’è bisogno della mascherina.
Si ma adesso è fermo e sta parlando con me. Deve indossare la mascherina.
Siamo a più di cinque metri di distanza.
Non importa. La mascherina è obbligatoria.
La mascherina non è obbligatoria a queste condizioni.
La mascherina. Deve metterla sempre.
Ci guardiamo in silenzio per un lungo momento. Penso che mi sto giustificando con questo sconosciuto e mi chiedo perché. Mi chiedo chi è. Mi chiedo ma tu: tu, chi cazzo sei? Che cazzo vuoi? Mavaffanculo.
Lo guardo.
Lui aspetta che io adesso sfili la mascherina dalla tasca. Ma non ce l’ho la mascherina. E comunque non l’avrei indossata.
Continua a guardarmi.
Ho capito. Mi giro. Me ne vado.
La mascherina. Grida.
Addirittura grida.
Comincia a salirmi il nervoso, monta tutta la chiarezza dell’ira che ti fa discernere nettamente le cose giuste da quelle sbagliate. Ma respiro. Respiro ancora. Profondamente.
Mi giro. Sto andando a prenderla, lei aspetti lì, che adesso vengo con la mascherina. Gli dico.
Torno a camminare dandogli le spalle.
Faccio un centinaio di metri borbottando cose come coglionedimerdamicrofascistadelcazzorepresso, e così via.
Mi rigiro e non ci posso credere. È ancora lì, fermo, che mi guarda da lontano. Mi sta aspettando davvero.
Oggi ci ritorno.

Le misure pandemiche non sono totalitarie perché in un potere totalitario ci siamo già dentro

(Questo ariticolo è apparso anche sulla rivista Chefare il 12/05/2020

Il potere Governativo nella pandemia appare come uno strascico del Novecento, forse bruscamente inserito da alcune analisi filosofiche all’interno di categorie politiche nelle quali si notano ancora forme ideologiche e oppositive che alimentavano il movimento della storia, anche se la Storia è chiaramente finita da un pezzo.

Il Virus apre delle ambivalenze epocali che si possono intravedere non solo nella difficoltà di comprendere filosoficamente e politicamente la condizione in cui ci troviamo, ma anche nella contraddittorietà delle misure imposte dai provvedimenti, che devono inserirsi nei sottili anfratti tra la libertà individuale e liberale alla quale siamo abituati e la presenza rigida dello Stato che torna a farsi sentire.

All’interno del mondo globalizzato, per alcuni è come se il virus rimettesse in moto la Storia, incarnandosi nelle forme dello Spirito, direbbe Hegel, e imprimendo una nuova cesura allo spazio e al tempo. Tornano i limiti, i confini, i partigiani della quarantena e chi vuole aprire tutto, probabilmente leggeremo le epoche con l’acronimo A. C. D. C. Avanti Coronavirus, Dopo Coronavirus, mentre però il papa conferma lo spirito dei tempi in una piazza vuota che diventa epifania del Nichilismo Reale, dell’Uomo di fronte a Dio, cioè lo scandalo della coscienza dinanzi al nulla.

Siamo al crepuscolo degli idoli, Mattarella non può andare dal barbiere

Siamo al crepuscolo degli idoli, Mattarella non può andare dal barbiere, il virus contagia i Capi di Governo come le star. Da decenni, tolte alcune forme ideologiche adottate da un immaginario performativo corrisposto nelle vite bellissime degli influencers e dei self made man, il nostro è ormai un mondo fatto di soli umani.

All’interno di un quadro del genere, in cui come un ultimo respiro tornano differenze, limiti e opposizioni, è normale e ragionevole applicare schemi interpretativi di un passato recente che si ritrovano a essere del tutto adeguati alla situazione, soprattutto quando si cercano i sintomi di un potere totalitario nell’azione di Governo, anche se l’evento pandemico e la conseguente quarantena galleggiavano già dentro il grande mare di un potere sconfinato, libero da vincoli territoriali, personali, identitari, cioè dentro un potere “Assoluto” che non si esprime più nei modi semplici della violenza o dell’oppressione con cui eravamo abituati a conoscerlo, ma che ha preso spazio dentro noi nelle forme più sottili e complesse della libertà individuale. (Byung Chul Han)

Il disordine percettivo nel sistemare concettualmente le cose può essere causato dalla compresenza di questi due mondi che scivolano l’uno nell’altro, come è giusto che sia in un’epoca di passaggio come la nostra. Due mondi, quello moderno e quello contemporaneo, che appaiono entrambi validi per dare alle nostre vite una collocazione precisa, dentro uno scenario politico di sospensione giuridica e istituzionale. Il primo: secondo una chiave interpretativa che considera il nostro tempo ancora pienamente moderno, cioè governato da contrapposizioni rigide riemerse con l’arrivo della pandemia, la posa totalitaria assunta dal Governo italiano prende i contorni tipici del contrattualismo di stampo hobbessiano e giusnaturalista.

Maggiore il timore di morire, maggiore la volontà spontanea di affidare la nostra vita nelle mani di qualcuno che dovrà proteggerla

Questo modello sembra valido per spiegare il fenomeno perché nella sua logica interna ognuno rinuncia a qualcosa (purché siano tutti a rinunciare) per ad affidare allo stato la gestione dei rapporti tra gli individui, con lo scopo di uscire dalla condizione di natura, dove vincono gli egoismi, i particolarismi e la legge del più forte, e accedere così allo stato civile, regolato invece da diritti e doveri.

Questa forma statale che si basa sulla cessione di una parte della propria libertà a una entità terza (lo Stato), offre in cambio sicurezza e protezione. Il sentimento sulla quale si fonda è la paura della morte, il timore di essere annientato dall’altro, della sua libertà infinita alla quale solo le istituzioni possono porre dei limiti. Maggiore sarà il timore di morire, maggiore sarà la volontà spontanea di affidare la nostra vita nelle mani di qualcuno che dovrà proteggerla. L’equazione di questo genere di stato sembra una sintesi perfetta del movimento politico attuale perché i termini sono: salute in cambio di obbedienza.

Allo stesso tempo il modello è talmente rigido che viene facile considerare questa situazione solo come un momento del processo della modernità, dove i limiti e le distanze erano ben definite, anche se adesso sono chiaramente dissolte. Inoltre, negli stati di eccezione previsti dal modello, come quello pandemico o come quello scaturito da una minaccia terroristica o dell’invasione dello straniero, per i quali non si sa mai di preciso né la durata né l’entità della minaccia, la paura della morte, del contagio, estesa a un periodo di tempo indefinito, legittimerebbe lo stato a sospendere i diritti, trovando pure il consenso dei cittadini, che spinti da un desiderio di conservazione di sé, gli affidano non più una parte della propria libertà, ma tutta la loro libertà.

È così allora che Giorgio Agamben, uno dei maggiori filosofi italiani, fortemente criticato per le sue posizioni apparse negli articoli sul blog della casa editrice Quodlibet, può sentirsi legittimato nel dichiarare un pensiero che, nonostante le accuse di modernismo, non è stato solo un abbaglio dovuto alla vecchiaia, come dicevano alcuni suoi detrattori con evidente scarsità di argomenti. L’approccio del suo sguardo scivola tra il moderno e il contemporaneo quando dice “che gli uomini non credono più a nulla – tranne che alla nuda esistenza biologica che occorre a qualunque costo salvare” e che “sulla paura di perdere la vita si può fondare solo una tirannia, solo il mostruoso Leviatano con la sua spada sguainata.”

L’idea di un ritorno allo Stato moderno rimanda per sensazioni anche al commento di un altro filosofo la cui accuratezza ermeneutica ha superato le opposizioni delle modernità: Mark Fisher, che commentando il film di Cuaron, I figli degli uomini, in Realismo Capitalista, intravede nella trama le condizioni sociali avverse del tardo capitalismo, che si ripresentano sotto forma di misure autoritarie “attuate all’interno di una cornice ancora democratica, almeno nominalmente”, dove “i neoliberali, ovvero i realisti capitalisti per eccellenza, hanno più volte celebrato la distruzione dello spazio pubblico”, anche se “contrariamente alle loro aspirazioni ufficiali […] non assistiamo a nessun arretramento dello Stato, quanto semmai un ritorno dello Stato alle sue originarie funzioni di stampo militare e poliziesco”.

A questo punto è comprensibile ricondurre all’interno di questo processo lo scandalo nel vedere come si accettano certe misure e come probabilmente continueremo ad accettarne molte altre in nome della difesa della vita. “La cosiddetta guerra al terrore ci ha già preparato a simili sviluppi”, continua Fisher, “la normalizzazione della crisi ha prodotto una situazione nella quale la fine delle misure d’emergenza è diventata un’eventualità semplicemente impensabile: quand’è che la guerra potrà dirsi conclusa?”

Le conseguenze di un discorso deumanizzante hanno avuto nella storia risvolti terrificanti. Basti pensare alle giustificazioni scientifiche del Terzo Reich

Come sappiamo, una estensione spazio- temporale indefinita dello stato di eccezione è tipica di un potere totalitario, il quale sotto la minaccia della malattia e della morte ci fa apparire utili e incontestabili le misure proposte e ce le fa accettare mettendoci di fronte, nel caso pandemico, il sigillo della Scienza. Questo approccio tipicamente moderno, affida alla tecnica la risoluzione di ogni problema, causando inevitabilmente la fine della politica. Il confronto democratico viene assorbito nell’unica parola di verità prodotta dal discorso scientifico adottato dal Governo, la democrazia diventa allora davvero scientocrazia.

Il rischio che si può correre, paventato anche da Agamben, è ridurre la vita umana a mero dato naturale, in nome di una salute organica come campo di governo dell’esistenza. La riduzione su scala biologica di tutto ciò che concerne l’umano, spinge nel renderci simili a un virus e nel sottoporci agli stessi accorgimenti che si avrebbero con una molecola o una pianta.

Le conseguenze di un discorso deumanizzante del genere hanno avuto nella storia risvolti terrificanti. Basti pensare alle giustificazioni scientifiche del Terzo Reich. (Ovviamente non è questo il caso, l’esempio è preso solo per mostrare gli epiloghi più funesti ai quali un discorso del genere potrebbero condurre) Inoltre, ridurre la vita umana a biologia significa ucciderla prima ancora che muoia, perché la vita non è fatta di sola biologia, né di sola scienza il suo significato (Ci ricorda sempre Agamben). Togliendo il fatto che noi con il virus non abbiamo nulla a che fare, a parte esistere sullo stesso pianeta.

Assecondare un approccio del genere significa deresponsabilizzare la politica per affidarla a espedienti tecnico scientifici di governo e tirarsi fuori da responsabilità storiche, per dare la colpa dell’ecatombe a uno stupido virus senza cervello, il quale non sa neppure di esistere, e che dopo averci eliminato non subirà nemmeno un processo. È inutile ribadire che il virus è innocente come uno tsunami, a-morale come un filo d’erba, la parte più umile della natura, non considerata nemmeno vita, ma meccanismo biologico il cui “unico impulso, la cui unica funzione”, come ci informa anche Zizek nel suo ultimo libro Virus, “è replicarsi”.

Ma c’è colpa solo dove c’è coscienza. La storia giudica gli uomini perché sono loro a farla. L’obiettivo polemico allora deve essere un altro, altrimenti l’angoscia, la paura senza riferimenti, la rabbia contro qualcosa che non può essere responsabile di questa condizione ci sommergerà e ancora una volta non troverà nessuno a cui affidare il riscatto. Diciamo di essere la specie più intelligente del pianeta. Gli unici che possono farci fuori siamo noi stessi. Degli esiti di questa pandemia qualcuno dovrà risponderne, e di certo non potrà essere il virus.

Il secondo mondo: Infatti c’è stato un momento in cui ce la siamo presa con chi, rispettando le distanze e tutti gli accorgimenti, andava a farsi un giro al mare, con i runners, con i bambini, con chi tornava dal nord, quando negli ospedali si continuava a morire. Ci si è indignati con i liberi cittadini, abbiamo accettato multe e provvedimenti, piuttosto che alzare anche una piccola voce contro chi per incapacità, negligenza e cattiva gestione politica e amministrativa, ha effettivamente causato una situazione del genere.

Abbiamo preso per buone tutte le misure imposte dai governi nazionali e regionali, anche quelle più paradossali, governi che dopo venti task force e mesi di ragionamento risultano ancora incapaci su molti fronti e che dovranno rispondere delle migliaia di morti che hanno già sul groppone. È qui allora che si palesa un altro tratto del disegno del potere contemporaneo che non ci ha mai abbandonato, che vivevamo già da prima della pandemia e che trova nella responsabilizzazione dell’individuo la sua forma politica.

La criminalizzazione del singolo conduce il soggetto a un isolamento politico e geografico

La criminalizzazione del singolo conduce il soggetto a un isolamento politico e geografico, facendogli credere che la soluzione ai problemi sia solo nelle sue mani e che la colpa per non averli risolti o addirittura per averli causati è sempre e solo sua. (Fisher – Han, e altri) In questo modo il potere, senza dover costringere nessuno ad accettare la sua verità, è capace di deresponsabilizzarsi e di farcela prendere con i runners anziché con chi ha obblighi politici nella gestione sanitaria dell’emergenza. (È lo stesso potere che ci fa credere che raccogliendo le cicche dalla spiaggia abbiamo risolto nelle nostre piccole vite il problema climatico, per cui abbiamo assolto anche il nostro compito politico, morale ed esistenziale senza arrecare disturbo a chi invece continua a sparare co2 nell’aria).

Ma oltre a questo, c’è un altro elemento presente nelle nostre vite prima ancora della pandemia e che rivela i suoi sintomi totalitari: ciò che può metterci in allarme non è tanto la regola obbligata e la minaccia, quanto l’accondiscendenza silenziosa alle misure adottate ovvero l’accettazione acritica della condizione di quarantena che non ci permette di valutare la cattiva gestione dei Governi e le loro responsabilità. Si reagisce alle proposte come l’occhio alla luce.

Ogni critica, anche quella più lungamente argomentata, viene presa come una oziosa considerazione filosofica che non porta a nessuna soluzione, invece di essere ricevuta come contributo più che democratico nell’osservare i limiti dei provvedimenti; senza capire anche che chi risponde con soluzioni semplici a un problema complesso o è un ottuso o un populista. Il retaggio di un comportamento del genere proviene forse dall’abitudine a offrire spontaneamente la nostra vita nelle mani di un potere che al di là dell’evento pandemico, gioca su un altro livello di manipolazione e il cui scopo non è più solo quello di contenere i corpi, ma conquistare il cuore e le menti, perché queste sono le sedi produttive del valore e del consenso e queste devono essere sfruttate, ottimizzate, cambiate, governate e colonizzate.

È un ulteriore passaggio che si viene a delineare tra l’assoggettamento disciplinare dei corpi sociali descritto da Foucault e il modello di controllo elaborato da Deleuze, dove l’ordine non è più una struttura esterna cui bisogna piegarsi, ma è la forma cognitiva che controlla l’organismo dall’interno (Bifo).

Il potere che preesisteva la quarantena e che tutt’ora svolge il suo compito non ci reclude mai, ma ci lascia liberi dai confini angusti delle fabbriche, ci emancipa dalla famiglia, dalla religione, dalla comunità, da tradizioni obsolete che impedivano la nostra piena realizzazione, fino a far coincidere i nostri desideri e le nostre opinioni con le sue. Un potere diventato sottile e meno intellegibile, capace di trascendere ogni dimensione fisica per incarnarsi di volta in volta nei vissuti e nei pensieri di ognuno di noi, fino a inglobarci dentro le sue volontà, senza usare mai alcuna forza per imporsi (Han).

Nel mondo pandemico c’è ancora un “fuori” che si può abitare

Un potere che agisce attraverso un raffinato processo di mediazione con cui scioglie ogni opposizione nel consenso, installandosi nelle vite di ognuno come una specie di entità metafisica capace di annidarsi in silenzio nelle menti. Un potere che conduce il soggetto in una situazione interiore tale da sentirsi a suo agio nell’esprimere i desideri di chi lo governa, perché questi desideri sono anche i suoi. Un potere che ci lascia liberi di fare perché sa che nella nostra libertà compiremo pienamente la sua volontà. “Un potere superiore è quello capace di plasmare il futuro dell’altro, non quello che lo blocca” , diche Byng Chul Han nel suo ultimo libro Che cos’è il potere, e diventa assoluto quando libertà e sottomissione combaciano.

Per questo, da un lato, la regola che ci tiene in quarantena non può essere più totalitaria di quella che già viviamo. Per questo a turbarci non deve essere solo la sospensione dei diritti democratici, qualora fosse assodato che si verificasse. Fin quando si intravedono delle opposizioni il potere deve dar conto ad altro rispetto a sé, manifestando così tutta la sua debolezza totalitaria. Infatti abbiamo visto le defezioni, le scampagnate sui tetti, gli inseguimenti in spiaggia.

La coercizione mostra la sua fragilità lasciando la possibilità di opporsi e respingere in qualche modo le misure che si reputano inadeguate, perché a differenza del potere assoluto che già campeggia da tempo nelle nostre menti e nelle nostre società, il potere che limita e obbliga è un potere povero, che deve fare uso della violenza e delle restrizioni per essere ascoltato. Nel mondo pandemico c’è ancora un “fuori” che si può abitare.

Tuttavia e in ogni caso, l’unica cosa che ci rimane per resistere e non farci assorbire è mantenere viva la critica, l’opposizione e la frustrazione. Perché solo mantenendosi frustrati del presente è possibile immaginare scenari di libertà. Il discorso del potere appare caotico ma unitario e spesso parla attraverso noi.

Accorgercene, prenderne le distanze, e resistere, almeno nella mente, è una delle poche soluzioni che abbiamo in questo momento, poiché non essendoci un orizzonte collettivo condiviso, anche la resistenza diventa un fatto personale e adesso si è responsabili non solo della propria schiavitù, ma anche della propria liberazione e del proprio benessere, facendo però attenzione anche qui, che nella confusione, chi ci fornisce gli strumenti per resistere può essere anche chi ci opprime.

Lavorare con le proprie passioni: per produrre senza limiti nell’autosfruttamento

[questo articolo è apparso anche sulla rivista Chefare il 14 novembre 2019]

ph @gabrieledragom

L’idea di lavorare con le passioni per non fare nemmeno un’ora di lavoro appariva desiderabile quando il lavoro era circoscritto all’interno di fabbriche organizzate con ruoli e orari ben definiti, dalle quali si cercava di evadere appena possibile per rifugiarsi in quello che era veramente il “tempo libero”, cioè un tempo svincolato dall’obbligo della produzione e del profitto.

Adesso che il lavoro si sta spostando su ambienti cognitivi e digitali e l’automazione rende superflua la presenza umana anche nella grande industria, svuotando magazzini e uffici, gli spazi e i tempi del lavoro si sciolgono e si confondono nell’intera vita del lavoratore, mescolando i limiti tra ciò che è lavoro e ciò che non lo è.

In questo senso è difficile anche stabilire il prezzo effettivo dalla prestazione, perché il tempo della produzione, della ricerca e della formazione, non coincide più con orari e luoghi ben precisi. La corrispondenza tra tempo e salario salta, dato che il tempo dedicato al lavoro si estende all’intero spazio di esistenza del lavoratore, andando oltre le otto ore e le quattro mura della fabbrica o dell’ufficio.

Ogni azione del “lavoratore passionale” si ritrova a essere interna all’attività del mercato, la quale si insinua anche nei momenti più noiosi della sua vita, come i tempi morti o quelli dell’attesa, quando per esempio scrolla annoiato lo stream di instagram per cercare ispirazioni e stimoli che contribuiranno alla formazione di uno sguardo o di uno stile che impiegherà poi nelle sue produzioni creative, digitali e cognitive, oppure quando il lavoratore passionale/cognitivo torna a casa e continua la ricerca che stava svolgendo per il marchio o formula un’idea che metterà nella sua strategia di content marketing mentre è in viaggio oppure ancora quando compone un articolo seduto sotto l’ombrellone, o sistema il file Excel in metropolitana.

Lo scopo del sistema neoliberale all’interno del quale agisce chi lavora con le passioni consiste proprio nell’abbattere ogni confine tra pubblico e privato

Egli compie queste attività con serietà, ma come se fossero un passatempo e solo perché gli dà piacere farlo, senza accorgersi che le ore impiegate in operazioni del genere non sono contabilizzate in busta paga. Nella specie di ufficio diffuso che è la sua intera esistenza, fatta di tablet e dispositivi elettronici dai quali non stacca mai neppure quando cerca di riposarsi, i processi produttivi si accelerano e si allargano in zone una volta dedicate al tempo libero, confondendo così i limiti tra i luoghi e i tempi dedicati alla produzione.

Lo scopo del sistema neoliberale all’interno del quale agisce chi lavora con le passioni consiste proprio nell’abbattere ogni confine tra pubblico e privato, tra lavoro e non lavoro, tra tempo della produzione e tempo improduttivo, in modo da mettere a valore l’intera esistenza del lavoratore.

Questa capacità di assorbire le opposizioni e annullare le differenze, di sciogliere ogni identità per metterci tutti sotto la grande macrocategoria di produttori e consumatori è la sua grande forza. Una forza che non si nutre più del gioco dialettico Servo/Padrone, in special modo se è lo stesso lavoratore a essere capo di se stesso o a alienare volontariamente le sue creazioni, semplicemente vivendo e ricomponendo giorno dopo giorno nella sua mente quegli strumenti e quelle idee che vengono messe a profitto non appena arrivano a concepimento.

Questo lo si può notare soprattutto nel cosiddetto lavoro cognitivo che sfrutta interessi, vocazioni e passioni individuali, per il quale i mezzi di produzione risultano interni alla mente del lavoratore e i dispositivi tecnologici sui quali egli svolge le sue attività sono anch’essi di sua proprietà. Considerate queste semplici premesse, l’analisi sull’estrazione del valore dalle pratiche umane si può estendere verso aspetti più profondi che riguardano non solo le qualità tecniche del lavoratore, ma la sua mente, i suoi desideri più intimi e l’intera sua sfera emotiva, perché, come ha potuto notare anche Byung Chul Han, filosofo coreano di stanza a Berlino, adesso “la totalizzazione del tempo del sé si accompagna alla totalizzazione della produzione, la quale travolge oggi ogni ambito della vita e conduce allo sfruttamento totale dell’uomo.”

Infatti, al di là degli strumenti materiali con cui il lavoratore passionale elabora servizi e prodotti, egli possiede pure quelli immateriali, come la capacità di creare relazioni significative con i collaboratori, essere simpatico ed empatico, gestire la sua emotività per far fronte con maggiore entusiasmo agli eventuali problemi che si verificano nell’ambiente di lavoro.

Queste qualità fanno parte di quel capitale di cui egli è proprietario e del quale non si può separare, il cosiddetto capitale umano, un genere di capitale che va accumulato e ottimizzato come se fosse un vero e proprio, imprescindibile bagaglio di esperienze da impiegare a lavoro.

Come si accorgono infatti i sociologi del lavoro Federico Chicchi e Anna Simone ne La società della prestazione, “gli strumenti professionali dei lavoratori cognitivi non sono più, come sovente accadeva nel lavoro industriale, separabili e opponibili al lavoratore stesso: il lavoro e i mezzi di produzione si ricompongono nel corpo e nella mente del lavoratore cognitivo” e come fanno notare tutte le statistiche di produttività aziendale legate allo stato emotivo dei lavoratori, le proprietà intrinseche al carattere contribuiscono per una buona parte alla crescita di un’intera azienda o anche di una sola partita iva.

Il mercato si appropria perciò non solo delle qualità tecniche sviluppate dal lavoratore, ma pure e soprattutto di un saperci fare relazionale appreso con l’esperienza in contesti considerati da sempre esterni ai luoghi del lavoro come la famiglia, il bar, la scuola, lo sport, etc… È proprio a partire da questa intuizione che alcune imprese si adoperano per introdurre nell’ambito della formazione delle risorse umane i corsi di PNL, di mindfullness, di training autogeno, di riconoscimento delle emozioni o di sviluppo dell’empatia.

Attraverso queste pratiche di gestione del sé, il lavoratore trova il modo di ridurre lo stress, l’ansia, le distrazioni continue fornite da carichi di lavoro eccessivi o dai molti e diversi compiti ai quali il lavoratore è sottoposto. La meditazione, per esempio, aumenta la capacità di mantenere l’attenzione per un periodo di tempo molto più lungo su uno stesso stimolo o sull’oggetto sul quale si sta lavorando.

La capacità di riconoscere le emozioni genera empatia, facilitando i rapporti tra i colleghi e l’interdipendenza tra i collaboratori. Il lavoratore che durante i corsi di formazione subisce questo genere di addestramento può riuscire a sostenere l’assedio del multitasking, a scoraggiare il burn out, a disinnescare il meccanismo compulsivo di stimolo/risposta per dare soluzioni creative e non reattive ai problemi che si verificano con i colleghi o nell’ambiente di lavoro.

Il lavoratore con le passioni “sfrutta se stesso del tutto volontariamente, senza costrizioni esterne. Egli è al tempo stesso vittima e carnefice.”

È l’azienda stessa che fornisce al lavoratore le dotazioni immunitarie per metterlo a riparo dalla sua attività, cercando in questo modo di risolvere il problema della neurosostenibilità interna ai processi di produzione e fare fronte così alle patologie contemporanee più diffuse in ambito lavorativo come lo stress, l’over thinking, il burnout. Tutto questo non perché si abbia particolarmente a cuore la salute dei lavoratori, ma perché una mente rilassata produce meglio e di più. È così che il mercato estrae valore direttamente dalla mente del lavoratore, apportando una trasformazione psichica del sé che deve essere impiegata a favore della produzione.

Federico Chicchi e Anna Simone sottolineano nei loro studi come “il dispositivo di sfruttamento si iscrive direttamente nel corpo del lavoratore attraverso una domanda di mobilitazione soggettiva che comprende le risorse relazionali, simboliche, affettive e intuitive.” E ancora una volta “tutto questo rende al contempo incerto il confine tra ciò che è produttivo e ciò che invece considerato non interno alla esecuzione del compito”. Se un tempo perciò il proletariato doveva appropriarsi dei mezzi di produzione del padrone per vincere lo sfruttamento, adesso che i mezzi di produzione sono le sue risorse cognitive, relazionali, digitali e creative interne a se stesso, viene da chiedersi di cosa dovrebbe appropriarsi.

Con il decadimento degli ordini disciplinari tradizionali come la famiglia, il partito, le istituzioni, la religione e le fabbriche, che davano un senso pratico e regolamentato alla vita delle persone e contro i quali si poteva opporre un “no” o quantomeno un rifiuto alla subalternità e all’obbligo della produzione, i processi di assoggettamento si ripiegano sull’individuo, il quale, non essendo più costretto a rispondere a imperativi morali, a doveri, a orari d’azienda, a ordini o gerarchie, obbliga se stesso ad agire, ponendosi degli obiettivi e autosfruttandosi per cercare di realizzarli. Il lavoratore con le passioni mette in campo qualcosa di molto più intimo della semplice conoscenza operativa: la sua mente, le sue emozioni, il suo desiderio.

In un certo senso, come fa notare ancora il filosofo Byung Chul Han, il lavoratore con le passioni “sfrutta se stesso del tutto volontariamente, senza costrizioni esterne. Egli è al tempo stesso vittima e carnefice.”

Libertà e costrizione coincidono nell’animo del lavoratore passionale e l’assenza di opposizioni polari come lavoro/tempo libero, capo/subalterno, etc… lo induce a esprimere un’azione talmente libera da far perdere anche i confini tra doveri e volontà, fino a far corrispondere il desiderio personale con l’unica norma alla quale sottomettersi. La promozione di una volontà indipendente da vincoli, culture e orari, è quella però di un individuo che non può più avere scuse.

Se egli non è libero di lavorare con le proprie passioni la colpa è solo sua perché non è riuscito a emanciparsi dai condizionamenti ambientali, sociali o culturali che lo limitavano nella scelta dalla sua professione o nel modo di svolgerla. In un passo che vale la pensa citare per intero, Mark Fisher nota come “una delle tattiche di maggior successo della classe dirigente è stata la “responsabilizzazione” del singolo individuo.

Il lavoratore passionale vive in un costante processo di autovalutazione in riferimento all’idea di perfomance lavorativa d’eccellenza che popola la sua mente

Ogni singolo membro della classe subordinata è incoraggiato a credere che la sua povertà, la mancanza di opportunità, o la disoccupazione, sono colpa sua e solo sua. Gli individui incolpano se stessi, piuttosto che le strutture sociali. E in ogni caso sono indotti a credere in una realtà che non è. Ciò che Smail definisce il “volontarismo magico” – cioè la convinzione che ogni persona ha il potere di diventare ciò che vuole essere – è l’ideologia dominante e la religione non ufficiale della società capitalistica contemporanea, sostenuta sia da “esperti” dei reality televisivi che dai guru del business che dai politici. Il volontarismo magico è sia l’effetto che la causa del più basso livello di coscienza di classe che la storia ricordi. È l’altra faccia della depressione – la cui convinzione di fondo è che noi siamo gli unici responsabili della nostra miseria e perciò la meritiamo.”

Il lavoratore passionale vive con la pressione interna di non aver fatto mai abbastanza e questo lo si nota soprattutto nella tendenza che ha di continuare a formarsi senza mai riuscire a fare un punto sulla sua professionalità. Egli vive in un costante processo di autovalutazione in riferimento all’idea di perfomance lavorativa d’eccellenza che popola la sua mente, soprattutto quando in ballo vi è qualcosa che lo riguarda intimamente, ovvero la sua passione.

Descrivendo il lavoratore passionale, Chicchi e Simone si accorgono che “più il lavoro è investito e caratterizzato da elementi espressivi e vocazionali più cresce fortemente il bisogno di formazione e innovazione continua dei propri bagagli professionali per aumentare il livello prestazionale del proprio agire economico.” Per il lavoratore passionale diventa perciò necessario frequentare corsi di aggiornamento e workshop non solo perché il mondo del lavoro cambia continuamente, ma anche perché si sente in dovere implementare le sue competenze per le quali deve sempre raggiungere il livello più alto.

Si potrebbe pensare che essere capi di sé stessi e di vivere con ciò che appassiona sia una grande conquista di libertà, ma invece proprio la passione si rivela essere tra le peggiori gabbie, cioè quelle senza sbarre, senza limiti, senza un fuori al di là del quale ci si possa davvero sentire svincolati dall’obbligo della produzione, nemmeno in quelle zone profonde del sé che si pensavano libere da qualsiasi logica dell’utile.

Il soggetto proattivo è un creatore di valori individuali ai quali sottomette la sua stessa vita

Quello di lavorare con le passioni più che un piacere rischia di diventare un’oppressione che il lavoratore ritorce su di sé, un genere di libertà che getta la persona in una solitudine esistenziale e operativa data da un eccesso di responsabilità individuale rispetto alla propria vita professionale, perché adesso, come sostiene Byung Chul Han, “in luogo del divieto, dell’obbligo o della legge, subentrano il progetto, l’iniziativa e la motivazione.”. Colui che lavora con passione è infatti spinto dall’interno a svolgere la sua attività e prima di essere in competizione con gli altri, si trova a essere innanzitutto in competizione con se stesso. Questo genere di motivazione intrinseca, conosciuta anche con il termine proattività, è la qualità migliore che un datore cerca nei suoi collaboratori e la caratteristica necessaria per chi invece vuole fare impresa di sé.

Secondo la descrizione di Stephen Covey, uno dei guru mondiali della formazione aziendale per quanto riguarda l’intelligenza emotiva, il soggetto proattivo è colui che una volta riconosciuti i condizionamenti ambientali e sociali che influenzano la sua azione, riesce a subordinare i sentimenti di attaccamento all’ambiente sociale a nuovi valori scelti autonomamente. Il soggetto proattivo è un creatore di valori individuali ai quali sottomette la sua stessa vita.

Queste ideologia è alla base del self made man contemporaneo, cioè di colui che crea il proprio destino, costruendo una nuova narrazione di se stesso dopo aver fatto tabula rasa di quelle precedenti. Egli ha il grande potere di scegliere chi essere e come essere, prendendosi carico interamente della propria vita lavorativa. Il soggetto proattivo è in grado di autoresponsabilizzarsi e di svolgere il suo compito in autonomia, senza il bisogno di supervisori. Inoltre, agendo sulla base del proprio desiderio e trovando in se stesso le motivazioni per darsi da fare, è più performante di un altro che si sente invece costretto a eseguire un compito.

Prendendo ancora a prestito le parole di Byung Chul Han, vi è una regola secondo la quale “La positività del poter fare è molto più efficace della negatività del dovere […]” per questo il soggetto che lavora con le passioni e che si dà da sé la spinta “è anche più veloce e produttivo del soggetto di obbedienza”.

Nel bene o nel male il lavoratore passionale si percepisce come unico responsabile della propria vita lavorativa

Egli compie il suo lavoro con tenacia, perseveranza, ordine e sopratutto non vuole e non ha bisogno che qualcuno gli dica come fare il mestiere per il quale è vocato. È disposto a ricevere salari più bassi, a avere orari flessibili e non ha bisogno di gratificazioni esterne come un aumento dello stipendio, le congratulazioni del capo o uno scatto di carriera, perché trova nella sua attività la ricompensa emotiva, sociale, pratica per quello che sta facendo. I compiti che svolge spesso hanno come fine non solo aspetti economici, ma esistenziali.

Egli non si fa scrupoli a subordinare la contingenza del guadagno alla progettualità della sua posizione o della sua immagine professionale, così come capita di vedere in quelle persone che pur di mettere un piede nell’azienda dei loro sogni, pur di ritagliarsi una posizione ambita o quantomeno invidiata dal contesto sociale in cui agiscono, sono disposte a lavorare gratis, a svolgere i tirocini non retribuiti e mansioni sottodimensionate con la speranza di migliorare la loro posizione e esprimere prima o poi i loro talenti.

Nel bene o nel male il lavoratore passionale si percepisce come unico responsabile della propria vita lavorativa e accetta la precarietà come condizione esistenziale e come agone di gioco all’interno del quale può mostrare il livello della sua prestazione. Il valore posizionale offerto dalla forma/privilegio di lavorare con qualcosa che appassiona si ritrova a essere più ambito del valore economico che si può ricavare dalla propria attività. In questo senso egli è doppiamente sfruttato: una volta da se stesso e una volta, quando c’è, dal datore di lavoro che approfitta della sua volontà innata a produrre in accordo con i servizi, i valori e i prodotti erogati dall’azienda.

Una persona formata con questa idea di sé, cioè in grado di percepirsi autonoma, fugge anche da ogni contesto gerarchico o rigidamente organizzato. Alla sua esigenza di libertà va in contro lo scioglimento della forma ufficio compartimentata, dove l’open space condiviso o gli spazi di coworking diventano la sede fisica dell’assenza del limite regolamentato di ruolo e mansione.

I lavoratori di questo genere sono liberi anche da vincoli contrattuali, preferiscono operare per conto loro, da free lance, organizzando il lavoro a distanza. La sede geografica dell’azienda non deve necessariamente coincidere con il luogo in cui risiede il lavoratore, il quale perciò si considera sempre meno “dipendente”. Questo modo di fare e di essere è alla base del genere di libertà promosso dal neoliberismo, un genere di libertà che scioglie ogni rapporto con l’altro, disegnando un orizzonte di senso esclusivo, privato, personale, dove la collaborazione viene percepita a volte come un intralcio, un rallentamento, oltre che come un vizio o una contaminazione della propria visione o del risultato finale che il lavoratore passionale vuole raggiungere da solo.

Anche per questo si rendono necessari i corsi di team building. Le aziende devono far fronte a un eccesso di individualismo che fa male alla produzione e creare le condizioni adeguate per sviluppare rapporti di interdipendenza tra i collaboratori. Quella del lavoro con le passioni, soprattutto quando si manifesta in forma autonoma, rischia di essere una nuova libertà singolare che erode dall’interno ogni legame sociale e lavorativo, perché capita che anche il collega più amico venga visto come un vero e proprio impedimento all’ascesa individuale e alla piena realizzazione di sé.

Lavorare con le passioni è una delle forme di individualizzazione contemporanea messe in atto dai processi economici neoliberali

È probabilmente grazie a questa evoluzione del lavoro che stiamo vivendo lo sgretolamento di una visione collettiva di classe e diritti, poiché il desiderio di ascesa personale, sostenuto da valori non direttamente commerciali e da una forte passione per ciò che si fa, diventa l’unica vera disciplina per il soggetto e una forma di dovere che non risponde più ad alcuna istanza collettiva. A causa di ciò è possibile che i lavoratori non si coalizzino più in forme rappresentative, comunitarie, sindacali o in class action con principi di rivendicazione sociale, perché ognuno è preda di se stesso e vede l’altro come un competitor o un attore da impiegare per sostenere la propria visione.

Lavorare con le passioni è una delle forme di individualizzazione contemporanea messe in atto dai processi economici neoliberali utile a fluidificare e estendere l’azione del mercato in ogni anfratto della vita individuale in nome della libertà. La soluzione a questo genere di violenza sarebbe cercare di rendersi inutili, di sospendere ogni volontà di riuscita, di annientare le manie dell’ego, di disimpegnarsi, di creare relazioni di scambio fuori dall’economia, di ricomporre i limiti e i “no”.

Queste probabilmente sono le uniche pratiche felici per resistere e per liberare l’intera esistenza dalla forza appropriativa del capitalismo contemporaneo. A queste pratiche bisognerebbe unire forse l’unica, grande, passione che ognuno di noi dovrebbe avere, quella di esistere, e basta.

La pratica dell’ascolto attivo, un modo per ristabilire relazioni tra le persone

[Questo artcolo è apparso anche sulla rivista Chefare il 3 Aprile 2020]

ph. @gabrieledragom

Esiste un potere che ci allontana continuamente e che riduce l’esistenza e ogni forma di sofferenza a un fatto privato.

Probabilmente la quarantena accelera questo processo, anche se forse è l’unica risposta collettiva che siamo riusciti a dare come comunità, nonostante le fughe, i microfascismi, le delazioni degli untori, i provvedimenti di un governo che lascia trasparire gli accordi di protezione del capitale, sacrificando la salute generale e costringendo masse di lavoratori a spostarsi verso i luoghi di produzione, vanificando così la decisione collettiva di una tutela reciproca definita nell’isolamento.

A molti l’arrivo del virus, la quarantena, sembra un cambio di paradigma. Come faceva notare l’articolo del MIT apparso anche qui su cheFare, il metodo del distanziamento sociale come modello di prevenzione non scomparirà subito, anzi ce lo porteremo dietro per sempre in regimi più meno intensi, cambiando così il modo di creare e vivere le relazioni.

La strategia del potere consiste oggi nel privatizzare la sofferenza e nel nascondere la dimensione sociale

C’è addirittura chi nell’epidemia preannuncia la fine del capitalismo, quando però proprio questo genere di allontanamento sembra confermare una tendenza già in atto da anni, nell’attitudine di un potere che ci vuole sempre più distanti e isolati. Isolati soprattutto nelle nostre paturnie. Come sostiene Byung Chul Han ne L’espulsione dell’Altro, “la strategia del potere consiste oggi nel privatizzare la sofferenza e l’angoscia, e nel nascondere così la dimensione sociale, impedendone in tal modo la socializzazione e la politicizzazione. (p.97)

Al di là degli stati di eccezione come la quarantena, in questo articolo si vuole provare a descrivere una reazione, attraverso una pratica capace di aprire in ogni momento nuclei di comunità solide, spontanee e di resistenza, basate su relazioni profonde, nelle quali annientare le forze disgreganti prodotte da un contesto economico e politico che teme sempre di più i legami umani.

Ciò che verrà mostrato è la pratica dell’ascolto attivo. Un modo con cui ristabilire relazioni significative tra individui, nelle quali cade ogni agonia competitiva, favorendo momenti di sospensione delle regole appropriative dell’io, del mercato e del potere, e per ridare così ai rapporti umani un valore autonomo, sollevato dalla necessità di acquisire sempre qualcosa su qualcuno, un luogo aperto nel quale si respira insieme. Come sappiamo già da Foucault, con il dissolversi delle grandi opposizioni politiche, sia il potere sia la resistenza diventano localizzati. Laddove si esprime un potere è possibile perciò opporre una resistenza.

Questo principio è adeguato per dare terreno alla pratica che descriverò, ma mi preme dire sin da subito che quella dell’ascolto attivo è una tecnica usata anche nel coaching aziendale, cioè in quei processi di formazione del personale con i quali il mercato si appropria di dimensioni tipicamente umane, come le emozioni e appunto le relazioni.

La pratica dell’ascolto attivo. Un modo con cui ristabilire relazioni significative tra individui

Con il coaching il mercato trae profitto da dinamiche interpersonali capaci di favorire lo sviluppo aziendale attraverso le buone pratiche dell’amicizia. Inoltre, questo genere di ascolto si applica anche nelle strategie di marketing, per creare community, comprendere i bisogni dei acquirenti, risuonare con loro, farli sentire ascoltati, compresi, e successivamente più disponibili all’acquisto.

L’ascolto attivo aiuta a sviluppare empatia, fiducia nell’altro, nei collaboratori, e a alimentare un capitale umano affiatato e fedele, guidato da una leadership spogliata da funzioni gerarchiche e vicina invece a una forza che “ormai lavora solo comunicando”, come ci dice Mark Fisher in Realismo Capitalista, quando sottolinea come nel “postfordismo la catena di montaggio si trasforma in flusso di informazioni” dove “comunicazione e controllo si legano a vicenda” e “lavoro e vita diventano inseparabili”.

Quindi, se è vero che il potere è localizzato come pure la resistenza, è vero anche, come mostra ancora Byung Chul Han nel suo ultimo libro Che cos’è il potere?, che il potere è capace di assorbire dentro sé ogni opposizione, espandendosi in tutta la vita privata di ognuno e diventando in questo modo “assoluto” e “irresistibile”.

Questa premessa è d’obbligo, però non è una contraddizione di argomenti, ma una consapevolezza, perché l’auspicio è quello di riuscire a riappropriarsi delle relazioni, dell’umano e delle sue molteplici dimensioni, per “ricostruire”, come suggeriscono i sociologi Chicchi e Simone, “una trama affettiva e sociale non monetizzabile, in grado di generare nuove forme di solidarietà informale e nuove misure del vivere comune oltre l’Io-centrismo e i processi di individualizzazione.”

Ascoltare attivamente significa partecipare all’esistenza altrui offrendogli in dote doni preziosi, ma allo stesso tempo più che reperibili, come l’attenzione, la creatività e l’immaginazione. È possibile praticare l’ascolto attivo in ogni circostanza, con amici o sconosciuti, e creare, appena ne abbiamo l’occasione, delle comunità agili e resistenti, non sulla base di un accordo ideologico, ma sulla capacità creativa che ogni essere umano possiede di immedesimarsi nell’esperienza dell’altro attraverso l’immaginazione.

L’ascolto attivo consiste nel ricreare nella nostra mente l’ambiente emotivo dell’altro per riuscire a leggerlo tra le righe e immaginare cosa egli pensa mentre ci parla. In un certo senso dovremmo provare a indovinare, a reinterpretare le parole che sentiamo, perché è questa capacità creativa che sviluppa la fiducia, la comprensione, l’empatia e comunità solida tra esseri umani.

Per ascoltare attivamente non basta disporre l’orecchio alla vocalità dall’altro. Questa è una forma passiva di ascolto che riguarda solo aspetti logici e superficiali della comprensione. È necessario invece sforzarsi a estrarre immagini mentali vicine ai contesti dove l’altro agisce per ricostruirne i modelli d’azione. Prendendo un esempio dal coaching che, ricordiamo, viene usato per far accettare ai soggetti le pressioni dell’ambiente lavorativo, se uno vi dice “sono stanco di andare a lavoro”, invece di rispondere con frasi del tipo: “sai? se non lavori non mangi”, che banalizzano l’esperienza altrui e lo ricacciano velocemente in sé stesso, proviamo a immaginare la sua frustrazione, a pensare che forse vorrebbe fare altro nella vita o che non ha un buon rapporto con i colleghi.

Dice Mark Fisher in Realismo Capitalista: nel “postfordismo la catena di montaggio si trasforma in flusso di informazioni”

Se riusciamo a spiegare le immagini che stanno dietro le sue parole, si sentirà compreso, e magari la prossima volta avrà più voglia di andare a lavoro, sopporterà meglio la frustrazione, quantomeno non si sentirà solo. È un modo per offrire all’altro un sostegno, per perdersene cura, per dargli una boccata d’aria psicologica. Questo genere di comprensione fa crollare le forme oppositive che ci atomizzano e ci allontanano. L’uso di questa pratica in contesti aziendali è utile per smorzare i toni di una competizione interna dovuti a una predominanza egoica dei soggetti di prestazione, che con la loro volontà di affermarsi escludono ogni possibilità di collaborazione o apertura all’Altro.

Come succede spesso, capita che la gente parli per ore senza capirsi. Nel migliore dei casi ognuno aspetta che l’altro finisca per intervenire e rispondere. Si pensa a quello che si deve dire invece di ascoltare ciò che viene detto. In questo modo ci si autoesclude dalla relazione facendo all’altro il nostro dettato autobiografico. Così ognuno rimane per sé, dentro la propria bolla autistica. Non c’è rapporto anche se si sta insieme, non c’è comunità, ma c’è sempre l’uno-senza-l’altro, due individualità che cercano di avere ragione, anziché venirsi incontro e trovare un luogo comune di accoglienza e comprensione.

Questo succede perché mentre si parla siamo ancora nel gioco dell’io, al quale interessa solo imporsi, avere un’acquisizione sull’altro, differenziarsi, non subirlo, provando anzi continuamente a escluderlo per affermare se stesso. Laddove c’è la presenza dell’io, infatti, non c’è mai spazio per l’altro. “L’ego è incapace di ascoltare” ci dice anche Byung Chul Han, “lo spazio dell’ascolto, in quanto spazio di risonanza dell’altro, si dischiude soltanto nella sospensione dell’ego.”

Ovviamente il mercato, nonostante stimoli l’ottimizzazione e la competizione, si è accorto che è controproducente lasciare che i singoli individui gestiscano in solitaria la produzione. Perciò i corsi di team building, di leadership orizzontale e quant’altro, provano sia a livellare le differenze sia a promuovere la particolarità, a conformarsi e a distinguersi, sotto il nome però di un unico marchio/famiglia/gruppo al quale si cerca di appartenere.

I corsi di team building tendono a livellare le differenze e a promuovere la particolarità sotto il nome di un unico marchio/famiglia al quale si cerca di appartenere

Tornando al quotidiano di tutti, dove nessuno è comunque messo al riparo da un principio di prestazione ormai esteso in ogni ambito della vita, se si vuole entrare davvero nell’universo di un’altra persona è pratico perciò evitare l’autobiografia. A volte pensiamo che mettersi nei panni dell’altro significhi ricondurre tutto alla propria esperienza, fare un salto nella memoria per rivivere una situazione simile a quella che ci viene raccontata e poter dire “so come ti senti perché è successo anche a me”.

Pensieri del genere non sono funzionali ai fini di una comprensione reciproca, perché l’attenzione è ancora diretta verso i nostri contenuti interni. La parola dell’altro non riuscirà a penetrarci perché siamo chiusi in noi stessi, nel nostro mondo, nei nostri modelli d’azione. Così come quando facciamo qualcosa per qualcuno a cui vogliamo molto bene, ma le nostre azioni non producono l’effetto desiderato, l’altro rimane triste se volevamo sollevarlo oppure indifferente ai nostri sforzi, succede perché siamo ancora dentro ai nostri schemi, perché facciamo quello che piacerebbe esser fatto a noi, non all’altro.

Per mettersi nei panni di un’altra persona è necessario prima svuotarsi di sé, uscire dai paradigmi personali per entrare in quelli di chi abbiamo di fronte, far cadere le sovrastrutture pregiudiziali con le quali interpretiamo il mondo e noi stessi. Fare il vuoto di sé significa disfarsi dell’io, creare uno spazio propedeutico all’accoglienza dell’altro per farci riempire dalla sua alterità. Questo processo di denudazione de-interiorizza l’esperienza di chi ascolta, producendo una larga zona ospitale dove l’altro si sente a casa.

Se ci si mette attivamente da parte, invece di valutare con punti di vista soggettivi la storia di chi parla e si prova quindi a descrivere ciò che vediamo attraverso le sue parole, egli troverà nelle nostre immagini elementi familiari al suo vissuto. Più alto sarà il nostro desiderio di capire e di produrre i contorni della sua storia, più egli si sentirà compreso e si fiderà di noi.

In questo modo aprirà le mura di cinta attorno a quell’area sensibile che cerca di difendere, senza avere il timore di fallire nel suo desiderio di essere accolto e riconosciuto. Nessuno dei due potrà più sentirsi escluso, incompreso o isolato in questo nuovo mondo mentale, immaginario e reale che condividiamo. “Ascoltare significa qualcosa di completamente diverso dallo scambiarsi informazioni,” ci dice Han, nell’ascolto non avviene anzi alcuno scambio in generale. Senza prossimità, senza ascolto non si forma alcuna comunità.” Nella pratica dell’ascolto attivo, infatti, la logica è utile per capire il discorso, l’immaginazione per comprendere lo spirito.

È lo stesso principio che sta alla base della letteratura. Leggere non è mai un’attività passiva. L’autore delinea il carattere del personaggio con poche parole, il resto lo facciamo noi con la nostra immaginazione. È così che si viene a creare una speciale alleanza tra lo scrittore e il lettore, una vera e propria amicizia, una comunità.

Come diceva Salinger attraverso le parole del giovane Holden, “quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”. Non è un caso infatti che leggere sviluppi l’empatia, la comprensione e la solidarietà tra il lettore e l’autore. Chi ci comprende a questo livello aumenta le riserve di fiducia che noi riponiamo nella sua persona, perché fa si che quanto è importante per noi lo è anche per lui.

Nella comunicazione attiva “io” e “tu” si mescolano senza confondersi

Nella comunicazione attiva “io” e “tu” si mescolano senza confondersi. Ognuno rimane ben saldo in sé proprio perché la relazione stabilizza la coscienza degli interlocutori in un gioco di riconoscimento reciproco. Come ci insegna tutta la tradizione fenomenologica, è lo sguardo attento dell’altro che ci fa esistere dandoci consistenza e dignità. Io incontro e sento me stesso solo grazie all’incontro con l’altro. Nello spazio creato dell’immaginazione i soggetti riescono perciò a combinarsi in una terzietà che li comprende e li dissolve. L’opposizione binaria io-io viene contenuta nell’unità della relazione.

Il due si fa Uno nel Tre del rapporto. Allora si crea una comunità nella quale nessuno lavora più per sé, ma lo sforzo è diretto verso l’altro, in una nuova unità sinergica protratta nell’immaginazione. Così sarà possibile parlare con la stessa voce, vivere la stessa condizione esistenziale in una mimesi dinamica che si sviluppa reciprocamente nelle nostre menti. A questo punto si arriverà a un grado di scambio in cui le parole faranno a meno del loro significato informativo, perché porteranno un repertorio di immagini con il quale ci ritroveremo a vivere lo stesso scenario drammaturgico.

Nell’ascolto attivo il dialogo non assume la forma di una notifica da schedulare, ma diviene comunicazione di una profondità diretta da anima a anima. In questo modo, l’ascolto attivo può creare in ogni momento una reazione intima alla solitudine contemporanea e diventa terapeutico non solo per chi parla ma anche per chi ascolta. Sbilanciare l’attenzione sull’altro ci alleggerisce dalle tensioni che provengono dal nostro interno, obbligandoci a uscire fuori di noi e a trovare nell’altro un’area comune di riconoscimento.

Spesso gli stati depressivi consistono proprio nell’introiezione delle energie psichiche con le quali avremmo dovuto investire gli oggetti esterni per farli centri del nostro interesse. “L’eccessivo e narcisistico riferimento a sé”, dice Byung Chul Han, prendendo in prestito i concetti della psicoanalisi freudiana, “genera un sentimento di vuoto […] L’accumulazione narcisistica della libido egoica conduce alla perdita della libido oggettuale, cioè della libido che occupa l’oggetto. L’angoscia sorge quando nessun oggetto è più occupato dalla libido. Il mondo diventa in tal modo vuoto e privo di senso. A causa della mancanza di un vincolo oggettuale, l’io viene rigettato su se stesso, e così si spezza. La depressione deve essere ricondotta alla congestione narcisistica della libido rivolta all’io.”

Più si alimenta questa interiorità con energie che sarebbero dovute fluire fuori, più viviamo il senso di separazione dal resto delle cose. Spostare l’attenzione sugli altri significa trovare nuovi stimoli, riattivare l’interesse per il mondo e dissolvere questo solipsismo obbligato all’interno del quale siamo costretti a vivere e a liquefare la coesione sociale privatizzando ogni tipo di esperienza.

L’amicizia come capacità di rispecchiamento dell’uno nell’altro, è una forma di resistenza a questo genere di esclusione forzata al quale volontariamente o involontariamente ci sottoponiamo. L’apertura all’altro è salute. Nell’ottica di un sistema che mette tutto a valore, il tempo dell’ascolto è considerato “improduttivo, una perdita di tempo”, perché le relazioni svolte a questa intensità non sono né quantificabili né monetizzabili.

Anche se il potere ha compreso di poter trarre profitto dalle relazioni, quelle che nascono da un ascolto attivo sono uno dei casi in cui il mercato difficilmente può avere acquisizioni, poiché mette in campo delle profondità che la superficie liscia e operazionale del potere non può raggiungere, bloccando ogni volontà appropriativa sulla vita. Così, immaginare cosa l’altro pensa mentre ci parla, avere la più sincera volontà di capirlo, è un modo per aprire una prossimità all’interno della quale si scopre una vicinanza, un immaginario comune e “gratuito” che non riuscivamo a vedere.

I morti di Covid

Credo che una delle cose più crudeli di questo periodo sia l’impossibilità di seppellire i propri morti. Dover sospendere la forza simbolica del passaggio con cui la psiche cerca di proteggersi dalla devastazione della perdita, mancare il rito più antico e importante della vita umana, come ci ricordavano già i greci con l’Antigone disperata per non poter seppellire suo fratello Polinice.
Perché senza l’esposizione all’oggetto della scomparsa, senza il culto del corpo nella sede del suo riposo eterno, non si può cominciare il processo di elaborazione del lutto, che è necessario per assimilare il dolore, per trasformarlo e accettarlo. Si rimane sospesi. Questa è la tragedia, il trauma più difficile da superare per chi purtroppo ha dovuto viverlo. E mi dispiace. Un pensiero oggi va a loro.

600 euro e come spenderli

Non mi sono ancora arrivati i 600 euro e sto già pensando a come evitare di spenderli per restituirli quando me li chiederanno indietro.
E sono solo 600 euro, immaginate quando dovremo restituire 650 miliardi. Sapete com’è, funziona così: uno vi presta i soldi, ma poi dovete restituirli. Tipo gli 80 euro di Renzi, no? Abbiamo già visto, già vissuto. Però allenatevi lo stesso con questo questo esercizio, con questa acrobazia di calcolo. Provate a pensare come non spendere soldi che non avete.
Vi si apriranno nella mente portali extra dimensionali.

Ho chiesto – il ritorno alla natura

Forse dovrei, ma non voglio zappare per lavoro. Un conto è farsi un orto per passare il tempo e avere un po’ di verdura fresca, un altro è coltivare campi per ottenere reddito.
Alle anime belle del ritorno alla natura, che sono abituati ai viaggi low cost in aereo, agli ordini su Amazon, a internet veloce, anche se sono contro il 5g, vorrei dire che l’ideologia ha fatto più danni della realtà, oltre a creare spiriti infelici.

Ho chiesto:

  1. Scusate ragazzi, ma il ritorno alla terra, il cambio di paradigma, una vita più lenta, l’abbattimento del capitalismo, li volete con o senza internet?
  2. Scusate ma quanti giri bisogna fare cantando intorno al raccolto per far piovere subito?
  3. No ma come funziona di preciso? Cioè, io porto una cassettina di ortaggi coltivati da me al mio dentista e lui mi estrae e cura il molare, anestesia e radiografia inclusa? Bellissimo.

Che poi, voi l’avete la casa in campagna o un pezzo di terra? Oppure il ritorno alla natura è solo per chi può permetterselo? E poi, chi vive in città, magari in piccoli appartamenti fatiscenti, con pensioni minime, con le quali possono fare la spesa solo nei discount e non nei mercatini bio, come la mettiamo?

Ma io non lo so, guarda. Facile.

DUBBI DI QUARANTENA E DINAMICA DELLE PASSIONI -Italia, Inghilterra

Ci hanno sempre descritto come un popolo “emotivo”, tutto cuore e mandolino, anche se in questo momento, tra gli stati europei, siamo quelli che prendono le misure più scientifiche per il contenimento del contagio; e non solo perché siamo il Paese più colpito, dato che è matematico che il virus si estenderà prima o poi nel resto del continente.


Tuttavia, non so ancora se è più razionale il nostro approccio tecnico alla questione o la serena accettazione britannica dell’infezione. Perché se le nostre procedure sono solo una reazione alla paura e non una soluzione necessaria alla diffusione del virus, allora confermiamo il carattere emotivo dell’italiano, che ci fa creare disastri anche quando vorremmo evitarli.

Se la loro rassegnazione al covid19 è una stoica indifferenza alla malattia, che gli permette di lasciar correre l’infezione fino sviluppare naturalmente l’immunità di gregge, e non invece una totale, cinica, incoscienza, allora anch’essi confermano il loro carattere tipico di popolo analitico e distaccato, che sa sempre come agire per evitare catastrofi sanitarie, economiche e sociali. (Azzeccando in questo caso anche la Brexit).

Io adesso non so quale dei due approcci sia il migliore. Credo di essere abbastanza razionale da sapere di non sapere (e di non credere ai luoghi comuni) E abbastanza irrazionale da fidarmi di quello che mi dicono di fare in nome della scienza e del buonsenso. Ma quale sarà la soluzione?