A che ora chiudono i bar

Il prossimo dpcm ha uno schema perfetto per noi over trenta: ci si sbronza solo durante l’aperitivo, alle 22:00 siamo a letto, ci facciamo una bella dormita e l’indomani siamo belli freschi (o comunque più freschi) per lavorare (in remoto!) e ripetere lo schema. Stavolta le task force sono vicine al Paese reale.

Quanto tempo per leggere un libro

Quanto per leggere un libro?

Non hai molto tempo oppure non trovi un momento per farlo senza lasciare questa attività solo alla sera prima di andare a dormire. E anche in quel caso non lo farai con la giusta attenzione perché sarai stanco.

Quanto tempo per leggere un libro, anche di 100 pagine in fondo non importa

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Importa solo con quanta intensità ti coinvolge la storia, quanto di ciò che leggi ti rimane e capisci. Puoi metterci anche un mese, l’importante è che la lettura ti lasci qualcosa.

Ci sono però anche altri canali che possono avere lo stesso effetto di una sana lettura per rilassarti, per viaggiare con la mente, come ho raccontato in questo articolo o per farti raccontare un storia solo vedendola.

Sono le fotografie.

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Con le immagini puoi “leggere” 100 pagine di una storia contemplandole in un solo minuto. La storia puoi costruirla tu in base agli stimoli che la foto ti dà. Senza doverti sforzare o concentrare, ma solo guardando l’immagine per entrarci dentro senza sforzo.

È questo quello che cerco di trasferirti con le mie foto e voglio riuscirci perché tutti abbiamo bisogno di storie, ma non tutti abbiamo il tempo per leggerle.

Fino a quando non avremo più bisogno di porci la domanda:

Quanto tempo per leggere un libro?

Viaggiare in questo periodo

Vorresti viaggiare, essere in un altro posto. Non è possibile farlo. Non solo perchè c’è una pandemia in corso, ma anche perché abbiamo tanti doveri, tanti vincoli che ci tengono dove siamo. Il lavoro, la famiglia, la mancanza di soldi e di tempo. Cose che a volte non abbiamo scelto, cose che abbiamo desiderato e che poi magari si sono rivelate sbagliate.

A volte rimaniamo dove siamo perché sono scuse, perché siamo pigri o perché nella nostra zona di confort fingiamo di starci bene.

A farne le spese però non siamo solo noi, ma anche chi ci sta accanto, chi vede la nostra insoddisfazione e ci rimane male perché ci vorrebbe felici e soddisfatti, chi deve sopportare la nostra frustrazione, il nostro stress che rende cupo e noioso ciò che abbiamo intorno.

Allora stiamo ore davanti al PC a ingozzarci di serie TV, di libri (anche se non abbiamo il tempo per farlo, ma a questo c’è una soluzione) di film, dello scroll infinito e annoiato di Facebook per cercare di colmare questo vuoto, per distrarci dal senso di insoddisfazione, ma che alla fine ci fa sentire ancora più vuoti di prima, accompagnati da quella brutta sensazione di aver perso il tempo che avremmo potuto dedicare ai nostri desideri, se solo sapessimo quali siano.

Forse dovremmo trovarci un hobby per stare ben anche da soli. 

Per quanto mi riguarda ho la fortuna di avere questa piccola passione per la fotografia che ogni volta mi dà la possibilità di cercare qualcosa di insolito nella routine quotidiana o di fare degli incontri con eventi inaspettati, come questa famiglia gioisa immersa nella lupa estiva, in questa nebbia che cala sul mare e rende tutto inquieto e strano.

Di fronte a questo contrasto che ho avuto la fortuna di fotografare sono rimasto di stucco.

Ho voluto stamparla questa fotografia e offrirla a voi perché desidero che anche voi, osservandola dal vivo, sulla carta, e non solo sullo schermo di un telefono, abbiate la possibilità di provare ogni volta che la guarderete quella specie di entusiasmo che vi tiri fuori dalla noia, che vi dia la possibilità di visitare con la mente altre dimensioni, di trasferirvi in un’altra atmosfera e per un attimo sentirvi sollevati da ogni dovere, da ogni responsabilità, di portarti in un altro luogo dove non dovrai fare nulla per soddisfare desideri che non siano i tuoi.

Non so se ci riesco con le foto che vi metto a disposizione, ma questo è il mio desiderio.

Mi hanno detto che a volte ha funzionato. Perciò ho voluto continuare a stamparle e distribuirle.

Ne ho fatte solo 5 copie perché non credo che le mie foto possano essere per tutti.

Quando le cedo, do una parte di me.

Se vuoi avere una copia, scrivimi adesso, o prima che finiscano

Sono solo 5 copie.

Clicca qui per sceglierne anche altre. Per adesso sono solo tre quelle a disposizione. Buona vita 

LUPA

La mascherina. Dialoghi difficili nella fase due

La mascherina.
Mi dice uno che mi sfiora il braccio sorpassandomi con la bici.
Mi giro.
Si gira.
Mette il piede a terra.
La mascherina. Mi dice.
Ma chi è. Cosa vuole. Penso. La mascherina cosa. Gli dico.
Dov’è la sua mascherina, perché non la indossa.
Stavo correndo, non c’è bisogno della mascherina.
Sta passeggiando, non sta correndo.
Stavo correndo fino a due minuti fa, non vede che sono sudato. Mi sono fermato ora per recuperare.
Si ma la mascherina deve metterla lo stesso.
Quando si corre la mascherina non è obbligatoria, sopratutto se si corre all’aria aperta e non c’è nessuno intorno.
Ci siamo io e lei adesso. Metta la mascherina, più avanti ci sono pure altre persone.
Non ce l’ho la mascherina. Siamo su un sentiero ciclabile, al mare. A sinistra, una spiaggia sterminata dove proprio oggi ci saranno in tutto dieci persone. A destra, una pineta deserta. Le prossime due anime sul sentiero saranno distanti da noi almeno cinquanta metri. Io stavo correndo. Non c’è bisogno della mascherina.
Si ma adesso è fermo e sta parlando con me. Deve indossare la mascherina.
Siamo a più di cinque metri di distanza.
Non importa. La mascherina è obbligatoria.
La mascherina non è obbligatoria a queste condizioni.
La mascherina. Deve metterla sempre.
Ci guardiamo in silenzio per un lungo momento. Penso che mi sto giustificando con questo sconosciuto e mi chiedo perché. Mi chiedo chi è. Mi chiedo ma tu: tu, chi cazzo sei? Che cazzo vuoi? Mavaffanculo.
Lo guardo.
Lui aspetta che io adesso sfili la mascherina dalla tasca. Ma non ce l’ho la mascherina. E comunque non l’avrei indossata.
Continua a guardarmi.
Ho capito. Mi giro. Me ne vado.
La mascherina. Grida.
Addirittura grida.
Comincia a salirmi il nervoso, monta tutta la chiarezza dell’ira che ti fa discernere nettamente le cose giuste da quelle sbagliate. Ma respiro. Respiro ancora. Profondamente.
Mi giro. Sto andando a prenderla, lei aspetti lì, che adesso vengo con la mascherina. Gli dico.
Torno a camminare dandogli le spalle.
Faccio un centinaio di metri borbottando cose come coglionedimerdamicrofascistadelcazzorepresso, e così via.
Mi rigiro e non ci posso credere. È ancora lì, fermo, che mi guarda da lontano. Mi sta aspettando davvero.
Oggi ci ritorno.

I morti di Covid

Credo che una delle cose più crudeli di questo periodo sia l’impossibilità di seppellire i propri morti. Dover sospendere la forza simbolica del passaggio con cui la psiche cerca di proteggersi dalla devastazione della perdita, mancare il rito più antico e importante della vita umana, come ci ricordavano già i greci con l’Antigone disperata per non poter seppellire suo fratello Polinice.
Perché senza l’esposizione all’oggetto della scomparsa, senza il culto del corpo nella sede del suo riposo eterno, non si può cominciare il processo di elaborazione del lutto, che è necessario per assimilare il dolore, per trasformarlo e accettarlo. Si rimane sospesi. Questa è la tragedia, il trauma più difficile da superare per chi purtroppo ha dovuto viverlo. E mi dispiace. Un pensiero oggi va a loro.

600 euro e come spenderli

Non mi sono ancora arrivati i 600 euro e sto già pensando a come evitare di spenderli per restituirli quando me li chiederanno indietro.
E sono solo 600 euro, immaginate quando dovremo restituire 650 miliardi. Sapete com’è, funziona così: uno vi presta i soldi, ma poi dovete restituirli. Tipo gli 80 euro di Renzi, no? Abbiamo già visto, già vissuto. Però allenatevi lo stesso con questo questo esercizio, con questa acrobazia di calcolo. Provate a pensare come non spendere soldi che non avete.
Vi si apriranno nella mente portali extra dimensionali.

Ho chiesto – il ritorno alla natura

Forse dovrei, ma non voglio zappare per lavoro. Un conto è farsi un orto per passare il tempo e avere un po’ di verdura fresca, un altro è coltivare campi per ottenere reddito.
Alle anime belle del ritorno alla natura, che sono abituati ai viaggi low cost in aereo, agli ordini su Amazon, a internet veloce, anche se sono contro il 5g, vorrei dire che l’ideologia ha fatto più danni della realtà, oltre a creare spiriti infelici.

Ho chiesto:

  1. Scusate ragazzi, ma il ritorno alla terra, il cambio di paradigma, una vita più lenta, l’abbattimento del capitalismo, li volete con o senza internet?
  2. Scusate ma quanti giri bisogna fare cantando intorno al raccolto per far piovere subito?
  3. No ma come funziona di preciso? Cioè, io porto una cassettina di ortaggi coltivati da me al mio dentista e lui mi estrae e cura il molare, anestesia e radiografia inclusa? Bellissimo.

Che poi, voi l’avete la casa in campagna o un pezzo di terra? Oppure il ritorno alla natura è solo per chi può permetterselo? E poi, chi vive in città, magari in piccoli appartamenti fatiscenti, con pensioni minime, con le quali possono fare la spesa solo nei discount e non nei mercatini bio, come la mettiamo?

Ma io non lo so, guarda. Facile.

DUBBI DI QUARANTENA E DINAMICA DELLE PASSIONI -Italia, Inghilterra

Ci hanno sempre descritto come un popolo “emotivo”, tutto cuore e mandolino, anche se in questo momento, tra gli stati europei, siamo quelli che prendono le misure più scientifiche per il contenimento del contagio; e non solo perché siamo il Paese più colpito, dato che è matematico che il virus si estenderà prima o poi nel resto del continente.


Tuttavia, non so ancora se è più razionale il nostro approccio tecnico alla questione o la serena accettazione britannica dell’infezione. Perché se le nostre procedure sono solo una reazione alla paura e non una soluzione necessaria alla diffusione del virus, allora confermiamo il carattere emotivo dell’italiano, che ci fa creare disastri anche quando vorremmo evitarli.

Se la loro rassegnazione al covid19 è una stoica indifferenza alla malattia, che gli permette di lasciar correre l’infezione fino sviluppare naturalmente l’immunità di gregge, e non invece una totale, cinica, incoscienza, allora anch’essi confermano il loro carattere tipico di popolo analitico e distaccato, che sa sempre come agire per evitare catastrofi sanitarie, economiche e sociali. (Azzeccando in questo caso anche la Brexit).

Io adesso non so quale dei due approcci sia il migliore. Credo di essere abbastanza razionale da sapere di non sapere (e di non credere ai luoghi comuni) E abbastanza irrazionale da fidarmi di quello che mi dicono di fare in nome della scienza e del buonsenso. Ma quale sarà la soluzione?